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Autore: kicca

Three amigos

Three amigos


di Laura Ponta Cutolo
dal catalogo Amore e buoni sentimenti,
5a Fiera del Fumetto di Napoli (1988)

Dicci tutto o quasi sugli innamoramenti e le infamie di cuore di Zanardi e i suoi amici.

Zanardi è un personaggio più complesso… più che infamie fa delle cattiverie con uno spirito quasi leonardesco, così per vedere se certe sue pensate funzionano… un po’ come giocare a Risiko o fare, come si dice qui in toscana, delle gran “ruzzate”… Lui in fondo non è una canaglia fatta, mi piace ancora un po’ bambinone…

Con le donne come si comportano i tre?
Eh, le cose vanno abbastanza male… Zanardi, Colasanti e Petrilli sono in fondo tre maschilisti… Zanardi è un misogino, lui non si pone il problema di scopare, ma parla solo dei modi, che è una strada obliqua per evitare il problema. Per lui (che, non lo dimentichiamo, ha un aspetto non accattivante ed è circondato da una pessima fama) le donne sono tutte puttane.
Petrilli invece è il classico figlio di papà che ha tantissimi problemi con le ragazze, che corteggia a lungo e che alla fine gli preferiscono magari Colasanti, il quale con un solo sguardo se le porta a letto. Insomma un bel terzetto che mi sono ricamato addosso, tre Andrea Pazienza dalla convivenza difficile…

Quali umori esprimono questi tre amici?
È dura. Zanardi teme di diventare adulto, Petrilli invece non vede l’ora di farla finita con un periodo tragico nel quale deve continuamente dare prova di essere quel tipo tosto che non è. Colasanti se ne sbatte perché lui fondamentalmente è un depresso…

Ma per una donna tra di loro possono tradirsi?
Che domanda!… Non ti ricordi la crisi isterica di Petrilli, all’inizio di Verde matematico, sotto casa di Zanardi, dove immagina che ci sta la sua ragazza che ha appena perso a dadi? Hai voglia che si tradiscano per una donna!

Gli piacciono più le ragazzine o le donne mature?
Sicuramente le donne belle e fatte, oltre i trenta. D’altronde è ovvio, essendo dei giovinetti. Donne di una certa età, ma piacenti. Loro tre non hanno il gusto dell’orrido, in fondo sono dei mammoni. Ma le cose sono forse più complesse: tutti aspirano alle donne mature, anche se poi Petrilli si innamora sempre delle ragazzine. Zanardi, essendo fatto di un materiale non reattivo, non si interessa di queste cose e Colasanti (che invece è un depresso e quindi è stracircondato di ragazze) si da un po’ a tutti, anche gli uomini. Colasanti, come dice Zanardi, è un uccellone vagante.

Cosa stanno facendo adesso i tre?
Beh, io non li vedo tutti i giorni, ma so più o meno cosa combinano. Colasanti è afflitto da una sorta di pinguedine acuta, conseguenza della gran palestra che ha fatto in passato. Zanardi vive il suo ultimo anno di liceo (lui è un gran ripetente) dandosi alla meccanica pura: intendo grandi moto, rischiando giorno dopo giorno e minuto dopo minuto la pelle sulle strade. Zanardi ha amicizie esclusivamente tra meccanici, patiti di moto e ladri specializzati in grandi cilindrate. Petrilli invece sta studiando come un dannato, prende anche ripetizioni perché deve assolutamente farcela quest’anno, per entrare al più presto nell’azienda paterna. L’unico suo diversivo è il tennis il pomeriggio. I tre, c’è da dire, non si stanno vedendo assolutamente al di fuori della scuola. Anzi, come è sempre capitato, Zanardi e Colasanti si ignorano proprio, finché Petrilli continuerà a stare sui libri non ci saranno più storie comuni.

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Una scena da Frigidaire. Andrea Pazienza per Sosta Palmizi


di Anna Bandettini

A teatro è arrivato per la via del cuore, o forse dell’enfasi, attraverso “quel sottile piacere, pungente e intenso dell’estasi”, come dice lui. 

“È stato due anni fa a Montepulciano. Ho visto Il Cortile del gruppo Sosta Palmizi – racconta Andrea Pazienza – uno spettacolo talmente bello che sono tornato a vederlo tutte le volte che ho potuto”. Mi affascinava quel loro apparente disordine espressivo, mi affascinavano i corpi dei danzatori-attori che si muovevano quasi come i miei personaggi, mi affascinava una ricerca artistica che non mendica consensi e va avanti per la sua strada. A quel punto è venuto naturale il nostro incontro”. 
Naturale, soprattutto, e sullo realizzare insieme uno spettacolo: Sosta Palmizi, il gruppo di teatro danza apprezzato ovunque, e Andrea Pazienza, uno dei disegnatori di fumetti più seguiti, l’inventore di Zanardi, eroe-antieroe della giungla metropolitana vissuto su Frigidaire, la firma prestigiosa per i lettori di  Zut.
Dai colli, che l’Elfo ha presentato fino a ieri a conclusione del “Festival dei festival” è nato cosi, sui loro sentimenti, passioni e ricerche comuni. 
“Inizialmente dovevamo fare un grande spettacolone. Il progetto è in buona parte già precisato, e già pronto e anche un plastico delle mie scene. Si sarebbe dovuto chiamare Alberi, avrebbe dovuto svolgersi in un grande posto all’aperto, con Sosta Palmizi, ma anche con altri ballerini, comici, mimi… Non è detto che prima o poi Alberi non si faccia, ma per ora era impossibile”, dice Pazienza. 
Giorgio Rossi, il coreografo di Sosta Palmizi, a questo punto gli fa un’altra proposta: perché non lavorare insieme su un altro spettacolo? 
“Dai Colli, potrebbe essere uno dei tanti umori che avevamo scelto per Alberi. Diciamo l’umore più positivo, più allegro. Io lo vedo come una spettacolo su un gruppo di ragazzi, forse dei giovani danzatori, che decidono di fare una passeggiata verso le colline. Lì, dai colli, questi ragazzi raccontano allo spettatore quello che vedono, mostrano i loro amori, l’incontro con i piccoli animali, i giochi con i sassi… in un’atmosfera fresca, ludica, gaia… Qui non ci sono i consueti personaggi di Sosta Palmizi, interrogativi, sospettosi, un po’ animosi”.
Il bello è che Andrea Pazienza, in questo spettacolo ci ha messo tanto di quell’amore, che la sua collaborazione alla realizzazione è stata veramente fattiva: una presenza costante, anche se ora il segno evidente, la firma “Pazienza”, appare soprattutto nel telone della scenografa. Un semplice, artigianale, telone, dove il disegnatore ha ritratto un paesaggio di collina e di ruscelli, una natura dai colori tenui e celesti, non dissimili da quelli dei costumi per gli attori.  
“Rispetto al mio lavoro è stato come acquistare un altro livello di conoscenze — dice — dopo uno prima esperienza scenografica avuta a Firenze nell’83 con Franco Branciaroli. Certo, ora intendo sfruttare questo bagaglio”.
Ma i suoi lettori possono stare tranquilli, perché Pazienza comunque non abbandona i fumetti. A Montepulciano, dove vive con la moglie in un maniero del ’700 (“da ristrutturare”, sottolinea), oggi è oberato di lavoro. E mentre aspetta l’arrivo di una moto nuova che lo eccita molto, è immerso con un amico fotografo ad ambientare un fotoromanzo giapponese.

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Andrea Pazienza


di Valerio Peretti Cucchi da Smemoranda n. 23 (agosto 1995)

Andrea Pazienza, un geniaccio creatore di immagini e di storie, ma soprattutto un vecchio amico che abbiamo voluto ricordare Durante un trasloco mi sono capitate tra le mani un sacco di cose che non trovavo da tempo immemorabile. Sarà successo anche a voi di aver rimosso, per vari motivi, l’esistenza di alcuni oggetti e ritrovarveli tra capo e collo dopo anni… No? Solo ai più disordinati? Beh, può essere, dato che io sono molto disordinato. Infatti, coerentemente su quella audio cassetta non avevo segnato nulla, né una data, né un titolo di canzone, nulla. La buttai nel cassettino della macchina e lì sarebbe rimasta inascoltata fino alla rottamazione se una lunga coda autostradale non mi avesse spinto a cercare un po’ di distrazione musicale. Infilai la cassetta nell’autoradio, per un momento pensai non ci fosse nulla, poi, improvvisamente, dei numeri recitati da una voce falsamente professionale: “Uno due tre prova prova…” Un suono antipatico, una timbrica nasale, una voce sgradevolmente metallica registrata da qualche ragazzotto brufoloso che cercava di darsi un tono… cazzo era la mia voce! E quello che rispondeva alle domande era lui: il mitico Paz! Come diavolo avevo fatto a dimenticarmi di quell’intervista? Quanti anni sono passati? Vediamo… era l’Ottanta? No, l’Ottantuno. Stavo finendo il servizio militare e collaboravo con una delle tante radio libere. Da sempre appassionato di fumetti, decisi di approfittare di un giorno di licenza e partii per Bologna per fare un’intervista ad Andrea Pazienza. Avevo già avuto modo di conoscerlo a Lucca, durante l’allora biennale mostra del fumetto, però i recapiti telefonici in mio possesso, essendo lui una sorta di artista nomade, temevo non corrispondessero più. Effettivamente era così, solo che in quegli anni le case, come gli amori, passavano di mano in mano entro la ristretta schiera di amicizie. Così la persona che rispose al telefono non ebbe difficoltà a darmi il nuovo recapito di Andrea. Lo trovai e ci demmo appuntamento alle due del pomeriggio davanti alla statua del Nettuno, il solito posto dove si danno appuntamento tutti a Bologna. Non ricordo che mese fosse, però faceva molto freddo. Lui arrivò con molto ritardo, e io fui fermato molte volte da ogni tipo di corpo di polizia. In quegli anni a Bologna i tutori dell’ordine erano molto sospettosi e il fatto che io non avessi né armi né droga, ma solo un registratore, li insospettiva ancora di più. Con Andrea andammo a casa di alcuni suoi amici che abitavano nelle vicinanze di piazza Maggiore. Non so se i ragazzi degli anni Novanta abbiano idea di cosa fosse una casa di studenti fine anni Settanta, inizio anni Ottanta. Una specie di sala d’aspetto ferroviaria dove però nessuno ti chiedeva il biglietto. Bastava dire sono amico di Tizio, o mi manda Caio e si poteva dormire mettendo il sacco a pelo su uno di quei materassi su cui era tracciata la storia sessuale e gastrointestinale di tutti coloro che ti avevano preceduto. In un angolo un basso elettrico, nell’altro uno zaino. Un frigorifero psichedelico grazie alla sua raccolta di muffe multicolori e un lavandino perennemente in attesa di una botta di indignazione che spingesse qualcuno a lavare i piatti. Insomma, le case degli studenti di quel periodo erano luoghi immondi in cui però nascevano e crescevano meravigliosi fiori di ingegno e creatività. Fu in un posto così che feci l’intervista a Paz. Oddio, a dir la verità, più che un’intervista fu un suo lungo monologo interrotto da qualche domanda.

Cos’è per te il fumetto?
Beh questa è una domanda alla quale, senza rischio di retorica, è piuttosto difficile rispondere, almeno per quanto mi riguarda; il fumetto è una cosa molto importante… ma non la più importante. In questo momento, per esempio, sto molto riflettendo su ciò che faccio e sempre più divento mistico da questo punto di vista, a dispetto di chi invece mi vede come persona superficiale, multiforme e cangiante, a esser molto buoni. Invece sto pensando moltissimo, e sto pensando che esistono delle matematiche di fondo in ogni cosa, che regolano tutto ciò che, dopo ancora, diventa progetto e solo alla fine realizzazione. Mi piacerebbe essere una di quelle persone che “pensano” questa matematica e che non si lasciano fuorviare dalla mano che va. E invece… invece non mi sto sforzando.
Mi sto sforzando di essere pedante e scolastico e irriconoscibile, e provocatorio fino alla morte e di divertirmi soprattutto. Il fumetto nasce da sottoculture: quella del feuilleton illustrato, della brutta fiaba che necessita di immagini perché possa essere in qualche modo assorbita, specialmente e chiaramente da un pubblico giovane. Invece sarebbe bello poter estrapolare questa forma, al momento così ridotta, farla diventare qualcos’altro. C’è chi lo sta facendo e io vorrei essere tra questi, ma poi, in fondo, non lo sto facendo e forse neanche quelli che dicono di farlo… Cioè, a ogni parola, me ne rispondo altre cinquecento che mi dicono “non è vero, non esiste una sola verità” – è chiaro no? – quindi potrei arrivare a dire che Walter Molino è il mio maestro… per una seconda volta sottoscriverlo. E invece, ecco, ci sono dei tempi, ci sono delle necessità di chiusura del numero, ci sono delle scadenze… che sono allucinanti perché fare una cosa bella che abbia una durata, dei tempi, delle matematiche di fondo in un fumetto non è come fare la stessa cosa in un film, perché si ha molto meno tempo. I tempi si riducono a poche settimane, a volte anche meno, se sei una persona che ha deciso di vivere anche una vita… fuori dal tavolo… io passo la maggior parte de mio tempo fuori dal tavolo. I tempi sono quelli che sono. Le matematiche vanno a farsi fottere. Bisognerebbe capovolgere alla base l’ordine che regola la produzione e la diffusione del fumetto e creare delle nuove aree di qualità; e queste aree di qualità – non mi vergogno a dirlo – si creano con i soldi, dando la possibilità ai giovani e ai meno giovani, a tutti i disegnatori di fumetti che valgono, la possibilità di adeguarsi a quelle che sono le nuove esigenze di una vita postmoderna e di avere a disposizione soldi a sufficienza per poter lavorare con maggiore tranquillità. Questo che cosa significa? Significa sostanzialmente che se un quadro della transavanguardia che costa sessanta milioni, è ben acquistato per quella cifra, io non riesco a capire perché una mia tavola deve costare ancora 120 mila lire. Il discorso è che ci si rende conto a un certo punto di muovere un business e di far mangiare troppi pescecani. Mi sembra di essere Il vecchio e il mare: sto ritornando al porto e ho attaccato la mia fatica allo scafo della mia barca, ma prima che arrivi a lasciare la lisca che mi è rimasta sul renile, gli squali me l’hanno spolpata tutta quanta, appunto riducendola a una lisca. E allora? Ci si accontenta quando si muovono piccoli business, si è aiutati dall’entusiasmo; ora l’entusiasmo c’è, ed è tanto, però il business è diventato grosso e io ancora mi rifiuto di credere che tutti possano vivere del fumetto meno che i disegnatori. Frase che viene puntualmente ripetuta a tutti i giovani fumettisti, quando si presentano alle redazioni dei giornali, ivi compreso Frigidaire. E allora?!! Che storia è? Io lotto ragazzi, non sono tirchio, lotto capito? e faccio cagare sangue a chi mi dà fastidio su queste basi. Io credo che la matematica regoli parte della nostra vita; sono anche convinto che esistano delle matematiche capaci di regolare il nostro animo, cioè delle matematiche interiori che diano al gesto significato. Questa minore dispersione di energie, questa maggiore concentrazione su ciò che è importante può darci la felicità. Ecco, io credo che la matematica sia importante e vorrei rifarmi a dei modelli matematici, ma la mano segue delle matematiche sue; a volte sono delle matematiche di disimpegno, a volte sono delle matematiche non matematiche, e a volte la mente vacilla, e… e si muove attraverso limbi sconosciuti e questa matematica va a farsi benedire, cari amici… Però la matematica è importante. Ecco, per quello che riguarda la ricerca io penso che, se a ogni gesto che faccio su un foglio di carta, e se a ogni linea corrispondente al gesto, io riuscissi a dare il giusto significato, il segno verrebbe fuori dal foglio e verrebbe a parlare con te. Io a volte pecco di presunzione però conosco perfettamente i miei limiti, perché sono retto da una convinzione che è quella di essere agli inizi. Mi piacerebbe essere sempre all’inizio, cioè pensare che tutto ciò che sono riuscito a fare non ha nessuna importanza… ed è per questo che mi piacerebbe la ricerca pura ed è per questo che non mi sento un fumettista, ed è per questo che non mi interessano i pareri e non mi interessa di rispondere alle lettere sui giornali, e che invece mi interessa di più essere un rocker e farmi la vita da rocker finché m’interesserà e non ci si può perdere più tempo di tanto, bisogna avere tempi di evoluzione lunghi, anche se rispetto ai tempi di evoluzione di altri sembrano velocissimi.

Quando crei una delle tue tavole, come procedi? Normalmente si parte da un soggetto, quindi si passa alla sceneggiatura e poi al disegno. È un metodo usato un po’ da tutti i tuoi colleghi, fai anche tu così?
Io ho scoperto solo di recente di avere una seconda possibilità, e ve la dirò. Prima, però, parlo dell’unica che ho usato finora, che era quella di buttare su un quaderno dei disegni a matita, sui quali faccio dei segni, sembra una scrittura… sono quasi un crittogramma, credo di riuscire a capirli solo io; è una scrittura completa direi, di slancio. A quei disegni farò un riferimento enorme in seguito, perché sono le prime cose che mi vengono in mente, quelle che nascono falla mia cultura cinematografica, dal mio desiderio di raccontare, dalla mia vera essenza. In seguito mi creerò una gabbia, che, quando mi va bene, corrisponde a un modulo. Questo modulo varia, quello che ho usato per Giorno e per Verde matematico è il 7×3,5. Poi ho un’altra mezza misura che mi serve in aggiunta a questo modulo iniziale… mi serve ad aumentare la tavola di un tot che non è proporzionale al resto delle misure, e dà movimento alla tavola stessa. La divido quindi in quattro parti con dei segni verticali e orizzontali. Delle quattro strisce sovrapposte solamente due sono suscettibili di essere aumentate a piacimento, le altre due rimangono invariate, quindi rispondono al modulo. In seguito costruisco la storia aggiungendovi moltissimo ma mantenendo comunque quella che era l’idea originale. Ultimamente mi è successo per Verde matematico di avere avuto solo dieci pagine (su sedici) di sceneggiatura buone, da seguire; avevo iniziato a farla, in seguito non ero assolutamente contento dell’ultima parte e della conclusione e allora mi sono chiuso in camera mia, giù in Puglia, mi sono seduto a un tavolo e per la prima volta in vita mia e senza avere una sola idea in testa e senza avere nessun tipo di ispirazione e con l’animo più greve di questo mondo, mi sono accinto a lavorare solo di testa… Ho lavorato di testa, è venuta fuori una confusione che a me piace molto, indipendentemente da quello che possiate pensarne voi. E sono stato contento perché così ho trovato la seconda soluzione, cioè esiste anche una soluzione che a volte è quasi solo matematica. Bisogna capire profondamente la psicologia del personaggio che stai disegnando, vestirlo in un certo modo, questa o quella impronta, fargli dire le frasi che conta no, giocando sull’equivoco e, soprattutto, partendo dal presupposto di parlare a della gente che conosce il linguaggio. È una scrittura particolare, credo, con una serie di ripetizioni e di virgole e di non punti, o di trattini finali o di punti esclamativi che sono a volte inflessione dialettale o dialetto, tutto qua. Invece, quando disegno a mano libera, lavoro come se stessi su un aliante, vado comodo, sciolto, rilassato, lasciandomi trasportare dalla matita come se fosse vento.

Parliamo ora dei tuoi personaggi di maggior successo: Zanardi, Petrilli e Colasanti. I caratteri di tutti e tre sono talmente ben delineati che sembra quasi esistano veramente.
Zanardi esiste al punto che non ho nessuna difficoltà a trovarlo e fargli una fotografia, perché secondo me Zanardi è la persona che conosciamo tutti senza che questo fatto lo trasformi in stereotipo. A volte è la nostra cattiva coscienza, ma qui diventerei troppo banale se continuassi a parlare di un mio personaggio in questi termini, che sono termini storici. Zanardi è un mio amico, ma è anche la cattiva azione di ognuno di noi. Zanardi vive di false sicurezze, d’accordo, ma il possedere una concessionaria Renault in centro è una falsa sicurezza? Il sapere di ereditarla, che cos’è, se non sicurezza? I personaggi, quando li disegno, soprattutto in Giallo scolastico e Verde matematico, hanno una loro acerba consistenza, perché il segno li distingue vignetta per vignetta, eppure sono sempre loro, e sono quello che la loro anima è nel momento in cui si svolge l’azione. Sono le notti che hanno passato in bianco prima di arrivare a questa storia che io sto raccontando, senza che io lo dica… sono tutte le esperienze che loro hanno vissuto negli ultimi mesi… e sono i loro shock giovanili, sono i loro traumi infantili… È tutto un insieme di cose che ha fatto sì che quando ho chiesto a un amico: “Che macchina può avere Zanardi?” e io l’avevo scritto già, lui disse: “Una Golf nera diesel 1600 Cabriolet”. Ed era vero, era la macchina di Zanardi. Noi sappiamo che è figlio unico, ma lui è “IL” figlio unico. Io mi trovo a pensare a volte che i personaggi che popolano le storie di Zanardi e vivono con lui la sua avventura, guardino a Zanardi esattamente come lo guardo io e come tutti quelli che lo leggono. Con un misto di odio e simpatia, perché Zanardi è l’amico che da piccolo ce le faceva passare nere, hai capito? Ed è quello che noi avremmo voluto schiacciare, ma è anche la persona alla quale maggiormente avremmo voluto assomigliare.

Andrea Pazienza è accusato di essere uno che non facilita la lettura delle sue storie al pubblico perché le comincia e quasi mai le finisce. È solo colpa tua o anche degli editori?
Non è assolutamente una colpa editoriale, quindi dipende unicamente da me. Ecco, qui ne approfitto per dire un paio di cose: la prima, con tutto il rispetto che ho per echi mi legge, è che io non mi preoccupo affatto di loro… per fortuna, sennò non so a quale campana dovrei stare. Così me ne sto sotto la mia, così come vi auguro di stare sotto la vostra, anche perché non mi dispiace poi troppo, hai capito? Non perdo le notti al pensiero delle loro settemila lire, delle loro tremilacinquecento lire in meno, cioè sono cazzacci vostri in fondo, no? Quello che penso è che quando inizio una storia e non la continuo ho fatto una cappella. Però tutte le storie cominciano e non finiscono e soprattutto non credo di utilizzare nei miei fumetti dei tempi da storia a puntate. Può essere un fastidio e senz’altro lo sarà perché mi si fa una colpa, e da più parti.… Non posso parlare di questo senza diventare antipatico; mi rendo conto che questo mio tono calmo e rinunciatario mi addolora, e più vado avanti e più mi intristisco. La verità – ammesso che si possa parlare di verità – è che non me ne fotte proprio niente; da questo punto di vista sono assolutamente superficiale, non me ne frega un cazzo, quindi se non mi va o se mi viene un’idea migliore abbandono quella di prima e comincio quella nuova, sempre pensando di recuperarla il mese dopo, o il mese dopo ancora, o comunque di finirla, di resto non ci vedevamo troppo, ci decidevamo metterla da qualche parte e poi invece non lo faccio mai.

Andrea, tu sei uno dei comproprietari di Frigidaire, la nuova rivista che da un anno spopola sul mercato italiano. È una rivista di lusso, carta patinata, prezzo equo, molto bella. Mi vuoi parlare di questa esperienza? Prima di Cannibale, poi di Frigidaire, di questa… chiamiamola “scuola bolognese” nata dalle ceneri del ’77 e che ha al suo attivo produzioni di ogni genere.
Questa è una cosa della quale può essere bello parlare, almeno nella prima parte. Io sono a Bologna da 8 anni, quindi c’ero anche nel ’77, c’ero anche da prima… Va’ beh… non mi va di parlare di Pentothal… sul serio, mi limiterò a parlare in questo caso della Traum fabrik. E avrei voluto dare alla mia voce un tono più enfatico, perché è stato veramente un momento eccezionale quello della Traum, che era una casa occupata qui a Bologna, e io ci sono arrivato a fine aprile, ho conosciuto Scozzari e poi ho passato lì tutti i mesi a venire fino a metà ’78, quando è stata sbaraccata. Dalla Traum sono. nati i Gaz Nevada, Scozzari, io, altri… e tutti a disegnare, a muoverci e a produrre senza che nulla volesse o dovesse nascere, non lavoravamo per nessuno. E infatti non lavoravamo, e inoltre eravamo ancora sani, e molti dei miei amici lo erano, oggi lo sono meno, e poi ho incontrato qualche tempo dopo Tamburini che aveva fatto Cannibale che a me piaceva moltissimo, e abbiamo cominciato a lavorare anche lì. Come lavoravamo? Facevamo delle jam session, incredibili, e basta. Gli ultimi Cannibale li facevamo in una notte, divertendoci come pazzi, irresponsabili fino al midollo, disegnavamo quello che ci veniva di disegnare. E tutte le esperienze a venire sono state alcune belle e altre brutte; non parlo di quella con Rizzoli, importantissima per me in quanto prima fase, però è stata abbastanza, se così si può dire, impersonale nel rapporto. Invece Il Male per esempio, è stata un’esperienza stupenda. Veramente, mi sono divertito come quando andavo a scuola, a fare casino dalla mattina alla sera, e mi sentivo meno che giovane, meno che intelligente… mi sentivo quasi una locomotiva in quelle occasioni, mi sono sentito insieme ad altri che pedalavano come pazzi, era troppo eccezionale… A Cannibale facevamo queste jam session indimenticabili, però poi per il resto non ci vedevamo troppo, ci decidevamo sempre all’ultimo momento. Invece per Frigidaire la storia è molto diversa. Sono comproprietario di questo giornale, e qua si entra nel campo di percentuali, con una percentuale ridicola rispetto a quella di Vincenzo Sparagna. Questa è una cosa che dico in quanto rispondo a una domanda che non mi sono scritto da solo. Mi è stata fatta una domanda, io rispondo; di conseguenza la mia percentuale, il mio potere d’acquisto è limitato a ciò che riesco a fare, in quanto sono l’unico non stipendiato – forse anche qualche altro non è stipendiato – che lavora così a cottimo, diciamo; tutto qua. Per quanto riguarda invece le mie collaborazioni con altri, almeno ideali, allora posso dire che Filippo [Scozzari] è davvero un amico, è un amicone-insomma, ogni aggettivo sarebbe superfluo a questo punto. Anche gli altri. Mi capita di litigarci, però ci sentiamo veramente dei musicisti. Ora c’è però chi vive a Roma e si fa la redazione e allora ha meno tempo per la ricerca. Capita a questi amici quasi di invidiare, di provare gelosia per la provincia come Bologna, dove si radunano, nascono, fioriscono nuove leve che prestissimo cessano di essere leve e promesse: gente come Igort, Carpinteri, Nicola Corona. Ragazzi che nel giro di un mese hanno fatto dei passi che altri non fanno in una vita. E hai voglia a stare a dire sì ma… va beh… ma la storia… Qui ragazzi non si può andare per il sottile, qui ci sono mani ben disegnate, ci sono chiaroscuri complicati, ci sono triangoli, spigoli che hanno veramente un senso, per la prima volta si sta facendo un lavoro di specializzazione su quello che è stato il confusissimo segno degli ultimi anni, per qualche cosa di nuovo. Cose molto belle e complicate, è questo si può fare solo se si ha tempo, e soprattutto, se si subisce. Però chiaramente, un ragazzo come Nicola Corona non può vedersi pubblicata una tavola di otto mesi prima, perché lui sta facendo il surf sull’onda di ciò che avviene. E non possono spuntare i suoi residui quando lui è già su un altro pianeta… perché le evoluzioni, in questo caso, diventano colore, diventano matematica di soggetto, sensazione, è un altro tipo di lettura… rivolta forse a un’élite di attenti. Però l’attenzione perché non può essere richiesta? Perché una tavola che è stata fatta in un giorno deve essere letta e viene letta in quattro, cinque, massimo dieci secondi? L’attenzione può essere necessaria, e i disegni di Corona necessitano appunto di questo, di attenzione, come quelli di Carpinteri, come quelli di Igort, come quelli di altri amici.

Leggendo le tue storie, sembra quasi che invece di una matita o un pennarello ti piacerebbe poter usare per i tuoi disegni, una chitarra elettrica. Qual è il rapporto che hai con la musica?
Per quanto riguarda la musica, tutta la musica, la più impensata, io sono una fogna, in quanto sono un ascoltatore di radio accanite, cioè ascoltatore accanito di radio accanite. Ma radio. Quindi sento tutto, perché sento solo la radio; quindi apprezzo, disegno, memorizzo… e vado a tempo a volte, e preferisco soprattutto quelle emittenti che sono una vera e propria raccolta di pezzi. Per il resto è mio grande rammarico non suonare, perché “slegherei” dalla mattina alla sera. Però evidentemente non mi interessa poi al punto da ballarci più di tanto… la musica… no, non parlerò della musica che mi piace.

Un’ultima domanda: tu sei giovanissimo, venticinque anni. Cosa si prova a essere considerato un po’ un enfant prodige?
Io sono stato un antipaticissimo enfant prodige però per fortuna ero anche così carogna che riuscivo a capovolgere un po’ questa sorta di automatica antipatia che si prova per questo tipo di gentaccia, quali gli enfant prodige. Ero un infante prodigio nel disegno però se vado a rivedere le mie cose non mi sembro poi così eccezionale, e non per modestia, ma perché in effetti mi sembrano delle cose non eccezionali, nel senso più vero del termine. E allora penso che probabilmente ho avuto intorno anche un padre artista che mi ha svezzato perché io ho respirato praticamente l’aria dell’acquerello; tutto qua. Cioè, quindi, quando sono arrivato ad avere diciott’anni io “slegavo” con la matita, facevo delle cose che oggi forse non riuscirei a rifare. Sono convinto che certe cose che ho fatto a diciott’anni siano oggi improponibili per certi versi. però irripetibili per altri. Ho avuto un passato di solo virtuosismo, ero quasi un fenomeno da baraccone. Poi quando ho smollato queste lande che mi vedevano così mero protagonista, sono venuto qui a Bologna, sono stato due anni a giocare a boccette diventando una schiappa discreta e… profondamente ghettizzato nel meridionalume bolognese… un sacco di gente notevole… e questo non fare nulla mi ha profondamente maturato. Io vivevo insieme ai miei compagni d’appartamento. Eravamo ammalati praticamente 365 giorni l’anno e non ci muovevamo dall’isola calda e sporca del nostro letto. Mi sono mosso perché era inevitabile che lo facessi. Mi sono messo a disegnare perché dovevo raccontare quello che vedevo, sennò mi sarei messo molto probabilmente a fare il pittore.

La registrazione si interrompe bruscamente qui. Di quel giorno ricordo, a parte ciò che vi ho già raccontato, che Andrea, alla fine dell’intervista, mi mostrò una cartella gonfia di tavole e schizzi, dicendomi che se ne avessi voluto uno, avrei potuto sceglierlo. La tentazione, ovviamente, fu grande, ma rifiutai pensando che gli avrei portato via un qualcosa su cui lui, comunque, si guadagnava da vivere. Lo ringraziai e gli dissi che appena ci saremmo rivisti, se avessi avuto dei soldi, gli avrei acquistato un disegno. L’occasione non ci fu più e a me rimase, oltre al rimpianto, la certezza di essere tanto corretto quanto pirla!

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«Zanardi è la cattiva coscienza di tutti noi»


di Thomas Martinelli da Alias (inserto de Il manifesto) n. 5
(5 febbraio 2000)

I momenti che “attualizzano” uno scritto su Andrea Pazienza non mancano mai, tanta è l’impronta indelebile del suo “segno invincibile” nel panorama culturale italiano degli ultimi decenni. La grande mostra che ha circolato ultima nell’ordine a Bagnoli (Napoli), ogni volta più ricca, il lavoro instancabile e puntuale di raccolta dei fratelli, le riedizioni delle sue opere (prossimamente Baldini & Castoldi ripropone il denso e penetrante Pompeo) e nel prossimo futuro un film tratto dalle sue storie. A osare è Renato De Maria, il regista che ha girato per la RAI il documentario sull’appartamento di Bifo, già sede di Radio Alice e di altri momenti del movimento bolognese del ‘77. Dopo Hotel Paura, film con Sergio Castellitto e Isabella Ferrari, il regista bolognese che ha vissuto con Pazienza momenti di passaggio fra il ’77 e gli 80 si cimenterà con la traduzione sullo schermo di tre episodi diversi ma emblematici di Paz: Pentothal, Giorno e Zanardi. Di questa transizione fra l’apice del movimento del ’77 alle prime avvisaglie del cinismo individualistico degli “orrendi Ottanta” dalla creatività anarcoide e liberatoria giovanile pur sempre parte di una sinistra di cui s’intravedeva qualche smagliatura al lato bieco e odioso della merce e del delirio d’onnipotenza adolescenziale che in quei crepacci si è annidato, si parlava con Andrea Pazienza in questa intervista. A Pisa nel 1981 in occasione di una bella mostra a Palazzo Lanfranchi dedicata al mensile Frigidaire, la testata di “tendenza” allora, sia come contro/informazione che come fumetto, ci eravamo seduti per terra appartati in un angolo. Come sempre allora, la chiacchierata con lui era un imprevedibile flusso di coscienza, fortunatamente in quell’occasione fissato su nastro da un registratore acceso.

Da Pentothal a Zanardi, qual è il personaggio di Pazienza?
Facciamo così: io rispondo a domande in modo un po’ generico… parlando così… uscendo a volte fuori tema… Allora io penso questo: esistono due momenti della mia vita, uno è il momento Pentothal, che a sua volta si divide in altri due: uno molto cattolico, clericale, da sagrestia con una ridda di giochi, divertimento, scuse, affettazioni, tartagliamenti, congestioni, nasi grandi, pustole ecc. Poi c’è invece un momento sempre in Pentothal molto più duro che appunto poi è il momento Pentothal, quello che io definii così, che poi doveva essere questo siero della verità che invece non è stato solo questo…che era molto più legnoso, totemico e al quale potevo fare riferimento senza espormi così tanto. Ma questa è una fase iniziale di assoluta non conoscenza del mezzo attraverso il quale io mi proponevo… e così, un po’ come nei temi in classe quando ti dicono “bravo, ma fuori tema”, io mi espandevo sulla carta in modo abbastanza sconnesso, senza esercitarmi molto nel segno, facendo quello che io sapevo già fare, cioè proponendomi attraverso delle chiavi che io già conoscevo, che avevo già sperimentato in altre occasioni, nel privato oppure quando facevo i quadri. Invece tutta l’ultima produzione – la migliore – è quella che a me piace di più e che nasce dalla volontà di divertimento, non tanto di raccontare ma dalla voglia di ricreare delle situazioni quanto più possibile evocative. Questi momenti in me nascono sull’onda di quella che vorrebbe essere una scoperta matematica. Cioè, a me la matematica è mancata a scuola perché la odiavo. Invece adesso ne sento la mancanza nel senso che mi piacerebbe costruire attraverso dei moduli in modo simmetrico, speculare, definito delle cose che siano quanto più possibili e realiste. Zanardi è la cattiva coscienza di tutti noi, è il nostro compagnuccio di scuola, l’amico d’infanzia perfido che ci ha umiliato in mille modi. È la persona che abbiamo odiato di più in assoluto ma alla quale avremmo voluto assomigliare, alla quale ci siamo ispirati di più. Era nefando, ignorante, spregiudicato perché assolutamente vuoto.

Perché al liceo e non nella vita normale dove pure c’è questa categoria di persona?
Io adesso sto acquistando forza statica con l’età e perdo invece quella forza che mi faceva volare sulle scale in salita che noi tutti – abbiamo la stessa età – ricordiamo fin troppo bene, quasi con dolore, perché appartiene a ieri, non ancora all’altro ieri o all’anno scorso. E allora ci sono ancora dei momenti in cui io mi provo, e non mi ritrovo più con quel dinamismo tutto particolare.

E tu che pensi?
Penso che va male da questo punto di vista, mi dispiace molto. A me non interessa la maturità perché io non credo nella maturità nel senso di acquisizione di conoscenza, responsabilizzazione, presa di coscienza di certi fatti. Mi piacerebbe rimanere giovane il più possibile, nel senso di non doverla mai menare a nessuno dicendogli quello che secondo me deve o non deve fare.

E tu ti comporti così?
No, non mi comporto così, assolutamente, però quando devo inventare dei personaggi cerco di fare in modo che questi personaggi rispondano quanto più possibile a questo particolare tipo di dinamismo eccentrico, violento che poi ha in sé la ribellione, perché non si tiene. Insomma però, questo non è l’aspetto più importante o quello che m’interessa… Io mi accorgo che in una città esistono mille situazioni diverse e le riconosco molto di più nei ragazzi che negli adulti o in questi che rappresentano un po’ come me l’età di mezzo, quando non si ha più tempo da dedicare al fatto modale spicciolo, al colore della vespa, a quel particolare aggeggio che ti distingue. E tutto questo muoversi a me piace. Da un certo punto di vista mi disgusta: perché? Quando poi l’ho fatto io, tutta la mia energia dinamica in qualche modo la disperdevo perché poi non sono arrivato a nessuna conclusione degna, dal momento che oggi mi riconosco con dei dubbi enormi…la disperdevo quindi in politica. Ho passato il liceo a fare casini in politica, mentre invece oggi nei licei di politica non si parla neanche un po’, non esistono più le assemblee, non esiste più niente. E in fondo?il divertimento puro?… È un regresso sicuramente, se si può parlare di regresso, ma forse è superfluo parlarne.

C’è chi dice che a volte ti diverti quando fai i tuoi fumetti, ma…
Ecco, posso rispondere? Prima di tutto il fumetto ha dei tempi che sono i tempi del fumetto, sono i tempi che non danno al fumetto la dignità alla quale potrebbe assurgere in altre particolari circostanze. Nessuno naturalmente ci costringe o costringe me a lavorare producendo una storia al mese o ogni due mesi, però poi alla fine si entra in un gioco particolare di situazioni che ne sei costretto forse più che se esistesse realmente una figura che ti obbliga a farlo. Il fatto è – voglio entrare anche in termini spiccioli – che una tavola a me viene pagata 100-120 mila lire. Basta prendere il giornale e contare il numero delle tavole: quello che tendo a fare, come tutti quelli che riescono a pubblicare tutto quello che fanno, è di garantirmi uno stipendio. Quello che fanno tutti, tutti quelli che cercano un lavoro cercano di fare questo… Per esempio, c’è una tavola su Amore mio dove c’è una figura accovacciata che guarda un pezzo di carta appallottolato che gli sta davanti, è una cosa a colori. Dietro io ci avrei voluto fare un Victor Vasarelli, tutto matematico, una sorta di progetto costruttivista con delle cromie molto studiate, molto particolari e ti assicuro che sarei riuscito a farlo se avessi avuto il tempo. Non avevo il tempo e mi sono dovuto accontentare di una serie squalificante di rombi colorati. Potrà anche piacere, però non è la cosa che avrei voluto fare se avessi avuto un tempo diverso. Però questo non è importante… Quando riesco a produrre qualcosa che mi piace molto, io godo, mi diverto nel farla, passo dei momenti che per me sono indimenticabili. Quando invece faccio qualcosa che non mi va, io ho sofferto per un mese e quindi non perdo il sonno a pensare alle 3500 lire che ha perso il tipo comprando il giornale e rimanendo deluso, perché lui ha perso 3500 lire e io ci sono stato molto, ma molto più male… Sono io quello che ci sta peggio, quindi non mi sento costretto di dare spiegazioni a nessuno da questo punto di vista. Un’opera d’arte o un quadro o un vaso o un water significa esattamente quello che riesci a vedere. Quello che vedi è quello che è. Nessuno ti obbliga – ed è giusto – a conoscerne la storia, a conoscerne i passaggi della ricerca che sono alla base del progetto, tutte la teorie dell’evoluzione che hanno portato a questo tipo particolare di oggetto. È una storia a parte. Il critico secondo me è un parassita perché vive del lavoro di altri, quindi un’opera significa o non significa quello che riesci a vedere. Tutto il resto sono altre discipline, la storiografia, le mille definizioni che compongono l’universo, la galassia delle materie al Dams, per esempio, che sono una più stupida dell’altra o una meno definibile dell’altra, una più funambolica dell’altra nella definizione. Poi, in effetti se la cosa riesce a trasmetterti qualcosa ha funzionato, se non te la trasmette non ha funzionato e finisce lì. A volte è questione di un millimetro… Esistono delle matematiche che determinano tutto questo. Queste sono le matematiche alle quali io vorrei arrivare, però è un lavoro difficile perché quando sei là, vai, capito?

C’è un tuo filone di satira politica o proprio non ti poni il problema?
No, mi piacerebbe avere a disposizione una quantità di segni diversi e poter fruire di questi segni, però vanno coltivati in qualche modo. Io non ho molto tempo né voglia… Poi in verità se io adesso mi dovessi mettere a fare la satira politica dopo due anni che non la faccio più, non ci riuscirei. Così come non avrebbe più senso per me fare una vignetta con De Michelis con la scritta “De Michelis è un brigatista”, mentre invece al limite se l’avessi fatta due anni fa – però usando un modo particolare di proporre l’immagine – avrebbe funzionato, forse.

Che musica ti piace adesso?
Sento la radio, però non ho impianti, non colleziono dischi, non so… siccome di solito dico cose alle quali credo, almeno al momento… Se tu mi fai una domanda sulla musica, io ti posso rispondere con qualche cosa buttata lì che poi domani non ricorderei.

Allora più secco: che disco metteresti adesso?
Ah, metterei l’ultimo dei King Crimson, Discipline con Robert Fripp che fa il barrito d’elefante.

Ti senti una star?
Tsk! No.

Sei ancora il vecchio…
…Non sono mai stato il vecchio, c’ho 25 anni… Solo in certe occasioni come queste si ha l’occasione di trovarsi, altrimenti e per fortuna non si vivono certe cose proprio per niente. Meno male. Non è né un ghetto né altro, è proprio la felice normalità e la vita di chi se l’è cercata e che se lo sta vivendo con idiota tranquillità. Ho un’infinità di problemi, ma non sono questi, cioè sono proprio problemi: non fare il militare, cambiare casa…

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BOLOGNA 20 OTTOBRE 1981: STREAM OF CONSCIOUSNESS CON ANDREA PAZIENZA


di Franco Serra e Antonio Tettamanti da Linus n. 6 (519) (giugno 2008)

Credo che fosse il famoso appartamento di via Emilia Ponente 43 a Bologna. Ricordo un tavolo da disegno troppo piccolo, un grande letto, qualche mobile della nonna e Andrea, che con l’avanzare della giornata andava carburando sempre più, alto, bello e spettinato umido di una doccia recente, addosso un’improbabile elegantissima veste da camera rossa damascata.

Con l’amico Antonio Tettamanti ero andato a trovare l’amico Andrea Pazienza all’inizio dei fatidici anni 80 a parlare di fumetti (i suoi fumetti) e, inevitabilmente, di vita. La sua vita. Un’implosione dell’immaginario collettivo giovanile di allora e non solo. Quella che qui pubblichiamo è la trascrizione fedele, integrale e non editata di quella giornata, tolta qualche riga tecnicamente incomprensibile per difetto di registrazione e del tempo passato. Ne esce un inedito flusso di coscienza, di non facile lettura, ma spero illuminante, della sua opera e della sua vita. Due elementi indissolubilmente legati, sia nella percezione di chi l’ha conosciuto, sia in quella di chi legge il suo modo di essere arbitro. Da parte mia, mi sono reso conto di non essere capace di separare la rilettura di questa intervista dal ricordo di Andrea e del suo modo di essere artista. L’impressione è quella di risentire la sua voce, il ritmo e il calore della sua parlata, la cocciutaggine con cui cercava le parole precise per dirlo. La passione “intorcinata” per quel linguaggio, il fumetto, che era anche uno specchio fedele del suo agire. Per chi non abbia vissuto quegli anni, consiglio di armarsi dei fumetti che Andrea descrive: Pentothal, Giallo scolastico, Pacco, Aficionados, soprattutto, e di rileggere insieme a lui quelle pagine semplicemente geniali. Buona lettura (F.S.)

MATEMATICA 1

Mi hanno chiesto per l’ennesima volta “tu fai fatture?”. Gli ho risposto che glie l’avrei detto la prossima settimana… In questi giorni non riesco a disegnare. Attraverso periodi in cui mi viene molto facile, altri in cui non è affatto facile, nel senso che mi si ripropongono sulla carta le immagini di sempre e quindi non provo nessun divertimento. Mi viene a mancare qualsiasi incentivo. Non riesco a costringermi, così cerco di rinfocolare lo spento fuoco del desiderio di fare con dei sistemi. Io cerco, in pratica, una matematica nella vita che io non ho. La matematica che ho sempre odiato, che so, alle scuole medie eccetera, la cerco adesso, anche perché mi piace. Così faccio dei break e leggo Lanciostory e Skorpio, o ricomincio a rileggere dall’inizio 1984, che è da quattro anni che cerco di superare le prime dieci pagine, e poi non ci riesco, oppure mi drogo, col sistema della canna nel pomeriggio. La canna del pomeriggio diventa una specie di Orlando alle prese con i succhi gastrici, con l’abbiocco eccetera, allora ci ho rinunciato. Ieri ho trovato della polvere, che mi hanno dato dopo mesi e allora, stamattina vedete, ho acqua distillata, il limone, eccetera e sono rimasto così… normale; normale? per quanto io possa essere normale… e non è venuto fuori comunque niente. Quindi adesso sono anche preoccupato, cioè… (ridacchia) Io sono arrivato ad Alter nel ’77 con quelle tavole che sono state pubblicate. Non era il primissimo lavoro, ma poi ho riciclato tutte le tavole anche le prime nelle storie seguenti, quindi anche quelle in pratica sono state utilizzate. Adesso è tutto molto più bello, quando c’è… quando ho voglia di fare, anche perché non è cambiato quasi niente, ma non in senso lato come si dice: “Sì, è cambiato qualcosa in superficie, ma nel profondo sono rimasto uguale”. No, non è cambiato niente nemmeno in superficie. Nulla. A parte certe considerazioni che ho fatto, ma che avrei fatto comunque, rispetto all’ambiente, alle persone da frequentare… la mia vita, il sistema per buttarla via…

PUBBLICO E PRIVATO

Anche il mio lavoro… è tutto concatenato. Non esiste assolutamente un pubblico e un privato, mi veniva da pensare con una certa presunzione. Ma è importante che venga fuori anche questa presunzione… nel senso che, alla fine, quello che faccio potrebbe essere la punta di un iceberg di tutta una serie di sommovimenti che ho… nel senso che poi mi piace anche lavorare col cuoio, costruire statuine, farmi le cinte, immaginare di tutto, veramente… Il fumetto è comunque una maniera incredibilmente sincera di esprimermi, nel senso che sono io il mio primo lettore e io devo convincere innanzi tutto me stesso. Così spesso faccio delle gran puttanate, ma sono il primo io a riconoscerle – e quasi non mi dispiace, di disegnare delle cose che non mi piacciono, o di dire delle cose nelle quali non credo, ma non credo fino in fondo, perché poi ci credo abbastanza, capito? – Questo mi dà l’opportunità di recuperare la volta dopo, con un impegno maggiore, diverso. Adesso però vorrei ridurre al minimo le puttanate per divertirmi, io. Anche perché mi sono quasi convinto, anche parlando con un mio vecchio insegnante del liceo artistico di Pescara che ho rivisto che è poco, dopo cinque sei anni, che mi ha detto una cosa alla quale credo molto e cioè che l’unico modo per metterlo nel culo, ammesso che m’interessi, ma in fondo m’interessa, a quelli che a me non piacciono per una ragione o per l’altra – continuando a sentirmi diverso e in fondo sottolineando questa diversità – è fare delle cose valide, almeno per me. Alla base di tutto questo ci dev’essere un’equazione di fondo e cioè che io faccio quello che mi pare… non m’importa di scagare, io faccio esattamente quello che voglio. Combatto con una grossa pigrizia di fondo, nel senso che io esaurisco molto spesso in fase progettuale quello che m’interessa fare… perché questa mia pigrizia mi impedisce di vincere quel minimo di battaglia che c’è da fare per realizzare qualcosa di diverso… alla fine mi riduco sempre a fare il fumetto e a fare solo quello. Non frequento assolutamente nessuno dell’ambiente dei fumetti… non parlo mai di fumetti, mi gratifico con degli amici che magari lavorano anche loro, ma sono molto al di fuori, uno è Nicola Corona, che è uno al quale non importa nulla di lavorare, di fare, ha dei tempi lentissimi, va a lavorare allo zuccherificio, eppure è molto bravo. E questo mi dà anche l’opportunità di pensare senza troppe influenze di giudizio che mi vengono dall’esterno a proposito di quello che faccio. A Roma è molto diverso, come lo sarebbe penso anche a Milano, ma in fondo qui a Bologna la situazione mi fa più pensare con gli altri di fare per esempio delle performance, o di gestirmi uno spazio teatrale, o di lavorare a delle musiche. Ora sto facendo delle scenografie per un teatro di Firenze.

RICONOSCERE IL PROGETTO

Il fumetto è il mio momentaneo e periodico chiudermi, anche in me stesso, sicuramente, a lavorare su una serie di materiali che ho inconsciamente reperito e incasellato. Adesso mi trovo quasi a giocare in pratica con quelle che sono le mie capacità di ritenzione… ci sono volte in cui guardo un palazzo, perché penso che mi potrà servire, con un occhio un tantino diverso e lo guardo tutto, senza soffermarmi su nulla, perché non so cosa mi servirà in seguito di quel palazzo. Prima era tutto molto più inconscio, adesso sballo molto di più sulla funzionalità delle cose, degli elementi, sul perché un oggetto è fatto in un modo piuttosto che in un altro, e questo ha allargato moltissimo quello che era all’inizio il limite che mi veniva dal mio essere di sinistra, perché pur guardando al comunismo come a una cosa da evitare assolutamente, e pur non avendo altri riferimenti reali, posso dire di esserlo costituzionalmente o di esserlo stato…; questo mi poneva anche dei limiti, ora guardo tutto moltissimo e riesco ad apprezzare tutto moltissimo. Forse anche perché vivo in una situazione di disagio oggettivo che mi facilita, mi sensibilizza moltissimo. E allora guardo agli oggetti, alle cose, alle automobili, alle case, soprattutto se sono belle, con un occhio diverso, che è l’occhio di colui che riconosce il progetto. L’occhio di colui che al di là dell’elemento, del colore, della funzionalità creata e ormai operante, guarda alle spalle di queste cose… Al momento di iniziare questa specie di rivoluzione, l’anno scorso, prima di partire per gli Usa, perché poi sono stato in America proprio perché cercavo questo segno 80, ma questo è un concetto che posso poi non ribadire, perché poi in effetti questo è stato importante per me stesso, però può essere importante per chiunque, andarci… Quando sono tornato, un anno fa, questo allargamento mi portava a considerare con interesse anche cose che interessanti storicamente non sono, se vuoi una dispersione di interessi, nei confronti di tutta una serie di cose, allora anche delle musiche che a me non piacciono, che non mi piacevano, allora cominciavo a guardarle con un occhio diverso perché dicevo, ma sì, però anche lì… anche il punk ha un progetto iniziale e serve a qualche cosa quindi interessa scoprire anche questo. Allora non mi disgustavo più a priori. Ora invece, dopo questo allargamento, forse eccessivo, mi sto richiudendo. Però ho escluso tutta una serie di cose e ne ho acquistate altre.

POSSIBILITÀ

Ora mi piacerebbe parlare di due progetti di fumetto. Uno è Giallo scolastico e un altro è Pacco. Dietro questi due fumetti, in effetti, c’è un progetto, e siccome mi sono accorto che se ne è parlato, anche sul Manifesto, per esempio, di Giallo scolastico, in termini di film, con una recensione che non ho capito, che mi è piaciuta perché ne parlava come di un film ed era un film che mi interessava fare. Pacco differisce da Giallo scolastico, innanzitutto perché i personaggi che in Giallo scolastico m’interessava delineare, ora partono già dai presupposti e si va avanti. Poi cambiano le atmosfere. Qui è stato fatto come Godard ha registrato A bout de souffle, in presa diretta, su quello che succedeva, e poi ho lavorato su una cosa che mi è realmente successa mentre invece tutti gli altri fumetti sono un collage di cose che sono capitate a me o ad altri, o che immaginavo potessero succedere. Alla base di questo tipo di lavoro – che si discosta progettualmente moltissimo da quello che può essere un lavoro sulla fantascienza e sul giallo classico nei quali si usano una serie di armi, una serie di codificazioni – c’è un’ipotesi possibilista: tutto questo può succedere in termini di normalità, senza bisogno di un evento catastrofico, subliminale alle spalle, o che perduri in tutto il fumetto. Cosa è successo, che dopo aver fatto Giallo scolastico, che mi piace anche perché alla base c’è tutto un esercizio di scrittura sul fumetto, minimo perché il fumetto è quasi una riduzione radiofonica di un romanzo, rispetto a quello che potrebbe essere un film ecc. è un momento di riduzione, (ho capito che, ndr) in Giallo scolastico l’ipotesi possibilista era portata alle estreme conseguenze. Perché i personaggi si delineavano in un certo modo: in pratica c’è una quantità di cose non dette e di cose dette, in cui quella delle cose non dette è di molto superiore a quella delle cose dette. Nel senso che Pacco nasce da una domanda che io avevo fatto a un mio amico. Io avevo disegnato la Golf nera GT 1600 diesel di Zanardi. Poi avevo chiesto a un mio amico: “secondo te che macchina può avere Zanardi?”, e lui dopo averci pensato mi ha risposto una Golf diesel nera. Questo fatto mi ha sconvolto. In effetti, lui non potrebbe che avere questa macchina. Perché Zanardi, Petrilli, e Colasanti, si intuiscono tra le righe si legge tutto il loro vissuto dichiarato, ma non esplicitamente: da certi particolari, nel disegno, nelle espressioni, nelle facce, da certi elementi della sceneggiatura… così di Zanardi posso dire che ha il padre non ricco, ma benestante e che comunque lui è figlio unico il che gli permette di avere una macchina come quella. La caratteristica principale di Zanardi è il vuoto. L’assoluto vuoto che permea ogni sua azione. Praticamente Zanardi rappresenta ciò che più ho odiato nel comportamento di una persona che ho conosciuto nella mia infanzia. Invece Colas è sicuramente ricco e tutto quello che fa è mediato da questa sua ricchezza. È un marchettaro e non si sa perché lo faccia, ma riesce a farlo in un certo modo, in pratica lui si regala la possibilità di scegliere in base a questa sua ricchezza. Si potrebbe arrivare addirittura a conclusioni del tipo: dove vivono, che fanno, Petrilli, invece è un frustrato, che non rinuncia a un certo tipo di gioco con gli altri, è plagiatissimo, non se lo può permettere, perché fisicamente è a quel modo, perché ha la famiglia che ha.

Petrilli è quello che brucia la Volkswagen in una tavola del Male?
Sì, ma neanche, non è così cattivo in fondo non è capace neanche di quel tipo di risoluzione. Lui è capace di dare delle dritte. dice: guarda, quella è la figlia del bidello, ma poi si tiene a distanza, magari non si diverte neanche, comunque è senz’altro il più intelligente, il meno vuoto dei tre. Tra Colasanti e Zanardi la differenza sostanziale è che, pur frequentandosi, sono tutti e due soli, sono due lupi solitari che proprio per questa loro “diversità”, si vedono costretti quasi a frequentar-si e ad andare insieme per questa loro strada. “Sono un lupo e non mi si chiami fido”.  In Pacco, dovevo inventarmi un segno “estivo” che non fosse tirato via, nel senso che io l’ho disegnato anche in condizioni di grande precarietà, ancora più precarie di qui, dove per lo meno ho un tavolo e una sedia… Non mi rimaneva che fare un esercizio sulla scrittura. Quando salta fuori questo Maurizio, questo tipo di “Vicino Padova”, nel delineare questa figura, ho fatto riferimento a tutta una serie di partecipazioni mentali, mnemoniche che ho avuto, nella mia infanzia… io, in prima persona, o che leggevo in altri ancora più sfigati di me. Ho fatto un collage di sfighe ed è venuto fuori questo Maurizio, che vive grossolanamente tutto ciò che gli è consentito, la droga, il camping, le sbarbe eccetera, però sempre con questo fare cattolico, disgustoso, pregnante, che lo porta a garantire… lui fa i quiz sugli animali… è così…

A UN CERTO PUNTO, TUTTO IL DIALOGO SI FERMA

A me riesce molto più facile disegnare tavole vuote, che piene di dialogo come queste, perché si rende necessaria una partecipazione mimica del personaggio a ciò che dice… questa è una cosa che ho imparato al Male, che bisogna che la faccia di chi parla, nel botta e risposta l’espressione insegua tutto il dialogo, sia a sostegno di ciò che si dice all’inizio, ma anche della battuta finale, perché esiste anche una matematica del leggere certe cose. Naturalmente, in una vignetta piccola è tutto molto compresso, è difficile… mentre le tavole libere sono puro disegno e via. Succede che a un certo punto, il dialogo si ferma. Dice: “beh, mi sembra di non aver dimenticato nulla… posso andare” e lui fa questo viaggio che si conclude con “Zanna colpisce l’impiccato con un mattone sulla testa”, questo finale vuoto, bianco come la pazzia, a me piace moltissimo, perché in effetti lui in quel momento non pensa a niente e non è risoluto a fare assolutamente niente, che non sia andare a tirargli una mattonata sulla testa. Lui sa benissimo come andrà a finire tutta la storia: si crea un diversivo, qualcosa da fare? no lui lascia in pratica che il destino segua il suo corso, ma che razza di destino è se lui lo prevedeva già? A un certo punto, questa possibilità di giocare col proprio destino, promuovendo un’azione fisica assolutamente elementare, pagandola 30.000 lire, lui sa benissimo che il tipo se ne andrà. Per di più non ha niente contro il tizio che gli dà il pacco, ce l’ha molto di più con gli altri, che danno il numero della tenda al guardiano del campeggio… E lui, parte, va a San Severo, vede e insegue il tizio. La scrittura qui si rompe, io ho quasi paura a scrivere, infatti, il lettering è un lettering rotto, fatto quasi con la sinistra. In queste ultime due vignette volevo scrivere… ma poi m’è successo questo e quindi ho avuto anche un momento di delirio nei confronti di, cioè. È incredibile! Il fumetto, Zanardi mi ha raggiunto, prima che io potessi concludere la storia. Ma a quel punto, la storia mi sembrava così eccessiva, così densa di conseguenze anche giudiziarie per Zanardi, che invece si tiene abbondantemente fuori da cose di questo tipo, che ho scelto il mattone, un elemento non tagliente, suscettibile di fare molto male, ma non di uccidere. In queste ultime due vignette io volevo scrivere: Zanardi dà questa mattonata sulla testa a quel tipo a differenza di quello che tu avresti fatto, che tu lettore avresti fatto. Puoi decidere di fare del male a una persona, ma al momento di farlo, con una premeditazione totale, senza assolutamente alcun presupposto se non quello di aver perso dei soldi, nessuna speranza di riaverli indietro, questo colpire e basta. È del tutto inspiegabile anche se è la prima cosa che viene in mente, la persona che ha avuto il pacco vuol ritrovare il tipo e fargliela pagare…

…non c’è neanche il gusto dell’azione.
Invece lui lo fa. E perché lo fa? È questo che non sono riuscito a spiegarmi. Cosicché, concentrandomi molto per entrare in quella che può essere la psicologia di Zanardi sono arrivato alla conclusione che lui non pensa assolutamente a niente. È il vuoto che lo permea, che lo circonda, solo il vuoto. La dinamica del viaggio che lo spinge a passare per San Severo e a fare quello che fa. Lui si gioca le sue carte quasi con una disperazione totale, quasi rendendosi conto di questo vuoto. Il personaggio ha insomma superato l’autore: arrivato alle ultime due vignette mi sono accorto di aver giocato con un personaggio forse più grande di me. In modo tale da rendermi difficile spiegare le sue azioni.

Mah, la risposta immediata alla domanda: perché Zanardi fa questo è: perché è Zanardi. Volendo cercare ulteriori motivazioni puoi dire che è una sorta di demone dell’inconscio dei lettori, fa quello che tu vorresti ma non fai mai.
Ed è anche quello che tu odieresti immediatamente, di primo acchito. Però mi sono accorto che lui non può essere certo considerato un eroe operante ma neppure un non eroe. Sfugge a queste definizioni: e per la prima volta da quando disegno mi accorgo di essere alle prese con un personaggio che ha uno spessore enorme dovuto a questo vuoto che è anche un limite in fase progettuale e durante il lavoro, nel senso che non è un vuoto da riempire ma da mantenere tale. Il divertente è che in Pacco l’inconscio collettivo finisce che è costretto a identificarsi con questo dentone (Maurizio, quello di “Vicino Padova”, ndr) che fa i quiz sui criceti e garantisce. A un certo punto, comunque il discorso si spezza e questo vuoto viene reso graficamente e attraverso una serie di momenti. Queste vignette sono tutte pensate, in fin dei conti anche se apparentemente sono…no, non direi tirate via, hanno un segno “estivo”.

IL METODO DEL FUMETTO

Mi ha meravigliato la rigidità sequenziale di Pacco…dico, le vignette hanno tutte la stessa dimensione e ogni pagina ha lo stesso numero di vignette. Sembra quasi un riferimento specifico a uno schermo cinematografico.
Questo è il discorso…un altro discorso. È il discorso del modulo. Cioè a un certo punto mi sono accorto di avere a disposizione una serie di segni. Io dopo questi anni di lavoro tendo ormai a uscire da quello che il fumetto comanda piuttosto che fossilizzarmi in un segno anche di qualità ma molto identificabile. Più vado avanti più tendo a scrollarmi di dosso il senso del segno per il fumetto. Allora, al posto di un’implosione, cioè tutti i segni a convergere in un solo luogo oppure tanti disegni con elementi di comunanza, riconoscibilità, ho deciso di operare un’esplosione, di distribuire la qualità del segno in una serie di possibilità l’una diversa dall’altra, e di esagerare, quasi, a livello di esercizio, queste differenze.

In che senso?
Nel senso che, mettiamo, in un occhio disegnato in una storia e nell’occhio disegnato in un altro ambito o storia dello stesso disegnatore si possono trovare delle analogie. Il disegnatore disegna otto occhi diversi e alla fine tutti si assomigliano. Faccio un esempio, Magnus. Magnus ha un segno inconfondibile, certo, ma in tutte le storie si rendeva riconoscibile anche perché alla base degli occhi, ed è un esempio, faceva sempre lo stesso movimento, cioè delle pieghe spezzate al centro, quasi avessero una luminosità centrale che divideva il segno della palpebra inferiore. E questo è un termine di riconoscimento, Oppure, altro esempio, quando si disegnano le mani: ogni autore disegna le mani in un certo modo, possono differenziarsi l’una dall’altra ma in fondo… come per esempio Breccia o tantissimi altri. Quando non si opera in questi termini si diventa degli illustratori. Ora, io non sono un illustratore… non che mi… ma non è il mio caso, ecco. Però è appunto su questo tipo di differenza che voglio lavorare. Accentuare queste differenze. Lavorare con materiali diversi ponendomi volta per volta, momento per momento, istante per istante, addirittura centimetro, millimetro di segno per millimetro di segno, il problema della differenza rispetto al segno usato in altre circostanze in modo da disporre di una gamma infinita o quasi, o comunque una molteplicità di segni molto differenziati gli uni dagli altri. Da usare in una serie di circostanze.

MATEMATICA 2

Quindi, l’esplosione che ipotizzavi… il collegamento fra il centro e i vari poli esterni è più matematico che grafico, non c’è il trattino d’unione, è un fatto logico e metodologico.
Sì. Quando questa nova sarà esplosa potrò raggiungere di volta in volta questi satelliti… aprire una stanza e dire ecco, qui c’è tutto quello che mi serve per questa cosa che sto facendo ora. Matematica, certo: in pratica voglio ritrovare quella matematica che mi è mancata all’inizio. E quest’assenza in fondo mi ha permesso di fare Pentothal ma ora me ne devo assolutamente discostare. Tutta questa storia, tutte queste cose che ho detto, sono riconducibili a un’equazione molto più semplice che esprime la divisione fra due tipi di sentimento: cioè da una parte Pentothal e dall’altra Zanardi. Poi, naturalmente, ci sono altre possibilità, c’è il momento del colore, il momento della storia di un certo tipo, l’esercizio sulla fantascienza ammesso che lo voglia fare e lo faccia eccetera. Però, prima di tutto questa differenza: da una parte Pentothal e dall’altra Zanardi. Cosa c’era prima di Zanardi: da una parte Pentothal e dall’altra la condizione… che è questo personaggio con i dentoni che appare in Pacco ne è in pratica l’espressione grafica. Che corrisponde alla punta della basetta di Topolino. Cioè sono in pratica i ragazzini con le basette ancora di pelo, che suonano la campana nella chiesa, sono i ragazzini ancora nella fase dello sviluppo dei baffi, con un sacco di retaggi dei quali sembrano non potersi liberare mai da qui all’eternità.

Il foruncolo mentale…
…esatto, il foruncolo mentale. Quando disegnavo Pentothal… Questa condizione che mi faceva sentire liquido, stupido, abbrutito nel mio salameleccare, tutto un rumore di battere di tacchi; riconoscimento del… falsa modestia… riconoscimento dell’essere forte negli altri; continuo riconoscere che tu sei più forte di me, capito?; continuo prostrarsi, la condizione quasi di essere confidente della donna… in una classe ci sono i maschietti che fanno i maschietti poi al limite se lo cacciano nel culo nei cessi. E poi c’è questa figura di mezzo che è la figura del confidente delle fighe. Colui che con le fighe non ci fa niente, però le bazzica, ci va a studiare insieme ed è odiatissimo da tutti gli altri. Io non sono mai stato così però è forse stato il mio pericolo nascosto. Anche perché quando facevo il liceo ero di 2 anni più piccolo degli altri, e di 4 anni mentalmente rispetto ai ragazzi più scafati di Pescara. Io venivo dal paese. Invece Pentothal era la condizione legnosa, ossuta, vitale, con i baffi. Molto più maschia. Forse meno intelligente, meno sensibile di quell’altra che invece rivela e richiede molta sensibilità. Pentothal è una figura più accentratrice, quasi totemica, muscolare, dinamica. Uno che in pratica si muove col cervello attraverso una serie di parametri normali, usuali, ma che col sogno, ma nello specifico onirico spazia in… con… un fumetto assolutamente non-possibilista, anzi, il fumetto dell’impossibile. Pieno di rivendicazioni, zeppo in fondo anche di qualunquismo, anche se calati all’interno di un certo settore… quindi opinabilissimo… ma soprattutto Pentothal era l’amicizia, il rapporto quasi omosessuale con l’amico, il momento donna vissuto in termini di affezione, in fondo anche di semplicità. Quindi un sacco di cose belle in cui mi piaceva riconoscermi. Ma onestamente io, come persona non sono mai appartenuto né alla prima condizione, perché la riconoscevo molto spesso in altri che odiavo, né alla seconda. La prima, poi, è stata cancellata. La seconda… quel che salta fuori poi dalle storie di Pentothal è che non reggono il tempo, se non come documento, e questo non mi interessa. E non reggono il tempo perché sono di un’ingenuità mostruosa, sono zeppe più che di imprecisioni, di ingenuità linguistiche, di discorso.

C’è una piena aprioristica
Si. Custer… tutta una serie di luoghi comuni che tirar fuori è un po’ ingenuo. Oggi, almeno sarebbe impossibile. (break)

IL ROCK

(A queste condizioni, ndr) se n’è sostituita comunque un’altra che è il rock, che è Zanardi. Ora non parlerò più di Zanardi, e parlerò invece di questa storia del rock. Io ho deciso di essere rock, come Mick Jagger, e mi muoverò in questo senso da qui all’eternità. Cioè, non ho nessuna voglia di invecchiare in tutti i sensi, compreso quello fisico. E molta voglia invece di muovermi attraverso tutta una serie di canali che non sono assolutamente quelli stabiliti per legge, che non sono quindi la televisione, lo spettacolo eccetera. Mi interesserebbe, per divertimento mio, muovermi a livello di esercizio di volta in volta alle prese con qualcosa di diverso. Nel senso che mi diverte l’idea di poter operare una violenza su me stesso costringendomi a interessarmi di cose alle quali istintivamente non arriverei. Decidere di fare un fumetto in un certo modo: dire adesso faccio un fumetto sulla fantascienza, vediamo, attraverso me. Cioè lo filtro, però giocandomelo con tutti i crismi, tutti quelli che sono i luoghi tipici, angolature tipiche, attraverso le quali si guarda a un certo tipo di operazione. Come dire ora faccio un’operazione sulla poesia. È un po’ quello che faceva Barthes, a me Barthes non piace, ma comunque faceva cose stranissime, ha scritto poco e di tutto, cose stranissime. Gli interessava muoversi a livello di esercizio perdendo molto tempo e acquisendo, anche, certe conoscenze.

È un’operazione di tipo zen, questa. Parlo di Zen perché mi ricorda l’operazione sottostante a quel libro, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig.
Esatto, sì.

Ora una domanda leggermente assurda. Ha un senso che questo Pentothal, virile e baffuto, parte in un certo senso altra, in seguito abbia una riproposizione prima nell’Investigatore senza nome e poi nel Tenente Stella?
Ci sono momenti di collegamento certo. E momenti di abbrutimento. Cioè abbrutisco una figura che rischia di diventare stupida nella sua granitica… nel suo granitico e prevedibilissimo muoversi. È una specie di linea che si muove su binari paralleli: e allora c’è il momento dell’assurdo nel quale io mi muovo in modo del tutto assurdo. E c’è il momento possibilista spostato all’estremo. Cioè io scarto tutta una serie di ipotesi non possibiliste per arrivare a fare una cosa che sia quanto più possibile possibile.

È forse l’unica chiave di lettura possibile, appunto, di Aficionados.
A te è piaciuto, Aficionados?

Mmmsì, non mi ha entusiasmato ma mi è piaciuto, magari per fatti esterni al fumetto stesso…
C’è una considerazione importante da fare su Aficionados… ci sono momenti in cui è facile spiegarmi, forse perché sono sballato e sciorino frasi l’una dietro l’altra, momenti in cui è più difficile forse perché ci penso un attimo di più… comunque è questo. L’esercizio sulla scrittura che sto facendo, perché lo sto facendo, sto facendo un sacco di esercizi, non so se si capisce questo.

È la cosa più entusiasmante. Lo studio sulla frattura e la ricomposizione del linguaggio. Non una presa diretta zavattiniana del parlato ma uno stravolgimento che diventa iperrealista. Non so, anche in cose come Anco Marzio e tutte le storie di quel tipo.
C’è anche quello. Fu un lavoro molto grosso, quello. Tutto comunque va riportato all’idea di limite, di gioco molto limitato che io porto in me. Parlo delle difficoltà che incontra un amatore a costruire una nave nella bottiglia: una cosa che gli altri non riescono a fare, ma non è importante. Però lo voglio fare e di volta in volta mi pongo delle difficoltà maggiori, perfezionandomi e perfezionando il meccanismo. Anche se i risultati non sono quelli del perfezionista. Perché non è il risultato che mi interessa… caso limite: se una cosa la scago, mi offro l’opportunità di recuperare la volta dopo, con rabbia ma senza assolutamente rimorsi. È l’unica cosa che mi fa fare tutto: l’atto del salire sulla montagna, non la cima. Ora, fare fumetti è anche trovare un testo, trovare un soggetto, qualcuno che scriva un soggetto e disegnarlo. Purtroppo, io non riesco a disegnare su testi degli altri proprio per le ragioni che potete immaginare. Può essere un esercizio, ma non posso far recitare dei personaggi che parlano con la voce di altri, proprio perché faccio degli esercizi sulla lingua, sul parlato. Gli originali di Pacco sono pieni di pecette. Nonostante il segno sia tirato via ci sono un’infinità di pecette, l’una sull’altra perché cambio i contorni degli occhi, modifico le espressioni lettera per lettera, per così dire. Si accompagnano lettera per lettera. Ripeto, non sono i risultati, quelli che mi interessano, ma il modo in cui arrivo a soddisfarmi… Quello che capisco facendo una storia, non mi serve per la storia successiva, perché parto da presupposti che sono quasi sempre opposti: a una storia, che so, molto ritmata di solito faccio seguire una jam grafica molto liberatoria.

EVOCAZIONE

Ora, in Aficionados, l’esercizio era solo su una frase. Da quest’esercizio su una frase è venuta fuori tutta la storia. E la frase era: “Francesco Stella, ex maestro di tennis di Livorno, comandava i suoi uomini con piglio tennistico”. Perché da questa frase è saltato fuori tutto? Questa frase, anzi quest’equazione, perché in fondo lo è, cela il mirabile processo, il meraviglioso processo dell’evocazione. Il meccanismo dell’evocazione, che Pratt conosce benissimo e in questo è maestro, consiste nel ricreare… e anche Paolo Conte… ma la mia è una cosa un po’ diversa da quella di Hugo… anche se poi in Stella, che non si chiama così per caso, così come lui usa Shanghai Lil, non a caso… ora, l’evocazione si instaura quando a degli aggettivi si sostituiscono dei sostantivi, l’aggettivazione del sostantivo, insomma e io per definire una situazione non uso più l’aggettivo ma uso il sostantivo. Io non spiego com’è Stella per aggettivi, lo spiego per sostantivi. Stella è un maestro di tennis di Livorno negli anni 30. Cosa significa essere maestri di tennis in una città come Livorno nel ’30 posso solo immaginarlo e sperarlo che lo immaginino anche gli altri.

Forte dei Marmi, Virginia Agnelli, Malaparte…
… maglione con righina rossa e blu, sì, e tutta una serie di possibilità.

Soprattutto un pessimo tennis.
Soprattutto un pessimo tennis, certamente, rivierasco e non competitivo. Soprattutto in competizione col nulla. Fare una storia sull’evocazione… a volte far delle storie così significa ridursi a una frase, come quella del professore in Giallo scolastico che dice a Colasanti “mi sono innamorato di te ed è stupido che lo dica”. È anche stupido che io lo scriva, ma è così stupido che io scriva di un professore che si innamora di un suo allievo che tutto diventa oltre che evocazione anche possibile. In quali termini un professore universitario ex sessantottino può rivendicare il suo diritto di innamorarsi di un marchettaro? Solo in questi termini di stupidità. L’accentuazione di questa stupidità rende possibile tutto, non c’è altro. L’evocazione nasce quando ci si ferma a considerare una serie di aspetti che nascono da un problema. Tutto comunque ristagna in quel che ho detto prima, nel muoversi in modo da raccontare le cose in termini di sostantivi, non di aggettivi. È esattamente l’operazione opposta a quella di espandere il senso delle cose, muoversi su diversi piani, dire molte cose, raccontare parecchio, scrivere molto muovendo tutta una serie di circostanze per arrivare al senso della cosa. Qui si richiedono molti aggettivi, una serie vasta di aggettivi. L’evocazione invece nasce dal processo inverso, dal mettere insieme termini di uso comune, da una riduzione del senso della frase e dalla lunghezza stessa della frase in questione.

Però dal punto di vista dell’evocazione Aficionados risulta un po’ buttato via, prevedibile.
A me non è piaciuto. Cioè, ci sono delle cose che possono piacermi, ma senza soddisfarmi fino in fondo, anche il colore che non ho dato io. Il tutto è comunque riconducibile al fatto che io ho sbagliato utilizzando un’idea iniziale buona e realizzandola in tempi brevi e male. Ora di questi tempi brevi, e dell’aver operato male, non è più nel segno di Pacco che è studiato anche se svolazzante. Però il segno è tirato via e basta, però, ho sbagliato perché l’esercizio è stato minimo, assolutamente. Ho sprecato un’idea buona, quella del viaggio, perché non l’ho portata avanti, perché mi sono rifatto a una serie di battute, di gag abbastanza prevedibili. E poi ho cannato assolutamente, in modo cosmico il finale. Lo dico senza nessuna violenza: io faccio quello che mi pare e faccio quello che mi pare. Ti accorgi poi di mettere in pratica questo “faccio quello che mi pare” quando fai delle cose brutte, non quando fai delle cose belle. È in fondo, la soddisfazione recondita che viene dall’assoluta non-preoccupazione. È un tipo di gratificazione in fondo: la non-preoccupazione è bella. Nasce anche dal fatto che il fumetto non è un film, non coinvolge troppa gente, non richiede l’impegno di un film, soldi, spese, bilanci… poi perché quei quattro sorrisi che riesco a strappare, se ci riesco, valgono le 2500 lire del libro, rispetto a quello che ti propongono i film, Frigidaire, L’Espresso, Alter… non è una cosa peggiore, capito? e a tutto questo aggiungo l’assoluta non preoccupazione per l’immagine e la pretesa di poter recuperare in un secondo tempo… penso già in un certo senso a quello che farò dopo… da qui nasce una specie di tranquillità che io penso sia suscettibile di essere trasmessa, dalla pagina a chi legge. Io sono tranquillo, e credo che questa naturalezza possa saltare fuori.

Già. Perché poi secondo Luigi Bernardi dell’Isola Trovata, Aficionados è la tua cosa più bella…
Mah, è stata solo una cosa funzionale al mio procedere… Comunque non è un’assenza di preoccupazione che nasce dalla sicurezza, non ha niente a che vedere. È esattamente il contrario, questa non-preoccupazione che nasce dal fare quello che mi pare viene fuori dalla consapevolezza che tutto è molto caduco. Non si scrive la Storia, non si sta scrivendo nessuna Storia. Nell’unica conferenza che ho fatto, a Modena, invitato dal Comune, in una libreria… ero abbastanza teso e la prima domanda che mi hanno fatto è stata perché io faccio le storie a puntate e non le continuo. (…) La prima cosa che mi è venuta in mente, sulla quale però ho riflettuto, è che io faccio quello che mi pare. Esattamente quello che mi pare. Non mi pongo neanche il problema della continuità, ma non per mancanza di rispetto per… ma perché proprio al lettore non ci penso. Non penso al lettore, cioè, come a un’entità giudicante, che paga e vuole avere certe cose. In fondo, e per questo il mio è un operare molto circoscritto, i lettori non sono molti e io sto parlando ad amici. Agli aficionados: ma loro sono aficionados miei, e io sono aficionado loro. Ma veramente. Lo sono sul serio dal momento che sono qui, ora, e quando esco mi accorgo di non essere preso in nessun ingranaggio. Sono assolutamente libero e non è una libertà conquistata ma una libertà che mi sono mantenuto.

(…) IL MODULO 3X7

Muñoz diceva che il fumetto nasce quando è stampato, quando è dato in pasto al pubblico…
No. Sono d’accordissimo con… credo con Joyce, un pezzo imperniato su una donna, la figura di una donna…

Molly Bloom. La parte di Penelope.
Esatto. In pratica lui dice che bisogna disfarsi della propria opera come ci si disfa delle unghie dei piedi. L’ho letto e ho detto io sono d’accordissimo con questo tizio. Quello che mi interessa è tutto ciò che viene prima. La fase progettuale, l’impostazione… in Giallo scolastico, tanto per sottolineare la dicotomia fra Pentothal e questa nuova ipotesi rock alla quale mi sono votato… per quanto riguarda un certo ambito, il mio lato destro non in senso politico… o meglio, il lato sinistro in senso “sinistro”… nella prima storia rock, Notte… no, Giorno, volevo fare Notte ma poi ho scelto il giorno perché allucinante… sono stato recentemente sul Gargano, c’era una luce settembrina pop incredibile, l’asfalto rifletteva, gli alberi riflettevano, non esistevano più primi secondi e terzi piani era tutto in 3 dimensioni tipo Viewmaster… quindi questo fascino del giorno che evidentemente sento molto… ma non i giorni così, giorni luminosi… o no… insomma, era il problema di crearmi un modulo. Cioè: come fare a limitarmi? come fare per crearmi un percorso di difficoltà? Ho questi 100 metri da fare e posso farli di corsa e tirar fuori una cosa disegnata e scritta, oppure posso metterci degli ostacoli da superare. Uno degli ostacoli era il modulo. Cioè ho inventato un modulo calcolatrice alla mano muovendomi in modo incredibile attraverso la matematica che non conosco, ma calcolatrice alla mano, con riferimenti mistici di misura… cioè qual è la misura, perché questo millimetro in più o in meno… e ho tirato fuori un modulo. Banale, 3 x 7. Ci sono arrivato attraverso processi incredibili e nella storia salta fuori dappertutto, lo disegno, lo cito, lo indico, piastrelle e quadri che sono in quel modulo… dalla somma di questi moduli, io ricavo le vignette. 2 moduli in orizzontale, due in verticale, quattro in fila e vengono fuori le vignette, lo spazio su cui disegnare. In Pacco, il modulo è diverso, estivo e molto più facilmente superabile. Esattamente l’opposto di Pentothal. (Andrea estrae l’abbozzo scritto della nuova storia per Alter) Titolo: Fumettazzo commemorativo dei miei 25 anni. Commemoro questo fatto. “Non ne voglio un cazzo di invecchiare” “se forzo il braccio il deltoide si stria…” sono tutte frasi così. Di tutto questo ora ho mantenuto solo “Ora ditemi se avrò mai trent’anni e se, sull’orlo dei 26, faccio male a non scappare” “ora guardatemi con i miei amici. In mezzo a loro sono giovinastro e dico sediazza, culazzo, terrazza e sono perfido”. Io non credo nelle differenziazioni fra conoscente, amico, fratello… sono camorriste, mafiose… però forse qui funziona: “però poi coi fratelli muovo le spalle, ci si perdona, siamo ragazzi”. Cioè io non sopporto più di non essere perdonato, per quello che faccio, come un tempo. Dal momento che non sono cambiato perché mi si impedisce di cambiare (sguardo alla stanza, ndr). Pretendo di essere perdonato come un tempo mi perdonavano quelli più grandi di me quando gli rompevo le braccia facendo finti esercizi di…; eeeh, ho rotto braccia, fatto casini, sfasciato macchine, incendiato furgoni, ne ho fatte nerissime e adesso non mi si perdonerebbe più, adesso la gente direbbe “oooh, il furgone, novecentomila lire” e le rivuole. “sono Pazienza, un nome stupido come una malattia” ora come si fa a scrivere questa frase senza che la gente… è pericoloso, potrebbe essere pericoloso. Andiamo avanti. Il manuale di dittatura del pentimento è una cosa che ho scritto quest’estate. È tutta una cosa molto difficile perché tutto il mio muovermi è all’insegna… è dettato da un… pentimento continuo.

Ah ma allora sei come quello della tavola del Male, quello delle ciliegie nelle orecchie…
Esatto, sì, esatto! Voglio essere punito, riprendetemi, voglio andare a scuola… “Il manuale di dittatura del pentimento mi converte all’orrore di dover trascorrere una notte di pentimento e quindi mi decido a correre ai ripari regalandole – questo lo dice una persona – regalandole questo meraviglioso gioiello in oro 8 carati, antico, di mia nonna. Trattandosi di una medaglia di un certo pregio, recante nella facciata A un bassorilievo in oro, ma piatto, cioè un’incisione, raffigurante un arciere il cui busto s’innesta al corpo di un cavallo, in sostituzione di quello che nella realtà sarebbe stato il collo equino della bestia, e sotto quest’allegoria la scritta: sagittario, e nella facciata B una scritta corsiva ‘Renata’ e una data, 11.2.61. Con questo regalo gioiello riscatterò presso di lei il mio amore”. Questo è riconducibile all’equazione secondo cui 3 milioni al mese non bastano a un vero ricco per pagare il proprio segretario, ma un gioiello in oro, in quanto oro e offre garanzie di speculazione… “Il manuale di dittatura del pentimento dice che sono un pitone ma non specifica di che tipo”. E questo è il pitone (mostra il disegno, ndr, tristissimo). “Io se fossi un pitone mi stupirebbe – alla romana – e resterei così per sempre stupefatto. Quante cose rimpiangerei: i diti, le giacche, le scopate, le mangiate. E come idea strisciare strisciare illuminato da un neon sotto vetro in mezzo a una campagna deserta. Che palle, non ci voglio pensare” Questo poi non lo scriverò. È solo un momento di… “E non ho imparato niente, di niente” “tavola bianca come la pazzia” “sul filo di un rasoio me la barcameno”. Di tutto questo non tiro fuori niente, però il senso è forse in questa vignetta, il gioco, in una storia del genere nella quale commemoro i miei 25 anni con una prosopopea che non è mia perché neanche me lo ricordo, il giorno del mio compleanno, è solo quello di approfittare di una situazione strana che mi permette, giostrandomi in certo modo la vignetta, la figura la tavola e soprattutto ciò che dico, di divertire accattivandomi della simpatia piuttosto che far inorridire la gente che pensa ma questo, oh, che cazzo sta dicendo… “che gioco piatto e sconclusionato, e poi l’han già fatto” Sono banalità, premetto “pensate ora voi. Grazie: dopo che io vi ho dato l’imbeccata. Ora sono stanco e pentito, vorrei restar girato e dimenticarmi di voi. Con una smorfia di dolore, e col pigiamino, girato verso il muro mentre gli ospiti pian piano vanno via e nella sala qualcuno spegne le luci. Amore mio” Tavola nera “amor di signorina morta”. Questa invece è la continuazione dell’investigatore senza nome. L’ISN… ora faccio un’avventura incredibile, di 25 tavole E LA FINISCO. Solo che le premesse della prima storia… non mi piaceva, non si capiva se era il disegno a essere didascalia della storia o viceversa… tutti questi fogli sono di preparazione alla storia. Adesso mi interessa ricollegare tutto quello che sto facendo, disegnato in un modo diverso, a quello che ho fatto prima. (fogli di Paz, ndr) Posso darvi un’idea da dare a qualche disegnatore? Un miliardario americano decide di commemorarsi, prende un Jumbo o anche più grosso, lo svuota completamente e lo prepara per un’enorme festa. Spettacoli, c’è di tutto, la piscina… volando. In un momento particolarmente difficile della politica internazionale, come ora, invita tutti i capi di Stato, segretari di partito delle potenze, dei Paesi produttori di petrolio, di quelli in via di sviluppo, a questa festa e tutti lasciano da parte le loro cose e si riuniscono, all’insegna del divertimento puro. Questo miliardario fa diversi giri del mondo, rifornendosi in volo per questa festa lunghissima e poi il clou: li chiama tutti a raccolta e sgancia un’atomica su Berlino. Che è un po’ come colpire tutte le nazioni contemporaneamente. Nascono da qui tutte le illazioni su queste persone rese complici da questa situazione. Lui dice adesso diamo il via alla terza guerra mondiale e sgancia questa atomica.


Non scoppierebbe perché sarebbero tutti corresponsabili… si metterebbero d’accordo.
Sarebbe una terza guerra mondiale che scoppia a furor di popolo e non per decisioni di politici…

Non sempre il popolo è meglio dei suoi governanti?
No no. Mio padre continua a menarmela con la storia che la democrazia non esiste perché non è detto che perché questi sono di più debbano comandare… io sono anni che scoppio quando me lo dice senza riuscire a risolvere se non con le battute… di solito dico dimmi chi è il presidente della Camera. Lui non lo sa, e io “ahahahh!”, e me ne vado.

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HELLO PAZIENZA!


da Il Male n. 35 (23 settembre 1980)

Il popolare cantautore Andrea Pazienza, uno dei più beneamati folk-songs della nostra bella Puglia, è partito alla volta di Hollywood, dove conta in due mesi di interpretare tre films, incontrare almeno centocinquanta attrici famose, sposare Ava Gardner, divorziare e tornare in Italia carico di gloria e di dollari. Lo abbiamo raggiunto per telefono nella nuova residenza di Beverly Hills, dove passa le sue faticose giornate tra un amplesso e l’altro, tra una ripresa dal vero e una per finta.

Hello Andrea, come va? Sempre al lavoro?
Eh, sì. Quanti dollari mi avete portato?

Niente, solo poche domande sulla tua strepitosa attività.
Si dice che abbia lasciato laggiù in Italia un mucchio di tavole per storie, ma purtroppo erano già stampate.

Lo so ragazzi. Ero stanchissimo, lo so che non ho fatto un accidente. Sandi numi.

E ti dispiace molto?
Moltissimo. Le mie due riviste preferite sono Infatti proprio Il Male, che tutti conoscete, e Frigidaire, che presto conoscere te. Ho potuto fare poco, scusatemi.

Andrea Pazienza, il popolare cantautore, tra i più beneamati folksongs della nostra bella Puglia, è partito, come avrete forse capito, per l’America. Colà conta di interpretare tre film… Se troverete sue tavole da qualche parte… ehm, gatta…

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Intervista al Caffè Greco


Trascrizione di un servizio di Vincenzo Mollica da Speciale TG1 RAI (1983)

Per Andrea Pazienza, probabilmente, il Caffè Greco è un posto insolito. In genere, uno pensa di trovarlo in un posto giovanile, tipo una discoteca, oppure un posto di aggregazione giovanile, come vengono chiamati adesso. Invece, al Caffè Greco… Perché…

Perché?

Per fare colazione.

Per fare colazione. Semplicemente per questo… Senti, ma non è che vieni qui per ritrovare origini, radici con pittori che ti sono stati magari congeniali?
No

Assolutamente no?
Assolutamente no.

Quindi la retorica di De Chirico, di Savinio, queste cose, non t’interessa proprio.
Mi interessa molto, ma non è suscettibile di farmi scegliere un bar per un altro.

Zanardi, pubblicato dalla rivista Frigidaire, anche questo è diventato un simbolo, un punto di riferimento preciso.
C’è una dominante, però: la cattiveria. Zanardi è cattivo.

Zanardi è cattivo quanto può esserlo un antenna RAI, cioè ripete, ripete… È un ripetitore, riflette ciò che gli sta intorno, che lo circonda, e che in qualche modo è suscettibile di commuoverlo. La commozione non sempre è positiva. Zanardi e capace di commozione.

Pazienza, ma in fondo per te che cos’è il fumetto?
È qualcosa che in questo momento si sta avvicinando molto alla letteratura, e non so se la letteratura significhi qualcosa di più del fumetto nella scala dei valori – ammesso esista –, però sicuramente quanto più si cerca e si riesce di essere evocativi… Per me, poi, la cosa fondamentale e evocare. Se leggendo un racconto il cuore, poi, alla fine riesce a pulsare una volta di più o di meno, e l’adrenalina circola per un attimo in modo più o meno veloce, e le ghiandole secernono un liquido al posto di un altro, e qualche cosa in chi legge cambia, io ho raggiunto proprio il mio risultato, indipendentemente dalla morale finale, dal fatto che uno chiuda la storia e dica: mi è piaciuta, non mi è piaciuta. Mi basta molto meno.

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Il carro e la maschera


Fondata a Bologna dall’attore e regista Luigi Monfredini, Il Carro e la Maschera è stata una brillante compagnia di originali spettacoli per ragazzi, che mescolavano recitazione attoriale con animazione di marionette e pupazzi, musica originale e giochi di luci. Le opere messe in scena andavano da Yambo a Oscar Wilde.
Con Monfredini vi erano Elisabetta Muner e Marco Cavicchioli.
Per la compagnia teatrale bolognese Andrea ha realizzato le illustrazioni delle locandine di cinque spettacoli.

Il compleanno dell’Infanta

Capitan Fanfara

Vaudeville Banzai

Long Playng

Indisk

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Teatro Regionale Toscano


Nella stagione teatrale 1981-1982, il regista e attore Franco Branciaroli porta in scena Ballata sull’amore e sulla morte dell’alfiere Cristoforo Rilke. Prodotto dal Teatro Regionale Toscano e dal Teatro Comunale Metastasio di Prato, è un adattamento di un testo del poeta tardo-gotico e neo-liberty Rainer Maria Rilke. Rilke si immedesima nell’antenato Cristoforo, alfiere austro-imperiale caduto sui campi d’Ungheria nel XVII secolo, e attraverso di lui rivive una vicenda segnata dalla fatica, dalle ferite del guerriero e dagli amori brevi e difficili di un paladino infelice.
Lo spettacolo debutta al Rondò di Bacco di Firenze il 15 gennaio 1982 ed è un allestimento per voce recitante e musica di accompagnamento, che ricorda il Manfred di Bene, la cui impronta segnerà in modo decisivo l’opera successiva di Andrea Pazienza.
Le musiche sono di Fabio De Boni, mentre le scenografie sono affidate a Roberto Liorni, che si serve per il suo lavoro dei disegni di Pazienza, realizzati per l’occasione.
 
Purtroppo, non è stato ancora possibile reperire foto o altri materiali visivi e grafici degli allestimenti dell’opera teatrale.

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Varia

Varia


Fin da ragazzo, Andrea ha messo con generosità la sua arte al servizio della realizzazione di locandine per spettacoli teatrali amatoriali, prima a San Severo e poi anche a Roma. In quegli anni iniziava già a farsi conoscere nel fumetto e nell’ambiente della cultura alternativa.

Disegno per la locandina della rappresentazione teatrale di L’avaro da Molière, diretta da Gino Nardella nel 1974, nell’ambito delle attività della parrocchia di san Bernardino a San Severo.

Disegno per la locandina della rappresentazione teatrale di Spirito Allegro di Noël Coward, andata in scena nel 1974 presso il Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” di San Severo, a cura della compagnia teatrale degli studenti del Liceo Classico “M. Tondi”, diretta dal docente G. Vittorio Ciardulli.

Locandina della rappresentazione teatrale Knoi, diretta da Gino Nardella e interpretata, insieme al regista, da Gabriele Romagnuolo e Marcello D’Angelo, andata in scena nel marzo 1979 presso il Teatro Politecnico di Roma.

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TELEVISIONE


Nell’inverno ’84/’85, Andrea e Stefano Tamburini furono chiamati a collaborare alla RAI stagione della trasmissione televisiva Sotto le stelle, che sarebbe andata in onda pochi mesi dopo sul primo canale. Lo spettacolo vedeva la regia Piccio Raffanini a direzione di Eleonora Brigliadori e la partecipazione di Christian De Sica. 

La collaborazione prevedeva la creazione di testi e contenuti per lo show.
Una delle proposte di Tamburini fu la creazione di una serie di video a fumetti con l’inserimento di persone vere su fondali disegnati da Andrea.
La trasmissione andò in onda, come previsto, nell’estate dell’85, ma della collaborazione di Tamburini e Pazienza non vi è traccia: restano solo questi disegni inediti.

SOTTO LE STELLE, RAI, 1985

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Appunti

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Lo zanardi equestre di cesena


Nel giugno del 1984, Andrea, insieme ad alcuni studenti della scuola di fumetto Zio Feininger di Bologna, realizza a Cesena un’imponente opera raffigurante Zanardi in una posa teatrale, inarcato su un cavallo rampante, a torso nudo, mentre stringe una grande conchiglia a spirale dalla quale sgorga acqua. Più che un murale in senso stretto, si trattava di un dipinto su pannelli di sottile truciolare, una struttura temporanea alta sei metri e con lati di undici metri alla base.

La struttura era stata costruita per proteggere temporaneamente, durante i lavori di restauro, la fontana realizzata da Domenico di Montevecchio tra 1586 e 1590, su progetto di Francesco Masini, che orna il centro di Piazza del Popolo ed è uno dei simboli della città. Per attenuare l’impatto visivo della struttura, l’architetto Sauro Turroni propose di decorarne le facciate esterne, coinvolgendo insegnanti e allievi del corso di fumetti bolognese. Tre delle quattro pareti esterne della struttura vennero così dipinte con smalti e vernici spray da Ugo Bertotti, Giorgio Carpinteri e Andrea Pazienza, trasformando la struttura in una galleria d’arte urbana a cielo aperto.

Al termine dei restauri, la struttura fu smantellata col piede di porco e destinata alla discarica. Solo l’intervento provvidenziale del giovane cesenate Riccardo Pieri – che assieme con altri ragazzi aveva partecipato alla realizzazione dell’opera, aiutando Andrea a stendere le ampie campiture piatte di colore – riuscì a sottrarre alla distruzione una parte del dipinto, recuperandola dalla strada. In un primo momento sembrò impossibile che l’opera potesse tornare a vivere: il truciolare si sbriciolava, molti frammenti erano perduti, e tutto appariva irrimediabilmente compromesso. Eppure, con pazienza e passione, il giovane riuscì a ricomporre quell’enorme puzzle e a consolidare i pezzi residui.

Ricorda Pieri: “Ho incollato i pezzi rimasti su dei pannelli di multistrato, con mio babbo li ho portati dal falegname Banin a Diegaro, per metterli una notte sotto la pressa a caldo. Per riempire le fessure piene di schegge abbiamo portato i pannelli dal restauratore Gattei a Savignano, che le ha stuccate di bianco e qua e là ha ripreso il colore. Alla fine il Cavallo – l’abbiamo sempre chiamato così, forse perché del cavaliere era rimasto poco – era mutilato, ma salvo.”
Così, oggi possiamo ancora godere di questa testimonianza viva e preziosa dell’arte di Andrea.

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PAZ AL MAXXI DI ROMA

IN MOSTRA

PAZ AL MAXXI DI ROMA


ANDREA PAZIENZA | NON SEMPRE SI MUORE

24 aprile – 29 luglio /
2 settembre – 18 ottobre 2026

Il MAXXI di Roma  celebra il settantesimo anno dalla nascita di Andrea Pazienza dedicando all’autore un’ampia retrospettiva monografica, curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti.
Un percorso espositivo ricco e articolato che ripercorre l’intera parabola creativa dell’artista: dai folgoranti esordi alla maturità visionaria, attraversando pittura, fumetto, impegno politico e poesia.

Info:

MAXXI Roma



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SOTTO IL CIELO DEL BRASILE


Andrea ha avuto modo di lasciare un assaggio della sua arte anche in Brasile, durante un viaggio compiuto nella primavera del 1988.
A partire da marzo di quell’anno, la rivista Linus inizia ad allegare un curioso giornalino a colori, dal formato insolito a striscia. Si chiama AVAJ, acronimo formato dalle iniziali dei quattro autori coinvolti: Angese, Vincino, Andrea e Jacopo Fo. Il progetto è ideato da Angese, che stringe un accordo con il proprietario di un’agenzia di viaggi: ogni mese, l’agenzia offre una destinazione diversa a uno dei disegnatori, che poi racconta la sua esperienza di viaggio attraversi disegni e fumetti sul giornale dell’agenzia. Ogni autore partecipa a due, tre viaggi.

Andrea va in Brasile, navigando lungo il Rio delle Amazzoni. Durante il suo soggiorno, ad Armação dos Búzios, lascia un’impronta del suo passaggio: due dipinti murali, di cui oggi restano solo poche testimonianze fotografiche. Uno dei due reca il titolo Sotto il cielo del Brasile, lo stesso di una delle sue storie a fumetti in cui racconterà il suo viaggio su Avaj.

Al centro del murale campeggia un losco individuo con trench e guanti gialli, che regge una valigetta con una grossa C stampata sopra (forse un riferimento al luogo stesso del murale) e che richiama alla mente il protagonista del video di Pazienza Michelle dei Bittols. Tra gli elementi di non facile interpretazione riconosciamo una reinterpretazione in salsa carioca del mito greco di Leda e il cigno, dove Leda è raffigurata da Andrea come una sensuale bellezza nera brasiliana.

Il secondo murale raffigura invece una giungla tropicale colorata e vivace, popolata da animali: un grande cacatua rosso, due tucani e una tartaruga si aggirano tra grandi foglie e fiori variopinti.

Sotto il cielo del Brasile, 1988

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PAZ AL MAXXI DI L’AQUILA

IN EDICOLA

NEL SEGNO DI PAZ!


GEDI Gruppo Editoriale riporta in edicola l’opera omnia di Andrea Pazienza, in allegato a la Repubblica e al settimanale L’Espresso, a settant’anni esatti dalla nascita dell’autore.

La collana si compone di venti volumi cartonati di grande formato, ciascuno al prezzo di dieci euro, acquistabili insieme al quotidiano o al settimanale. La prima uscita è prevista per il 21 maggio; le successive seguiranno con cadenza settimanale fino al completamento dell’opera.

Info:

NEL SEGNO DI PAZ!

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La battaglia di Opliti e animali

La battaglia di
Opliti e animali


Il 2 maggio 1987, durante la 4a Fiera del Fumetto ospitata dalla Mostra d’Oltremare a Napoli, Andrea Pazienza improvvisa una performance sulla parete di uno dei padiglioni. Armato di un pennello e di un barattolo di vernice dà vita a una battaglia di opliti e animali, un dipinto di oltre sette metri per tre, realizzato senza alcun disegno preparatorio.
Dopo alcuni anni, nel 2010,  per garantire la salvaguardia dell’opera, il murale è stato “strappato”, restaurato, e collocato nel Padiglione America Latina della Mostra d’Oltremare che ospita l’Archivio storico dell’Enel.



Paz, la vita in un murale | Guido Piccoli

A Paz Napoli piaceva. Inattendibile e confusionaria come lui. Ci venne ogni anno dei suoi ultimi anni. Per lo più invitato da quella Fiera del Fumetto che può definirsi, a ragione, papà o mamma di Comicon. Una manifestazione in cui il fumetto e i fumettari contavano eccome, senza essere soffocati e esautorati dalle maschere del Cosplay, come capita in questi tempi grami.

Il catalogo della 4a Fiera del Fumetto di Napoli annuncia una performance di Andrea Pazienza

Il catalogo della 4a Fiera del Fumetto di Napoli
annuncia una performance di Andrea Pazienza

Prima di trasferirsi nello scenario angusto e meraviglioso del Castel dell’Ovo, la Fiera animava le primavere degli ampi e scarni padiglioni della Mostra d’Oltremare. Quell’anno (era il 1987) Paz ci arrivò insieme con Pratt e Manara, Bilal e Muñoz e tanti altri. Insomma, il fior fiore del fumetto europeo e forse mondiale. «Andrea, hai una suite al cinque stelle di via Caracciolo, davanti al mare e al castello» gli si annunciò per attrarlo e compiacerlo. E lui venne e, cosa proprio da lui, sbagliò hotel, finendo in quello a fianco, altrettanto bello e terribilmente costoso (ma erano i famosi anni ’80 dello “spendi e spandi”…). Da co-direttore della Fiera lo venni a sapere dopo un paio di giorni, quando aveva già fatto vari guai con la Jacuzzi e svuotato completamente, come una vera star, il fornitissimo frigo bar. Rimproverato senza fronzoli (dato anche il livello di amicizia), Paz volle farsi perdonare e fu così che, in un sabato pomeriggio, decise di esprimere il meglio di sé dipingendo quel murale meraviglioso sulla parete di un meschino  padiglione. Fece quell’affresco di sette metri per tre, raffigurante una battaglia tra uomini, leoni, tigri, avvoltoi, antilopi e cavalli e quant’altro, usando pennarelloni e pennelli. Il tutto senza soste, senza fermarsi a controllare, senza allontanarsi per prendere le misure, senza immaginare un finale. E lo fece alla presenza di una folla silenziosa e sbalordita di ammiratori, tra i quali Tanino Liberatore e Milo Manara (che quell’anno era sceso da S. Ambrogio di Valpolicella a Napoli col suo camper, pur di fare un ingresso trionfale nel padiglione dedicato a “HP e Giuseppe Bergman”). Fu così che venne realizzato uno dei capolavori dell’arte contemporanea, che solo dopo una quindicina d’anni fu salvato e spostato in uno spazio più dignitoso e sicuro sempre della Mostra (ma che meriterebbe qualcos’altro di meglio ancora). Quella battaglia appare come la fotografia della sua breve vita. Una grande mischia fatta di contraddizioni e incastri, vissuta senza soste, senza pensarci su, senza fermarsi a ragionare. Senza immaginare quel finale che puntuale sarebbe arrivato implacabile, nemmeno un anno dopo, a Montepulciano nella notte del 16 giugno 1988.  

Frames dal video di Luigi Bontà Polito

Il restauro del murale | Michele Mordente

Agli inizi del 2010, mentre le giovani restauratrici napoletane Barbara Balbi e Annalisa Milella sono impegnate in alcuni restauri all’interno della Mostra d’Oltremare, vengono a conoscenza dell’esistenza di un dipinto murale di Andrea Pazienza presente in uno dei padiglioni espositivi. L’architetto Rosanna Milano mostra loro il luogo in cui l’opera si trova, nascosta e protetta da una sorta di scatola, realizzata con pannelli di cartongesso. Rimossi alcuni di questi, le restauratrici trovano l’opera in condizioni di estremo degrado a causa di profonde crepe nell’intonaco che hanno causato cadute della superficie. Immediatamente, le restauratrici si attivano per ottenere la necessaria autorizzazione per il restauro del dipinto e per ottenere i fondi che coprano le spese dei materiali e della nuova struttura di supporto, dopo aver verificato che per la salvaguardia dell’opera è necessario che questa venga distaccata dal supporto murario originario.

Enrico Pazienza commenta il murale del figlio Andrea

Enrico Pazienza descrive il murale del figlio Andrea

Nella primavera del 2010, finalmente l’intervento di restauro ha inizio, sotto la direzione dell’architetto Marisa Zuccaro, direttore tecnico architettonico della Mostra d’Oltremare fino al 2013. L’operazione preliminare, necessaria a tenere salde e proteggere le parti di superficie a pericolo di distacchi, è la velinatura, ovvero l’applicazione di sottili fogli di carta giapponese con una resina acrilica. Si procede, poi, al primo intervento di restauro vero e proprio: il consolidamento dell’intonachino con un prodotto a base di malte ventilate. Poi, per garantire la stabilità dello strato pittorico, l’intera superficie è velinata con carta giapponese di medio spessore applicata con la resina a bassa diluizione acquosa. Per effettuare il cosiddetto “strappo” l’intera superficie dell’opera è sottoposta a un doppio bendaggio con colla di bue, un collante di origine animale che penetrando in profondità rende l’intonaco spesso ed elastico. Si passa, quindi, alla delicata operazione del distacco della parte superficiale dell’intonaco dalla struttura muraria portante. Per le notevoli dimensioni dell’opera, la superficie viene divisa in più sezioni. L’intonaco dipinto, distaccato dal muro, è fissato su un nuovo supporto di pannelli di fibra di vetro con struttura interna a nido d’ape, robusti e leggeri allo stesso tempo, preventivamente ricoperti da un letto di malta. Non prima però di aver pulito e assottigliato il retro dell’intonaco distaccato. I pannelli sono, quindi, fissati su una solida struttura metallica di supporto progettata dall’architetto Milano. Rimossa con attenzione la velinatura di protezione, si stuccano le lacune dell’intonachino con malte di uguale colore e granulometria. Le stuccature e le lacune di film pittorico sono poi accordate cromaticamente con acquerelli per restauro. Finalmente, dopo un lavoro durato molti mesi, la battaglia di Andrea Pazienza torna al suo originario splendore e può essere nuovamente offerta al pubblico di affezionati, nel padiglione America Latina della Mostra d’Oltremare, grazie alla tenacia e all’abilità delle due restauratrici napoletane.

 

Immagini dal restauro

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Disegni e illustrazioni


“Io penso che, se a ogni gesto che faccio su un foglio di carta, e se a ogni linea corrispondente al gesto, io riuscissi a dare il giusto significato, il segno verrebbe fuori dal foglio e verrebbe a parlare con te.”

“Non è scritto da nessuna parte. Niente codifica l’illustrazione per l’illustrazione, il fumetto per il fumetto, il quadro per il quadro…”  

Andrea Pazienza

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Altre storie


Andrea ci ha stupito con la sua incredibile versatilità, sperimentando un’infinità di stili, tecniche grafiche e soluzioni narrative. Nel suo vasto corpus artistico, accanto alle opere dedicate ai suoi personaggi più noti troviamo una ricca varietà di storie brevi, tavole autoconclusive, racconti volutamente sospesi e narrazioni di ampio respiro. In questa sezione ve ne proponiamo un’ampia selezione.

Tavole autoconclusive

Storie brevi e lunghe

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Pompeo


“Pompeo è la storia di un uomo sulla trentina, di un ragazzo allora, forse, che vive in una città piena di fermenti che non lo interessano e che per una sorta di caso è dedito all’eroina, che cosa significa questo, significa che Pompeo è soprattutto uno sguardo disincantato sul mondo, è chiaro che deve morire.”

Andrea Pazienza, primavera 1988

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