MATEMATICA 1
Mi hanno chiesto per l’ennesima volta “tu fai fatture?”. Gli ho risposto che glie l’avrei detto la prossima settimana… In questi giorni non riesco a disegnare. Attraverso periodi in cui mi viene molto facile, altri in cui non è affatto facile, nel senso che mi si ripropongono sulla carta le immagini di sempre e quindi non provo nessun divertimento. Mi viene a mancare qualsiasi incentivo. Non riesco a costringermi, così cerco di rinfocolare lo spento fuoco del desiderio di fare con dei sistemi. Io cerco, in pratica, una matematica nella vita che io non ho. La matematica che ho sempre odiato, che so, alle scuole medie eccetera, la cerco adesso, anche perché mi piace. Così faccio dei break e leggo Lanciostory e Skorpio, o ricomincio a rileggere dall’inizio 1984, che è da quattro anni che cerco di superare le prime dieci pagine, e poi non ci riesco, oppure mi drogo, col sistema della canna nel pomeriggio. La canna del pomeriggio diventa una specie di Orlando alle prese con i succhi gastrici, con l’abbiocco eccetera, allora ci ho rinunciato. Ieri ho trovato della polvere, che mi hanno dato dopo mesi e allora, stamattina vedete, ho acqua distillata, il limone, eccetera e sono rimasto così… normale; normale? per quanto io possa essere normale… e non è venuto fuori comunque niente. Quindi adesso sono anche preoccupato, cioè… (ridacchia) Io sono arrivato ad Alter nel ’77 con quelle tavole che sono state pubblicate. Non era il primissimo lavoro, ma poi ho riciclato tutte le tavole anche le prime nelle storie seguenti, quindi anche quelle in pratica sono state utilizzate. Adesso è tutto molto più bello, quando c’è… quando ho voglia di fare, anche perché non è cambiato quasi niente, ma non in senso lato come si dice: “Sì, è cambiato qualcosa in superficie, ma nel profondo sono rimasto uguale”. No, non è cambiato niente nemmeno in superficie. Nulla. A parte certe considerazioni che ho fatto, ma che avrei fatto comunque, rispetto all’ambiente, alle persone da frequentare… la mia vita, il sistema per buttarla via…
PUBBLICO E PRIVATO
Anche il mio lavoro… è tutto concatenato. Non esiste assolutamente un pubblico e un privato, mi veniva da pensare con una certa presunzione. Ma è importante che venga fuori anche questa presunzione… nel senso che, alla fine, quello che faccio potrebbe essere la punta di un iceberg di tutta una serie di sommovimenti che ho… nel senso che poi mi piace anche lavorare col cuoio, costruire statuine, farmi le cinte, immaginare di tutto, veramente… Il fumetto è comunque una maniera incredibilmente sincera di esprimermi, nel senso che sono io il mio primo lettore e io devo convincere innanzi tutto me stesso. Così spesso faccio delle gran puttanate, ma sono il primo io a riconoscerle – e quasi non mi dispiace, di disegnare delle cose che non mi piacciono, o di dire delle cose nelle quali non credo, ma non credo fino in fondo, perché poi ci credo abbastanza, capito? – Questo mi dà l’opportunità di recuperare la volta dopo, con un impegno maggiore, diverso. Adesso però vorrei ridurre al minimo le puttanate per divertirmi, io. Anche perché mi sono quasi convinto, anche parlando con un mio vecchio insegnante del liceo artistico di Pescara che ho rivisto che è poco, dopo cinque sei anni, che mi ha detto una cosa alla quale credo molto e cioè che l’unico modo per metterlo nel culo, ammesso che m’interessi, ma in fondo m’interessa, a quelli che a me non piacciono per una ragione o per l’altra – continuando a sentirmi diverso e in fondo sottolineando questa diversità – è fare delle cose valide, almeno per me. Alla base di tutto questo ci dev’essere un’equazione di fondo e cioè che io faccio quello che mi pare… non m’importa di scagare, io faccio esattamente quello che voglio. Combatto con una grossa pigrizia di fondo, nel senso che io esaurisco molto spesso in fase progettuale quello che m’interessa fare… perché questa mia pigrizia mi impedisce di vincere quel minimo di battaglia che c’è da fare per realizzare qualcosa di diverso… alla fine mi riduco sempre a fare il fumetto e a fare solo quello. Non frequento assolutamente nessuno dell’ambiente dei fumetti… non parlo mai di fumetti, mi gratifico con degli amici che magari lavorano anche loro, ma sono molto al di fuori, uno è Nicola Corona, che è uno al quale non importa nulla di lavorare, di fare, ha dei tempi lentissimi, va a lavorare allo zuccherificio, eppure è molto bravo. E questo mi dà anche l’opportunità di pensare senza troppe influenze di giudizio che mi vengono dall’esterno a proposito di quello che faccio. A Roma è molto diverso, come lo sarebbe penso anche a Milano, ma in fondo qui a Bologna la situazione mi fa più pensare con gli altri di fare per esempio delle performance, o di gestirmi uno spazio teatrale, o di lavorare a delle musiche. Ora sto facendo delle scenografie per un teatro di Firenze.
RICONOSCERE IL PROGETTO
Il fumetto è il mio momentaneo e periodico chiudermi, anche in me stesso, sicuramente, a lavorare su una serie di materiali che ho inconsciamente reperito e incasellato. Adesso mi trovo quasi a giocare in pratica con quelle che sono le mie capacità di ritenzione… ci sono volte in cui guardo un palazzo, perché penso che mi potrà servire, con un occhio un tantino diverso e lo guardo tutto, senza soffermarmi su nulla, perché non so cosa mi servirà in seguito di quel palazzo. Prima era tutto molto più inconscio, adesso sballo molto di più sulla funzionalità delle cose, degli elementi, sul perché un oggetto è fatto in un modo piuttosto che in un altro, e questo ha allargato moltissimo quello che era all’inizio il limite che mi veniva dal mio essere di sinistra, perché pur guardando al comunismo come a una cosa da evitare assolutamente, e pur non avendo altri riferimenti reali, posso dire di esserlo costituzionalmente o di esserlo stato…; questo mi poneva anche dei limiti, ora guardo tutto moltissimo e riesco ad apprezzare tutto moltissimo. Forse anche perché vivo in una situazione di disagio oggettivo che mi facilita, mi sensibilizza moltissimo. E allora guardo agli oggetti, alle cose, alle automobili, alle case, soprattutto se sono belle, con un occhio diverso, che è l’occhio di colui che riconosce il progetto. L’occhio di colui che al di là dell’elemento, del colore, della funzionalità creata e ormai operante, guarda alle spalle di queste cose… Al momento di iniziare questa specie di rivoluzione, l’anno scorso, prima di partire per gli Usa, perché poi sono stato in America proprio perché cercavo questo segno 80, ma questo è un concetto che posso poi non ribadire, perché poi in effetti questo è stato importante per me stesso, però può essere importante per chiunque, andarci… Quando sono tornato, un anno fa, questo allargamento mi portava a considerare con interesse anche cose che interessanti storicamente non sono, se vuoi una dispersione di interessi, nei confronti di tutta una serie di cose, allora anche delle musiche che a me non piacciono, che non mi piacevano, allora cominciavo a guardarle con un occhio diverso perché dicevo, ma sì, però anche lì… anche il punk ha un progetto iniziale e serve a qualche cosa quindi interessa scoprire anche questo. Allora non mi disgustavo più a priori. Ora invece, dopo questo allargamento, forse eccessivo, mi sto richiudendo. Però ho escluso tutta una serie di cose e ne ho acquistate altre.
POSSIBILITÀ
Ora mi piacerebbe parlare di due progetti di fumetto. Uno è Giallo scolastico e un altro è Pacco. Dietro questi due fumetti, in effetti, c’è un progetto, e siccome mi sono accorto che se ne è parlato, anche sul Manifesto, per esempio, di Giallo scolastico, in termini di film, con una recensione che non ho capito, che mi è piaciuta perché ne parlava come di un film ed era un film che mi interessava fare. Pacco differisce da Giallo scolastico, innanzitutto perché i personaggi che in Giallo scolastico m’interessava delineare, ora partono già dai presupposti e si va avanti. Poi cambiano le atmosfere. Qui è stato fatto come Godard ha registrato A bout de souffle, in presa diretta, su quello che succedeva, e poi ho lavorato su una cosa che mi è realmente successa mentre invece tutti gli altri fumetti sono un collage di cose che sono capitate a me o ad altri, o che immaginavo potessero succedere. Alla base di questo tipo di lavoro – che si discosta progettualmente moltissimo da quello che può essere un lavoro sulla fantascienza e sul giallo classico nei quali si usano una serie di armi, una serie di codificazioni – c’è un’ipotesi possibilista: tutto questo può succedere in termini di normalità, senza bisogno di un evento catastrofico, subliminale alle spalle, o che perduri in tutto il fumetto. Cosa è successo, che dopo aver fatto Giallo scolastico, che mi piace anche perché alla base c’è tutto un esercizio di scrittura sul fumetto, minimo perché il fumetto è quasi una riduzione radiofonica di un romanzo, rispetto a quello che potrebbe essere un film ecc. è un momento di riduzione, (ho capito che, ndr) in Giallo scolastico l’ipotesi possibilista era portata alle estreme conseguenze. Perché i personaggi si delineavano in un certo modo: in pratica c’è una quantità di cose non dette e di cose dette, in cui quella delle cose non dette è di molto superiore a quella delle cose dette. Nel senso che Pacco nasce da una domanda che io avevo fatto a un mio amico. Io avevo disegnato la Golf nera GT 1600 diesel di Zanardi. Poi avevo chiesto a un mio amico: “secondo te che macchina può avere Zanardi?”, e lui dopo averci pensato mi ha risposto una Golf diesel nera. Questo fatto mi ha sconvolto. In effetti, lui non potrebbe che avere questa macchina. Perché Zanardi, Petrilli, e Colasanti, si intuiscono tra le righe si legge tutto il loro vissuto dichiarato, ma non esplicitamente: da certi particolari, nel disegno, nelle espressioni, nelle facce, da certi elementi della sceneggiatura… così di Zanardi posso dire che ha il padre non ricco, ma benestante e che comunque lui è figlio unico il che gli permette di avere una macchina come quella. La caratteristica principale di Zanardi è il vuoto. L’assoluto vuoto che permea ogni sua azione. Praticamente Zanardi rappresenta ciò che più ho odiato nel comportamento di una persona che ho conosciuto nella mia infanzia. Invece Colas è sicuramente ricco e tutto quello che fa è mediato da questa sua ricchezza. È un marchettaro e non si sa perché lo faccia, ma riesce a farlo in un certo modo, in pratica lui si regala la possibilità di scegliere in base a questa sua ricchezza. Si potrebbe arrivare addirittura a conclusioni del tipo: dove vivono, che fanno, Petrilli, invece è un frustrato, che non rinuncia a un certo tipo di gioco con gli altri, è plagiatissimo, non se lo può permettere, perché fisicamente è a quel modo, perché ha la famiglia che ha.
Petrilli è quello che brucia la Volkswagen in una tavola del Male?
Sì, ma neanche, non è così cattivo in fondo non è capace neanche di quel tipo di risoluzione. Lui è capace di dare delle dritte. dice: guarda, quella è la figlia del bidello, ma poi si tiene a distanza, magari non si diverte neanche, comunque è senz’altro il più intelligente, il meno vuoto dei tre. Tra Colasanti e Zanardi la differenza sostanziale è che, pur frequentandosi, sono tutti e due soli, sono due lupi solitari che proprio per questa loro “diversità”, si vedono costretti quasi a frequentar-si e ad andare insieme per questa loro strada. “Sono un lupo e non mi si chiami fido”. In Pacco, dovevo inventarmi un segno “estivo” che non fosse tirato via, nel senso che io l’ho disegnato anche in condizioni di grande precarietà, ancora più precarie di qui, dove per lo meno ho un tavolo e una sedia… Non mi rimaneva che fare un esercizio sulla scrittura. Quando salta fuori questo Maurizio, questo tipo di “Vicino Padova”, nel delineare questa figura, ho fatto riferimento a tutta una serie di partecipazioni mentali, mnemoniche che ho avuto, nella mia infanzia… io, in prima persona, o che leggevo in altri ancora più sfigati di me. Ho fatto un collage di sfighe ed è venuto fuori questo Maurizio, che vive grossolanamente tutto ciò che gli è consentito, la droga, il camping, le sbarbe eccetera, però sempre con questo fare cattolico, disgustoso, pregnante, che lo porta a garantire… lui fa i quiz sugli animali… è così…
A UN CERTO PUNTO, TUTTO IL DIALOGO SI FERMA
A me riesce molto più facile disegnare tavole vuote, che piene di dialogo come queste, perché si rende necessaria una partecipazione mimica del personaggio a ciò che dice… questa è una cosa che ho imparato al Male, che bisogna che la faccia di chi parla, nel botta e risposta l’espressione insegua tutto il dialogo, sia a sostegno di ciò che si dice all’inizio, ma anche della battuta finale, perché esiste anche una matematica del leggere certe cose. Naturalmente, in una vignetta piccola è tutto molto compresso, è difficile… mentre le tavole libere sono puro disegno e via. Succede che a un certo punto, il dialogo si ferma. Dice: “beh, mi sembra di non aver dimenticato nulla… posso andare” e lui fa questo viaggio che si conclude con “Zanna colpisce l’impiccato con un mattone sulla testa”, questo finale vuoto, bianco come la pazzia, a me piace moltissimo, perché in effetti lui in quel momento non pensa a niente e non è risoluto a fare assolutamente niente, che non sia andare a tirargli una mattonata sulla testa. Lui sa benissimo come andrà a finire tutta la storia: si crea un diversivo, qualcosa da fare? no lui lascia in pratica che il destino segua il suo corso, ma che razza di destino è se lui lo prevedeva già? A un certo punto, questa possibilità di giocare col proprio destino, promuovendo un’azione fisica assolutamente elementare, pagandola 30.000 lire, lui sa benissimo che il tipo se ne andrà. Per di più non ha niente contro il tizio che gli dà il pacco, ce l’ha molto di più con gli altri, che danno il numero della tenda al guardiano del campeggio… E lui, parte, va a San Severo, vede e insegue il tizio. La scrittura qui si rompe, io ho quasi paura a scrivere, infatti, il lettering è un lettering rotto, fatto quasi con la sinistra. In queste ultime due vignette volevo scrivere… ma poi m’è successo questo e quindi ho avuto anche un momento di delirio nei confronti di, cioè. È incredibile! Il fumetto, Zanardi mi ha raggiunto, prima che io potessi concludere la storia. Ma a quel punto, la storia mi sembrava così eccessiva, così densa di conseguenze anche giudiziarie per Zanardi, che invece si tiene abbondantemente fuori da cose di questo tipo, che ho scelto il mattone, un elemento non tagliente, suscettibile di fare molto male, ma non di uccidere. In queste ultime due vignette io volevo scrivere: Zanardi dà questa mattonata sulla testa a quel tipo a differenza di quello che tu avresti fatto, che tu lettore avresti fatto. Puoi decidere di fare del male a una persona, ma al momento di farlo, con una premeditazione totale, senza assolutamente alcun presupposto se non quello di aver perso dei soldi, nessuna speranza di riaverli indietro, questo colpire e basta. È del tutto inspiegabile anche se è la prima cosa che viene in mente, la persona che ha avuto il pacco vuol ritrovare il tipo e fargliela pagare…
…non c’è neanche il gusto dell’azione.
Invece lui lo fa. E perché lo fa? È questo che non sono riuscito a spiegarmi. Cosicché, concentrandomi molto per entrare in quella che può essere la psicologia di Zanardi sono arrivato alla conclusione che lui non pensa assolutamente a niente. È il vuoto che lo permea, che lo circonda, solo il vuoto. La dinamica del viaggio che lo spinge a passare per San Severo e a fare quello che fa. Lui si gioca le sue carte quasi con una disperazione totale, quasi rendendosi conto di questo vuoto. Il personaggio ha insomma superato l’autore: arrivato alle ultime due vignette mi sono accorto di aver giocato con un personaggio forse più grande di me. In modo tale da rendermi difficile spiegare le sue azioni.
Mah, la risposta immediata alla domanda: perché Zanardi fa questo è: perché è Zanardi. Volendo cercare ulteriori motivazioni puoi dire che è una sorta di demone dell’inconscio dei lettori, fa quello che tu vorresti ma non fai mai.
Ed è anche quello che tu odieresti immediatamente, di primo acchito. Però mi sono accorto che lui non può essere certo considerato un eroe operante ma neppure un non eroe. Sfugge a queste definizioni: e per la prima volta da quando disegno mi accorgo di essere alle prese con un personaggio che ha uno spessore enorme dovuto a questo vuoto che è anche un limite in fase progettuale e durante il lavoro, nel senso che non è un vuoto da riempire ma da mantenere tale. Il divertente è che in Pacco l’inconscio collettivo finisce che è costretto a identificarsi con questo dentone (Maurizio, quello di “Vicino Padova”, ndr) che fa i quiz sui criceti e garantisce. A un certo punto, comunque il discorso si spezza e questo vuoto viene reso graficamente e attraverso una serie di momenti. Queste vignette sono tutte pensate, in fin dei conti anche se apparentemente sono…no, non direi tirate via, hanno un segno “estivo”.
IL METODO DEL FUMETTO
Mi ha meravigliato la rigidità sequenziale di Pacco…dico, le vignette hanno tutte la stessa dimensione e ogni pagina ha lo stesso numero di vignette. Sembra quasi un riferimento specifico a uno schermo cinematografico.
Questo è il discorso…un altro discorso. È il discorso del modulo. Cioè a un certo punto mi sono accorto di avere a disposizione una serie di segni. Io dopo questi anni di lavoro tendo ormai a uscire da quello che il fumetto comanda piuttosto che fossilizzarmi in un segno anche di qualità ma molto identificabile. Più vado avanti più tendo a scrollarmi di dosso il senso del segno per il fumetto. Allora, al posto di un’implosione, cioè tutti i segni a convergere in un solo luogo oppure tanti disegni con elementi di comunanza, riconoscibilità, ho deciso di operare un’esplosione, di distribuire la qualità del segno in una serie di possibilità l’una diversa dall’altra, e di esagerare, quasi, a livello di esercizio, queste differenze.
In che senso?
Nel senso che, mettiamo, in un occhio disegnato in una storia e nell’occhio disegnato in un altro ambito o storia dello stesso disegnatore si possono trovare delle analogie. Il disegnatore disegna otto occhi diversi e alla fine tutti si assomigliano. Faccio un esempio, Magnus. Magnus ha un segno inconfondibile, certo, ma in tutte le storie si rendeva riconoscibile anche perché alla base degli occhi, ed è un esempio, faceva sempre lo stesso movimento, cioè delle pieghe spezzate al centro, quasi avessero una luminosità centrale che divideva il segno della palpebra inferiore. E questo è un termine di riconoscimento, Oppure, altro esempio, quando si disegnano le mani: ogni autore disegna le mani in un certo modo, possono differenziarsi l’una dall’altra ma in fondo… come per esempio Breccia o tantissimi altri. Quando non si opera in questi termini si diventa degli illustratori. Ora, io non sono un illustratore… non che mi… ma non è il mio caso, ecco. Però è appunto su questo tipo di differenza che voglio lavorare. Accentuare queste differenze. Lavorare con materiali diversi ponendomi volta per volta, momento per momento, istante per istante, addirittura centimetro, millimetro di segno per millimetro di segno, il problema della differenza rispetto al segno usato in altre circostanze in modo da disporre di una gamma infinita o quasi, o comunque una molteplicità di segni molto differenziati gli uni dagli altri. Da usare in una serie di circostanze.
MATEMATICA 2
Quindi, l’esplosione che ipotizzavi… il collegamento fra il centro e i vari poli esterni è più matematico che grafico, non c’è il trattino d’unione, è un fatto logico e metodologico.
Sì. Quando questa nova sarà esplosa potrò raggiungere di volta in volta questi satelliti… aprire una stanza e dire ecco, qui c’è tutto quello che mi serve per questa cosa che sto facendo ora. Matematica, certo: in pratica voglio ritrovare quella matematica che mi è mancata all’inizio. E quest’assenza in fondo mi ha permesso di fare Pentothal ma ora me ne devo assolutamente discostare. Tutta questa storia, tutte queste cose che ho detto, sono riconducibili a un’equazione molto più semplice che esprime la divisione fra due tipi di sentimento: cioè da una parte Pentothal e dall’altra Zanardi. Poi, naturalmente, ci sono altre possibilità, c’è il momento del colore, il momento della storia di un certo tipo, l’esercizio sulla fantascienza ammesso che lo voglia fare e lo faccia eccetera. Però, prima di tutto questa differenza: da una parte Pentothal e dall’altra Zanardi. Cosa c’era prima di Zanardi: da una parte Pentothal e dall’altra la condizione… che è questo personaggio con i dentoni che appare in Pacco ne è in pratica l’espressione grafica. Che corrisponde alla punta della basetta di Topolino. Cioè sono in pratica i ragazzini con le basette ancora di pelo, che suonano la campana nella chiesa, sono i ragazzini ancora nella fase dello sviluppo dei baffi, con un sacco di retaggi dei quali sembrano non potersi liberare mai da qui all’eternità.
Il foruncolo mentale…
…esatto, il foruncolo mentale. Quando disegnavo Pentothal… Questa condizione che mi faceva sentire liquido, stupido, abbrutito nel mio salameleccare, tutto un rumore di battere di tacchi; riconoscimento del… falsa modestia… riconoscimento dell’essere forte negli altri; continuo riconoscere che tu sei più forte di me, capito?; continuo prostrarsi, la condizione quasi di essere confidente della donna… in una classe ci sono i maschietti che fanno i maschietti poi al limite se lo cacciano nel culo nei cessi. E poi c’è questa figura di mezzo che è la figura del confidente delle fighe. Colui che con le fighe non ci fa niente, però le bazzica, ci va a studiare insieme ed è odiatissimo da tutti gli altri. Io non sono mai stato così però è forse stato il mio pericolo nascosto. Anche perché quando facevo il liceo ero di 2 anni più piccolo degli altri, e di 4 anni mentalmente rispetto ai ragazzi più scafati di Pescara. Io venivo dal paese. Invece Pentothal era la condizione legnosa, ossuta, vitale, con i baffi. Molto più maschia. Forse meno intelligente, meno sensibile di quell’altra che invece rivela e richiede molta sensibilità. Pentothal è una figura più accentratrice, quasi totemica, muscolare, dinamica. Uno che in pratica si muove col cervello attraverso una serie di parametri normali, usuali, ma che col sogno, ma nello specifico onirico spazia in… con… un fumetto assolutamente non-possibilista, anzi, il fumetto dell’impossibile. Pieno di rivendicazioni, zeppo in fondo anche di qualunquismo, anche se calati all’interno di un certo settore… quindi opinabilissimo… ma soprattutto Pentothal era l’amicizia, il rapporto quasi omosessuale con l’amico, il momento donna vissuto in termini di affezione, in fondo anche di semplicità. Quindi un sacco di cose belle in cui mi piaceva riconoscermi. Ma onestamente io, come persona non sono mai appartenuto né alla prima condizione, perché la riconoscevo molto spesso in altri che odiavo, né alla seconda. La prima, poi, è stata cancellata. La seconda… quel che salta fuori poi dalle storie di Pentothal è che non reggono il tempo, se non come documento, e questo non mi interessa. E non reggono il tempo perché sono di un’ingenuità mostruosa, sono zeppe più che di imprecisioni, di ingenuità linguistiche, di discorso.
C’è una piena aprioristica
Si. Custer… tutta una serie di luoghi comuni che tirar fuori è un po’ ingenuo. Oggi, almeno sarebbe impossibile. (break)
IL ROCK
(A queste condizioni, ndr) se n’è sostituita comunque un’altra che è il rock, che è Zanardi. Ora non parlerò più di Zanardi, e parlerò invece di questa storia del rock. Io ho deciso di essere rock, come Mick Jagger, e mi muoverò in questo senso da qui all’eternità. Cioè, non ho nessuna voglia di invecchiare in tutti i sensi, compreso quello fisico. E molta voglia invece di muovermi attraverso tutta una serie di canali che non sono assolutamente quelli stabiliti per legge, che non sono quindi la televisione, lo spettacolo eccetera. Mi interesserebbe, per divertimento mio, muovermi a livello di esercizio di volta in volta alle prese con qualcosa di diverso. Nel senso che mi diverte l’idea di poter operare una violenza su me stesso costringendomi a interessarmi di cose alle quali istintivamente non arriverei. Decidere di fare un fumetto in un certo modo: dire adesso faccio un fumetto sulla fantascienza, vediamo, attraverso me. Cioè lo filtro, però giocandomelo con tutti i crismi, tutti quelli che sono i luoghi tipici, angolature tipiche, attraverso le quali si guarda a un certo tipo di operazione. Come dire ora faccio un’operazione sulla poesia. È un po’ quello che faceva Barthes, a me Barthes non piace, ma comunque faceva cose stranissime, ha scritto poco e di tutto, cose stranissime. Gli interessava muoversi a livello di esercizio perdendo molto tempo e acquisendo, anche, certe conoscenze.
È un’operazione di tipo zen, questa. Parlo di Zen perché mi ricorda l’operazione sottostante a quel libro, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig.
Esatto, sì.
Ora una domanda leggermente assurda. Ha un senso che questo Pentothal, virile e baffuto, parte in un certo senso altra, in seguito abbia una riproposizione prima nell’Investigatore senza nome e poi nel Tenente Stella?
Ci sono momenti di collegamento certo. E momenti di abbrutimento. Cioè abbrutisco una figura che rischia di diventare stupida nella sua granitica… nel suo granitico e prevedibilissimo muoversi. È una specie di linea che si muove su binari paralleli: e allora c’è il momento dell’assurdo nel quale io mi muovo in modo del tutto assurdo. E c’è il momento possibilista spostato all’estremo. Cioè io scarto tutta una serie di ipotesi non possibiliste per arrivare a fare una cosa che sia quanto più possibile possibile.
È forse l’unica chiave di lettura possibile, appunto, di Aficionados.
A te è piaciuto, Aficionados?
Mmmsì, non mi ha entusiasmato ma mi è piaciuto, magari per fatti esterni al fumetto stesso…
C’è una considerazione importante da fare su Aficionados… ci sono momenti in cui è facile spiegarmi, forse perché sono sballato e sciorino frasi l’una dietro l’altra, momenti in cui è più difficile forse perché ci penso un attimo di più… comunque è questo. L’esercizio sulla scrittura che sto facendo, perché lo sto facendo, sto facendo un sacco di esercizi, non so se si capisce questo.
È la cosa più entusiasmante. Lo studio sulla frattura e la ricomposizione del linguaggio. Non una presa diretta zavattiniana del parlato ma uno stravolgimento che diventa iperrealista. Non so, anche in cose come Anco Marzio e tutte le storie di quel tipo.
C’è anche quello. Fu un lavoro molto grosso, quello. Tutto comunque va riportato all’idea di limite, di gioco molto limitato che io porto in me. Parlo delle difficoltà che incontra un amatore a costruire una nave nella bottiglia: una cosa che gli altri non riescono a fare, ma non è importante. Però lo voglio fare e di volta in volta mi pongo delle difficoltà maggiori, perfezionandomi e perfezionando il meccanismo. Anche se i risultati non sono quelli del perfezionista. Perché non è il risultato che mi interessa… caso limite: se una cosa la scago, mi offro l’opportunità di recuperare la volta dopo, con rabbia ma senza assolutamente rimorsi. È l’unica cosa che mi fa fare tutto: l’atto del salire sulla montagna, non la cima. Ora, fare fumetti è anche trovare un testo, trovare un soggetto, qualcuno che scriva un soggetto e disegnarlo. Purtroppo, io non riesco a disegnare su testi degli altri proprio per le ragioni che potete immaginare. Può essere un esercizio, ma non posso far recitare dei personaggi che parlano con la voce di altri, proprio perché faccio degli esercizi sulla lingua, sul parlato. Gli originali di Pacco sono pieni di pecette. Nonostante il segno sia tirato via ci sono un’infinità di pecette, l’una sull’altra perché cambio i contorni degli occhi, modifico le espressioni lettera per lettera, per così dire. Si accompagnano lettera per lettera. Ripeto, non sono i risultati, quelli che mi interessano, ma il modo in cui arrivo a soddisfarmi… Quello che capisco facendo una storia, non mi serve per la storia successiva, perché parto da presupposti che sono quasi sempre opposti: a una storia, che so, molto ritmata di solito faccio seguire una jam grafica molto liberatoria.
EVOCAZIONE
Ora, in Aficionados, l’esercizio era solo su una frase. Da quest’esercizio su una frase è venuta fuori tutta la storia. E la frase era: “Francesco Stella, ex maestro di tennis di Livorno, comandava i suoi uomini con piglio tennistico”. Perché da questa frase è saltato fuori tutto? Questa frase, anzi quest’equazione, perché in fondo lo è, cela il mirabile processo, il meraviglioso processo dell’evocazione. Il meccanismo dell’evocazione, che Pratt conosce benissimo e in questo è maestro, consiste nel ricreare… e anche Paolo Conte… ma la mia è una cosa un po’ diversa da quella di Hugo… anche se poi in Stella, che non si chiama così per caso, così come lui usa Shanghai Lil, non a caso… ora, l’evocazione si instaura quando a degli aggettivi si sostituiscono dei sostantivi, l’aggettivazione del sostantivo, insomma e io per definire una situazione non uso più l’aggettivo ma uso il sostantivo. Io non spiego com’è Stella per aggettivi, lo spiego per sostantivi. Stella è un maestro di tennis di Livorno negli anni 30. Cosa significa essere maestri di tennis in una città come Livorno nel ’30 posso solo immaginarlo e sperarlo che lo immaginino anche gli altri.
Forte dei Marmi, Virginia Agnelli, Malaparte…
… maglione con righina rossa e blu, sì, e tutta una serie di possibilità.
Soprattutto un pessimo tennis.
Soprattutto un pessimo tennis, certamente, rivierasco e non competitivo. Soprattutto in competizione col nulla. Fare una storia sull’evocazione… a volte far delle storie così significa ridursi a una frase, come quella del professore in Giallo scolastico che dice a Colasanti “mi sono innamorato di te ed è stupido che lo dica”. È anche stupido che io lo scriva, ma è così stupido che io scriva di un professore che si innamora di un suo allievo che tutto diventa oltre che evocazione anche possibile. In quali termini un professore universitario ex sessantottino può rivendicare il suo diritto di innamorarsi di un marchettaro? Solo in questi termini di stupidità. L’accentuazione di questa stupidità rende possibile tutto, non c’è altro. L’evocazione nasce quando ci si ferma a considerare una serie di aspetti che nascono da un problema. Tutto comunque ristagna in quel che ho detto prima, nel muoversi in modo da raccontare le cose in termini di sostantivi, non di aggettivi. È esattamente l’operazione opposta a quella di espandere il senso delle cose, muoversi su diversi piani, dire molte cose, raccontare parecchio, scrivere molto muovendo tutta una serie di circostanze per arrivare al senso della cosa. Qui si richiedono molti aggettivi, una serie vasta di aggettivi. L’evocazione invece nasce dal processo inverso, dal mettere insieme termini di uso comune, da una riduzione del senso della frase e dalla lunghezza stessa della frase in questione.
Però dal punto di vista dell’evocazione Aficionados risulta un po’ buttato via, prevedibile.
A me non è piaciuto. Cioè, ci sono delle cose che possono piacermi, ma senza soddisfarmi fino in fondo, anche il colore che non ho dato io. Il tutto è comunque riconducibile al fatto che io ho sbagliato utilizzando un’idea iniziale buona e realizzandola in tempi brevi e male. Ora di questi tempi brevi, e dell’aver operato male, non è più nel segno di Pacco che è studiato anche se svolazzante. Però il segno è tirato via e basta, però, ho sbagliato perché l’esercizio è stato minimo, assolutamente. Ho sprecato un’idea buona, quella del viaggio, perché non l’ho portata avanti, perché mi sono rifatto a una serie di battute, di gag abbastanza prevedibili. E poi ho cannato assolutamente, in modo cosmico il finale. Lo dico senza nessuna violenza: io faccio quello che mi pare e faccio quello che mi pare. Ti accorgi poi di mettere in pratica questo “faccio quello che mi pare” quando fai delle cose brutte, non quando fai delle cose belle. È in fondo, la soddisfazione recondita che viene dall’assoluta non-preoccupazione. È un tipo di gratificazione in fondo: la non-preoccupazione è bella. Nasce anche dal fatto che il fumetto non è un film, non coinvolge troppa gente, non richiede l’impegno di un film, soldi, spese, bilanci… poi perché quei quattro sorrisi che riesco a strappare, se ci riesco, valgono le 2500 lire del libro, rispetto a quello che ti propongono i film, Frigidaire, L’Espresso, Alter… non è una cosa peggiore, capito? e a tutto questo aggiungo l’assoluta non preoccupazione per l’immagine e la pretesa di poter recuperare in un secondo tempo… penso già in un certo senso a quello che farò dopo… da qui nasce una specie di tranquillità che io penso sia suscettibile di essere trasmessa, dalla pagina a chi legge. Io sono tranquillo, e credo che questa naturalezza possa saltare fuori.
Già. Perché poi secondo Luigi Bernardi dell’Isola Trovata, Aficionados è la tua cosa più bella…
Mah, è stata solo una cosa funzionale al mio procedere… Comunque non è un’assenza di preoccupazione che nasce dalla sicurezza, non ha niente a che vedere. È esattamente il contrario, questa non-preoccupazione che nasce dal fare quello che mi pare viene fuori dalla consapevolezza che tutto è molto caduco. Non si scrive la Storia, non si sta scrivendo nessuna Storia. Nell’unica conferenza che ho fatto, a Modena, invitato dal Comune, in una libreria… ero abbastanza teso e la prima domanda che mi hanno fatto è stata perché io faccio le storie a puntate e non le continuo. (…) La prima cosa che mi è venuta in mente, sulla quale però ho riflettuto, è che io faccio quello che mi pare. Esattamente quello che mi pare. Non mi pongo neanche il problema della continuità, ma non per mancanza di rispetto per… ma perché proprio al lettore non ci penso. Non penso al lettore, cioè, come a un’entità giudicante, che paga e vuole avere certe cose. In fondo, e per questo il mio è un operare molto circoscritto, i lettori non sono molti e io sto parlando ad amici. Agli aficionados: ma loro sono aficionados miei, e io sono aficionado loro. Ma veramente. Lo sono sul serio dal momento che sono qui, ora, e quando esco mi accorgo di non essere preso in nessun ingranaggio. Sono assolutamente libero e non è una libertà conquistata ma una libertà che mi sono mantenuto.
(…) IL MODULO 3X7
Muñoz diceva che il fumetto nasce quando è stampato, quando è dato in pasto al pubblico…
No. Sono d’accordissimo con… credo con Joyce, un pezzo imperniato su una donna, la figura di una donna…
Molly Bloom. La parte di Penelope.
Esatto. In pratica lui dice che bisogna disfarsi della propria opera come ci si disfa delle unghie dei piedi. L’ho letto e ho detto io sono d’accordissimo con questo tizio. Quello che mi interessa è tutto ciò che viene prima. La fase progettuale, l’impostazione… in Giallo scolastico, tanto per sottolineare la dicotomia fra Pentothal e questa nuova ipotesi rock alla quale mi sono votato… per quanto riguarda un certo ambito, il mio lato destro non in senso politico… o meglio, il lato sinistro in senso “sinistro”… nella prima storia rock, Notte… no, Giorno, volevo fare Notte ma poi ho scelto il giorno perché allucinante… sono stato recentemente sul Gargano, c’era una luce settembrina pop incredibile, l’asfalto rifletteva, gli alberi riflettevano, non esistevano più primi secondi e terzi piani era tutto in 3 dimensioni tipo Viewmaster… quindi questo fascino del giorno che evidentemente sento molto… ma non i giorni così, giorni luminosi… o no… insomma, era il problema di crearmi un modulo. Cioè: come fare a limitarmi? come fare per crearmi un percorso di difficoltà? Ho questi 100 metri da fare e posso farli di corsa e tirar fuori una cosa disegnata e scritta, oppure posso metterci degli ostacoli da superare. Uno degli ostacoli era il modulo. Cioè ho inventato un modulo calcolatrice alla mano muovendomi in modo incredibile attraverso la matematica che non conosco, ma calcolatrice alla mano, con riferimenti mistici di misura… cioè qual è la misura, perché questo millimetro in più o in meno… e ho tirato fuori un modulo. Banale, 3 x 7. Ci sono arrivato attraverso processi incredibili e nella storia salta fuori dappertutto, lo disegno, lo cito, lo indico, piastrelle e quadri che sono in quel modulo… dalla somma di questi moduli, io ricavo le vignette. 2 moduli in orizzontale, due in verticale, quattro in fila e vengono fuori le vignette, lo spazio su cui disegnare. In Pacco, il modulo è diverso, estivo e molto più facilmente superabile. Esattamente l’opposto di Pentothal. (Andrea estrae l’abbozzo scritto della nuova storia per Alter) Titolo: Fumettazzo commemorativo dei miei 25 anni. Commemoro questo fatto. “Non ne voglio un cazzo di invecchiare” “se forzo il braccio il deltoide si stria…” sono tutte frasi così. Di tutto questo ora ho mantenuto solo “Ora ditemi se avrò mai trent’anni e se, sull’orlo dei 26, faccio male a non scappare” “ora guardatemi con i miei amici. In mezzo a loro sono giovinastro e dico sediazza, culazzo, terrazza e sono perfido”. Io non credo nelle differenziazioni fra conoscente, amico, fratello… sono camorriste, mafiose… però forse qui funziona: “però poi coi fratelli muovo le spalle, ci si perdona, siamo ragazzi”. Cioè io non sopporto più di non essere perdonato, per quello che faccio, come un tempo. Dal momento che non sono cambiato perché mi si impedisce di cambiare (sguardo alla stanza, ndr). Pretendo di essere perdonato come un tempo mi perdonavano quelli più grandi di me quando gli rompevo le braccia facendo finti esercizi di…; eeeh, ho rotto braccia, fatto casini, sfasciato macchine, incendiato furgoni, ne ho fatte nerissime e adesso non mi si perdonerebbe più, adesso la gente direbbe “oooh, il furgone, novecentomila lire” e le rivuole. “sono Pazienza, un nome stupido come una malattia” ora come si fa a scrivere questa frase senza che la gente… è pericoloso, potrebbe essere pericoloso. Andiamo avanti. Il manuale di dittatura del pentimento è una cosa che ho scritto quest’estate. È tutta una cosa molto difficile perché tutto il mio muovermi è all’insegna… è dettato da un… pentimento continuo.
Ah ma allora sei come quello della tavola del Male, quello delle ciliegie nelle orecchie…
Esatto, sì, esatto! Voglio essere punito, riprendetemi, voglio andare a scuola… “Il manuale di dittatura del pentimento mi converte all’orrore di dover trascorrere una notte di pentimento e quindi mi decido a correre ai ripari regalandole – questo lo dice una persona – regalandole questo meraviglioso gioiello in oro 8 carati, antico, di mia nonna. Trattandosi di una medaglia di un certo pregio, recante nella facciata A un bassorilievo in oro, ma piatto, cioè un’incisione, raffigurante un arciere il cui busto s’innesta al corpo di un cavallo, in sostituzione di quello che nella realtà sarebbe stato il collo equino della bestia, e sotto quest’allegoria la scritta: sagittario, e nella facciata B una scritta corsiva ‘Renata’ e una data, 11.2.61. Con questo regalo gioiello riscatterò presso di lei il mio amore”. Questo è riconducibile all’equazione secondo cui 3 milioni al mese non bastano a un vero ricco per pagare il proprio segretario, ma un gioiello in oro, in quanto oro e offre garanzie di speculazione… “Il manuale di dittatura del pentimento dice che sono un pitone ma non specifica di che tipo”. E questo è il pitone (mostra il disegno, ndr, tristissimo). “Io se fossi un pitone mi stupirebbe – alla romana – e resterei così per sempre stupefatto. Quante cose rimpiangerei: i diti, le giacche, le scopate, le mangiate. E come idea strisciare strisciare illuminato da un neon sotto vetro in mezzo a una campagna deserta. Che palle, non ci voglio pensare” Questo poi non lo scriverò. È solo un momento di… “E non ho imparato niente, di niente” “tavola bianca come la pazzia” “sul filo di un rasoio me la barcameno”. Di tutto questo non tiro fuori niente, però il senso è forse in questa vignetta, il gioco, in una storia del genere nella quale commemoro i miei 25 anni con una prosopopea che non è mia perché neanche me lo ricordo, il giorno del mio compleanno, è solo quello di approfittare di una situazione strana che mi permette, giostrandomi in certo modo la vignetta, la figura la tavola e soprattutto ciò che dico, di divertire accattivandomi della simpatia piuttosto che far inorridire la gente che pensa ma questo, oh, che cazzo sta dicendo… “che gioco piatto e sconclusionato, e poi l’han già fatto” Sono banalità, premetto “pensate ora voi. Grazie: dopo che io vi ho dato l’imbeccata. Ora sono stanco e pentito, vorrei restar girato e dimenticarmi di voi. Con una smorfia di dolore, e col pigiamino, girato verso il muro mentre gli ospiti pian piano vanno via e nella sala qualcuno spegne le luci. Amore mio” Tavola nera “amor di signorina morta”. Questa invece è la continuazione dell’investigatore senza nome. L’ISN… ora faccio un’avventura incredibile, di 25 tavole E LA FINISCO. Solo che le premesse della prima storia… non mi piaceva, non si capiva se era il disegno a essere didascalia della storia o viceversa… tutti questi fogli sono di preparazione alla storia. Adesso mi interessa ricollegare tutto quello che sto facendo, disegnato in un modo diverso, a quello che ho fatto prima. (fogli di Paz, ndr) Posso darvi un’idea da dare a qualche disegnatore? Un miliardario americano decide di commemorarsi, prende un Jumbo o anche più grosso, lo svuota completamente e lo prepara per un’enorme festa. Spettacoli, c’è di tutto, la piscina… volando. In un momento particolarmente difficile della politica internazionale, come ora, invita tutti i capi di Stato, segretari di partito delle potenze, dei Paesi produttori di petrolio, di quelli in via di sviluppo, a questa festa e tutti lasciano da parte le loro cose e si riuniscono, all’insegna del divertimento puro. Questo miliardario fa diversi giri del mondo, rifornendosi in volo per questa festa lunghissima e poi il clou: li chiama tutti a raccolta e sgancia un’atomica su Berlino. Che è un po’ come colpire tutte le nazioni contemporaneamente. Nascono da qui tutte le illazioni su queste persone rese complici da questa situazione. Lui dice adesso diamo il via alla terza guerra mondiale e sgancia questa atomica.
Non scoppierebbe perché sarebbero tutti corresponsabili… si metterebbero d’accordo.Sarebbe una terza guerra mondiale che scoppia a furor di popolo e non per decisioni di politici…
Non sempre il popolo è meglio dei suoi governanti?
No no. Mio padre continua a menarmela con la storia che la democrazia non esiste perché non è detto che perché questi sono di più debbano comandare… io sono anni che scoppio quando me lo dice senza riuscire a risolvere se non con le battute… di solito dico dimmi chi è il presidente della Camera. Lui non lo sa, e io “ahahahh!”, e me ne vado.