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Autore: kicca

Eventi maxxi 3 ottobre

eventi

il segno e il suono


La storia poco conosciuta di una delle opere più straordinarie di Andrea Pazienza:
il monumentale murale realizzato il 2 maggio 1987 alla Mostra d’Oltremare di Napoli, in appena tre ore e senza alcun disegno preparatorio.

MAXXI Roma
3 ottobre 2026
ore 17,30, Auditorium

Info:

Documentario


Luce, suono e voce fanno da cornice alle tavole di Pazienza, lasciandone emergere tutta la forza lirica e struggente.

MAXXI Roma
3 ottobre 2026
ore 18,30, Auditorium

Info:

Suono

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Anteprime

Anteprime

il Murale di Andrea Pazienza,
un’opera in-attesa


Un viaggio nella storia di un’opera straordinaria, un altro modo di incontrare il genio di Andrea Pazienza.

Un dipinto realizzato in sole tre ore e senza alcun disegno preparatorio. Scritto e diretto da Rovero Impiglia, il film esplora la storia poco conosciuta del monumentale murale realizzato dal vivo da Paz il 2 maggio 1987 alla Mostra d’Oltremare di Napoli.
Attraverso testimonianze e preziosi materiali d’archivio, il documentario ricostruisce la nascita, l’oblio, il recupero e la valorizzazione dell’opera, mostrando l’istinto e la padronanza del segno che hanno reso unico l’artista.

Con il il prezioso supporto di Mariella e Michele Pazienza, del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, dei curatori Oscar Glioti e Giulia Ferracci, e della Mostra d’Oltremare di Napoli. Con il patrocinio di Marche Film Commission e Fondazione Marche Cultura.

Il documentario, prodotto dalla Città di San Benedetto del Tronto insieme al Festival, verrà proiettato in anteprima nazionale l’11 settembre alle ore 21, nella Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), nell’ambito della seconda edizione di CoseDaPaz! Festival, diretto da Michael Rocchetti (Maicol&Mirco) e Giulio Troli.

Info:

Cose da Paz Festival

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Festival Cose da Paz!

IN festival

Cose da Paz!


IIa Edizione

11-12-13 settembre 2026

Dopo il successo della prima edizione nel 2025, e delle celebrazioni per il 70° dalla nascita lo scorso
23 maggio, San Benedetto del Tronto si appresta a rendere omaggio al suo figlio più illustre,
Andrea Pazienza, con una grandiosa seconda edizione del festival Cose da Paz! offrendo un
programma di tre giorni ancora più ricco.
L’evento promosso dal Comune di San Benedetto del Tronto e organizzato dal Laboratorio
Teatrale Re Nudo, si svolgerà dall’11 al 13 settembre, in numerosi luoghi della città.
Il ricco
programma curato dai direttori artistici Giulio Troli e Maicol & Mirco, prevede infatti tre intere
giornate di appuntamenti sparsi per tutta San Benedetto dedicati al genio di Andrea Pazienza e al
fumetto, ma non solo: una mostra a Palazzo Piacentini, due spettacoli al Teatro Concordia, musica
e danza al Molo Sud, conferenze e presentazioni di libri alla Palazzina Azzurra e al Museo del Mare.

Info:

Cose da Paz Festival

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PAZ in scena con Sergio Rubini

IN teatro

MIO, 
SEMPRE MIO
ANDREA


9 agosto 2026
Piazzale della Stazione di San Menaio
Vico del Gargano (FG)

Sergio Rubini dà voce a lettere, poesie e canzoni inedite di Andrea Pazienza. Un viaggio tra parole, musica ed emozioni che conduce nell’universo creativo e umano dell’artista, attraverso la sensibilità interpretativa dell’attore e regista pugliese e le atmosfere sonore della DauniaOrchestra.

L’evento è inserito nel programma dell’Estate Vichese.

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FOTO Luigi DAMIANI

Foto Luigi Damiani


“Certo che mi ricordo di lui.
Della spesa e delle sigarette dalle Peschiciane.
Di una moto sempre da aggiustare.
Dei tuffi e delle giornate al mare
formidabili, perché lui era formidabile….
Del terrore per quella strana ritrosia a schiacciare il pedale del freno della R5 verde.
Degli amori smascherabili al primo tentativo.
Di innumerevoli fidanzate che non sapevano di essere fidanzate con noi.
Dei dadaisti che sbucavano dappertutto e ci tormentavano l’esistenza.
Di tavole e pennarelli sparsi in una stanza caldissima e piena di mosche.
Di fiumi di parole sempre più avanti di qualcos’altro e di canzoni interrotte.
Di notti passate sul muretto a San Menaio a dire che facciamo (che poi quello avevamo fatto..!!)
Di giri sfiniti alla buca e all’almabar.
Di quella tenda a calenella muta di giorno, irrefrenabile di notte.
Di quando si imbarcò sull’astronave di un tempo troppo ruvido e difficile anche per lui.
Di viaggi male organizzati.
Certo che mi ricordo. ”

Luigi Damiani

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Cinema e fumetto

Cinema e fumetto


“Io che faccio fumetti, tengo molto al taglio cinematografico delle mie storie. (…) se uno fa delle storie con avventura può proprio far vedere come sistema la camera, come la muove, entra nelle case. C’è proprio tutto.”

Andrea Pazienza, 1983

L’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica nel dicembre 1979 offre lo spunto ai satiri de Il Male per una rilettura del film di Coppola. La tavola Apokaliski Da vede la “regia” di Vincino e Andrioli, mentre Andrea invece è “addetto alla macchina da presa”, “scenografo”, “tecnico delle luci”, ecc. 

Musica, anarchia e cultura pop si fondono in un film che ha segnato profondamente l’immaginario degli anni ’80. Un universo così irriverente e travolgente che ha affascinato Andrea Pazienza, spingendolo a dedicare ai fratelli Blues una serie di illustrazioni e fumetti.

Uno dei tanti omaggi di Andrea a Totò e alla sua comicità surreale, a tratti velata di malinconia, che si estende fino a diventare un tributo anche a Pier Paolo Pasolini e al grande cinema d’autore italiano.

La croce di ferro (Sam Peckinpah, 1977)

Illustrazione per la Cooperativa Cinema, che nel 1987 ha dato vita a un esperimento di contaminazione tra cinema e fumetto, invitando noti autori italiani a illustrare ipotetiche locandine di grandi classici del cinema internazionale.

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De Notaris

APPENA IN TEMPO


“Andrea mi venne a prendere alla stazione di Chiusi; ma non lo vidi subito, perché s’era nascosto dietro una colonna: armato di pistola giocattolo, aspettava mio figlio per tendergli un agguato. Si consolò della sua assenza pensando ai disegni che avrebbe creato, voleva sapere la storia dello spettacolo per cui li doveva fare. Appena in tempo: era questo il titolo della rappresentazione, ambientata nelle città impossibili di memoria calviniana.
La Sfinge si ergeva nelle vicinanze della città impossibile. Così la immaginò Andrea, pronta a proporre agli spettatori il più crudele dei suoi enigmi: possiamo noi sfidare ciò che è scritto, cambiando, un attimo prima che un gesto da intenzione si faccia storia, il corso della nostra vita?”

Enrico De Notaris, 1987

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FOTO Gabriele De Marco

FOTO Gabriele De Marco


“Ritrovo le foto di Andrea tra i meandri del mio archivio: qualche diacolor e un intero rullo di negativi bianco e nero di cui avevo perso le tracce. Si erano nascoste talmente bene che non ero neanche più tanto sicuro che fossero riuscite a passare indenni tra i vari traslochi degli anni precedenti. Ogni tanto, però, senza che io muovessi un dito, qualche immagine spuntava su una pubblicazione. Sembrava vivessero di vita propria.
”

“Non ho mai capito se una delle ragioni per la quale ho iniziato a fare il fotografo sia stata proprio la scusa per conoscere «quelli di “Frigidaire”». Quelli che scrivevano storie che erano il carburante per far volare l’immaginazione di noi giovanissimi. Così, tra proposte e pubblicazioni, correzioni di bozze, volontariato e (raramente) assegni postdatati, inizio a conoscere quelli che era noi miei miti. Ma conoscere un mito può rivelarsi pericoloso: l’immagine che hai costruito nella tua testa è così idealizzata che il più delle volte la conoscenza personale può risultare una delusione. Ma con «quelli di “Frigidaire”» la parola delusione non aveva significato. Anche se quasi tutti erano diversi da come li avevo immaginati, l’originalità di ognuno era motivo di sorpresa. Con Andrea fu diverso. Lui era esattamente come lo immaginavo: un tipo con un’energia inesauribile, che contagiava chiunque gli stesse intorno.

(…) Andrea si rivelò un personaggio particolare, per il quale ogni definizione risulta esagerata o riduttiva, perché per descriverlo bisognerebbe liberarsi dalle parole e ricorrere alle emozioni.

Ecco forse perché le immagini sono state per me il modo più naturale per raccontarlo. Libere da definizioni e limiti ‘verbali” le foto riescono a raccontare attraversando strade meno razionali di quelle percorse dalla scrittura, sicuramente più vicine a quel le intraprese da Paz nella creazione delle sue storie. E come lui incorniciava i suoi personaggi all’interno delle vignette, io lo in quadravo nel mirino della macchina fotografica, illudendomi di riuscire a catturarlo; cercando di fissarlo sulla pellicola provavo, in qualche modo, a rubare una piccola parte della sua anima.”

Gabriele de Marco

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FOTO Andrea Buffolo e Carlo Battain

FOTO Andrea Buffolo  e Carlo Battain


Alcune fotografie scattate il 30 maggio 1984 a Mestre, nel Parco Carpenedo-Bissuola, in occasione della manifestazione Codex Anni ’80, organizzata dal Centro di Cultura Marcovaldo. Tra gli ospiti principali era presente Andrea, che durante l’opening realizzò alcuni disegni dal vivo per i presenti.

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PROFESSIONALITÀ, DISAFFEZIONE E IRONIA NEL NUOVO DISEGNO

PROFESSIONALITÀ,
DISAFFEZIONE
E IRONIA NEL
NUOVO DISEGNO


di Giorgio Fabre e Francesco Italiani da Rinascita n. 38 (30 settembre 1983)

Un incontro con Pablo Echaurren e Andrea Pazienza, “autori” in mostra
a Roma insieme ad Altan

Il fumetto oggi è in grado di raccontare gli umori dell’epoca più dei quadroni a olio.
Lavorare con la testa, con la mano o con il plesso solare. I nuovi disegnatori che si affacciano sulla scena: sono tantissimi, molti escono dalle scuole di disegno e si trovano davanti un pubblico preparatissimo e sofisticato Come è cambiata la creatività sviluppata dal movimento del ’77: progressi e delusioni.

Incominciamo da un problema. Pazienza, Echaurren, Altan e Andrea Pazienza, due disegnatori di fumetto e un illustratore, espongono delle loro opere a Roma. Dunque, sembra proprio che sia cambiato qualcosa. L’arte minore, come il fumetto, da sempre considerata una non-arte, viene rivalutata. Forse sopravvalutata, perfino. È così?

Pazienza: Sì, sopravvalutata; per fortuna, è una sopravvalutazione che poi non trova un terreno adatto. Parlo del materiale, ad esempio. Prendi il fumetto più bello, meno tradizionale, più ricco di spunti e di innovazioni. Molto spesso è roba insensibile, realizzata con colori che non resistono alla luce, con pennarelli ad acqua che si stingono dopo tre mesi, piena di peccette e di rattoppi. Non si può prenderla e metterla in cornice. Anche perché a queste cose di passare per opera d’arte non gliene frega niente.

Echaurren: Bisogna vedere se però non è proprio questo il problema. C’è, per esempio, chi vuol creare delle vere separazioni, e tenta di reinventarsi l’arte con la A maiuscola, i quadri con il titolo in latino, il finto secentesco, il floreale. Voglio dire che si avverte una separatezza nelle comunicazioni. A questo punto io credo che anche il fumetto abbia uno spazio, perché spesso è più in grado di raccontare gli umori di un certo momento. Molto più dei quadroni dipinti a olio.

Pazienza: E comunque io so che un disegnatore di fumetti, quando deve scegliere una propria piccola immagine per ingrandirla e farne un quadro, lo fa con una certa vergogna. Voglio dire: è vero che oggi in Italia c’è qualcuno che, ad altissimo livello, riesce a portare avanti le due cose contemporaneamente, con riconoscimenti anche molto strani, non so, Biennali, mostre al Guggenheim. Marcello Jori è così, e ha fatto delle cose splendide. Lui è veramente l’unico artista italiano di fumetti che sia conosciuto in America. L’unico. Però, appunto, ha tenuto sempre le due cose separate. Mentre, invece,in tutta onestà, questo non dovrebbe essere importante. Non è scritto da nessuna parte. Niente codifica l’illustrazione per l’illustrazione, il fumetto per il fumetto, il quadro per il quadro…

Però, c’è un elemento di fondo, che condiziona: Pablo si è cimentato con le copertine, eccetera, Andrea con il fumetto: prodotti che andranno visti da molti, che andranno stampati, lavorati per la carta stampata. Questo della carta stampata non è un elemento condizionante?

Pazienza: Per me no, per nulla. Perché nonostante tutte le necessità e i bisogni,
alla fine lo sbalzo sta nel disegnare, nel fare cose che piacciono innanzitutto a se stessi.
Vale quello che diceva Miller di Kerouac. Non è una citazione. È che se l’autore è partecipe ed onesto, il pubblico lo avverte, ed è la metacomunicazione più importante.

Echaurren: Non è detto però che, se il pubblico lo sente, poi lo viva.

Pazienza: Voglio dire questo: secondo me si può lavorare in tre modi. Con la testa: si siede a tavolino e si programma il lavoro. Con la mano: ci si affida alla mano, e si tira fuori qualcosa di sufficientemente preciso. Oppure c’è un terzo modo: usando il plesso solare, con un sistema preso dalle arti marziali giapponesi. È un modo di portare avanti le cose col plesso solare, con lo stomaco, in maniera viscerale, passionale, che porta a qualunque tipo di segno. Quest’ultimo, per me, dà I risultati migliori, perché non c’è nessuna bieca volontà di piacere al pubblico.

Echaurren: Per me il punto è che un pittore fa un’opera diretta, guardata da un pubblico ristretto. Quando si lavora per la riproduzione, per un pubblico più vasto, occorre essere più precisi, anche a scapito del guadagno. Più precisi non tanto nell’idea in generale, ma proprio tecnicamente.

Pazienza: C’è da dire però che se a un disegnatore di fumetti viene data la possibilità di fare della grafica e ha i canali giusti per promuoversi, ha la possibilità di sfruttare bene la situazione. I disegni possono diventare una storia; con l’aggiunta di una poesia o di una didascalia può diventare un book; la stessa storia può diventare venduta in Francia e così via.

Ma insomma, il fumetto ha qualcosa in più del quadro? Oppure il fumetto può aiutare a fare quadri?

Echaurren: Il discorso è ampio. E non tanto pensando alla striscia, ma a tutta la comunicazione grafica. In Italia, una vera tradizione non c’è, mentre altrove, per esempio nei paesi anglosassoni, la grafica ha una storia alle spalle. Gente come Steinberg o Milton Glaser costruiscono un pezzo con un manifesto, poi ne possono fare un acquarello, senza dicotomie come qui.

Pazienza: Anche se in Italia, effettivamente, c’è una classe di nuovi disegnatori uscita fuori forse da due o tre anni, che è capace di cimentarsi con tutto. Anche se, poi, uno Jori arriva a firmare i suoi fumetti con una sigla, per non confondere i due livelli.

Fumetto come pittura del futuro?

Echaurren: In parte forse sì. In ogni caso nella pittura oggi si va verso un’astrazione forte,
ricreando il mito dell’artista che pondera e anche un po’ maledetto. A volte si leggono delle interviste che fanno spavento.

Pazienza: Bisogna tener presente che c’è un pubblico che guarda i fumetti o le copertine dei dischi e che è assolutamente preparato. È come un’ameba, senza una testa e un corpo, ma che cresce e sa cogliere tantissime accezioni e differenze. Così oggi ci sono anche disegnatori di tipo tradizionale accanto a quelli che fanno ricerca, con le antenne il più efficienti possibile. Finché le cose andranno in questo modo, in un’illustrazione pubblicitaria o in un fumetto ci saranno tanti elementi quanti non sarà assolutamente possibile trovarne in un’opera contemporanea. Cito un altro caso. Se sul mercato, antiquario e no, si trova in vendita un Tintoretto a 35 milioni, dei disegni del Bramante a meno di 50, un Lorenzo Lotto a 75 e un Chia a 70, credo che si sia proprio persa di vista la realtà.

Postavanguardia, postcatastrofe, postprivato. Forse c’è anche un postfumetto?

Pazienza: Io so che una volta si guardava alla Francia e alla Spagna. Adesso le cose sono cambiate. Nell’80 sono andato in Usa per cercare il segno di questo decennio, perché pensavo che non ci si potesse accontentare del quadrato o del triangolo, come mi indicavano le pubblicità o i fumetti americani che leggevo. Era un’emancipazione del segno in direzione allarmante, chiusa. Quando sono tornato, mi sono accorto che forse è meglio essere più individualisti e non fidarsi troppo delle mode. Perché, se si lavora con tranquillità, capita sempre di anticiparle. Praticamente, però, sono due anni che non lavoro o lavoro pochissimo.

Echaurren: Sono d’accordo per quanto riguarda le mode. Direi che dietro alla situazione attuale esiste una schiera spaventosa di gente che si allinea. L’anno scorso a Villa Ada, alla festa del ballo perduto, c’era un giochino per cui bisognava scrivere su di un calcolatore la professione. Una volta tutti avrebbero detto studente. E invece erano tutti «artisti».

Pazienza: Più aumentano i disoccupati e più aumentano gli artisti…

Echaurren: È il fenomeno di Warhol; tutti famosi per 15 minuti. Oggi c’è una vera e continua rimasticatura di gusti passati. La vera avanguardia, ora, diventa fare ognuno i fatti propri.

Cinema e fumetto, telenovela e fumetto. Quali sono i rapporti?

Pazienza: Strettissimi. Per quanto riguarda i fumetti, tutti sanno come si usa Lanciostory o Bliz. E lo stesso vale per la telenovela.

Echaurren: Per l’inverso, la telenovela viene da loro.


Pazienza
: E tutti e due vengono dal feuilleton. Per il cinema, io che faccio fumetti, tengo molto al taglio cinematografico delle mie storie. Scozzari direbbe che lui è soggettista, sceneggiatore, regista, costumista, tecnico delle luci delle sue storie. Perché se uno fa delle storie con avventura può proprio far vedere come sistema la camera, come la muove, entra nelle case. C’è proprio tutto.

Giovani fumettisti, giovani scrittori: ci sono veramente molte possibilità per i giovani che lavorano nel fumetto?

Pazienza: Sempre di meno. Oggi un fumetto di ottimo livello può essere realizzato in sostanza solo da un singolo, che abbia capacità di narratore e di disegnatore. E non è facile avere tutte e due le capacità. O può nascere dalla collaborazione di due persone che si capiscono moltissimo: ragazzi che collaborano; mentre non c’è più gente come una volta, che scrive la sua storia a parte, e poi questa, dopo una contrattazione, viene realizzata. E poi si pensi soltanto a tutti i ragazzi che escono dal liceo artistico e pensano di diventare disegnatori e, in un secondo tempo, se non ce la fanno, si mettono a dipingere… Sono migliaia e migliaia di giovani. E tutti solo disegnatori.

Un altro tema che vi vede in qualche modo accomunati: tutti e due avete seguito molto da vicino, col vostro lavoro, il movimento del ’77. Echaurren a Lotta continua e con la grafica dell’ormai storica collana di «Il pane e le rose». Pazienza, che aveva descritto il movimento a Bologna, ebbe perfino una furiosa polemica con Città futura in proposito. Vediamo: voi vedete degli esiti usciti da quella fase?

Pazienza: Io ricordo perfettamente la sensazione che ebbi a Bologna nel ’78. Avevo bisogno di continuare in quel modo nuovo di stare insieme alla gente, che avevo sperimentato nel ’77. Purtroppo, i luoghi deputati non si riconoscevano più. Poi, un po’ la droga, un po’ il bisogno di soldi, un po’ i capoccia che si sono trovati grandi ambizioni sotto il cuscino, però con tutt’altre idee, insomma tutto è diventato una cosa vecchia. Ma io sono sempre un moschettiere per natura. Aspetto che il telefono suoni. Sono pronto a lanciarmi in qualsiasi impresa richieda il mio aiuto, e non solo col disegno. Insomma, la cosa che ho più in testa è scendere in piazza. Ho proprio in mente l’azione, anche se detesto ogni tipo di prepotenza e di sopraffazione.

Echaurren: Anche per me il tempo è cambiato e m’ha cambiato. Allora quello che m’aveva più rotto era la separatezza dell’arte. E avevo deciso di fare un vero lavoro, campare con i pennarelli. Allo stesso tempo, è passata anche un’altra idea: che la creatività potesse dilagare e, in fondo, cambiare le cose. Almeno, un settore pensava così: che non ci fosse più la politica, che valesse solo l’ironia, e si potesse giocare con le cose. E non più citazioni dai Grundrisse a valanga. In realtà, ha ragione Andrea quando dice che c’era gente che rincorreva sogni di gloria. Ecco, così si capisce anche il ritorno di taluni all’arte «sacerdotale» e l’uccisione dell’ironia. Ma qui in Italia l’ironia, l’ironia di Voltaire, è difficile. La mia delusione è questa: che si sia persa l’occasione di far passare il divertimento, il colore, il gioco oltre la ponderosità e l’«ecclesiale».

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I BOIA


“Andrea diceva di essersi ispirato, almeno in parte, a un amico d’infanzia per la figura di Zanardi. Io so bene a chi alludeva.

La banda dei Boia a Peschici, 1969

Era tra il 1968 e il 1969. Dopo aver finito di giocare alla guerra o a nascondino, di notte, coi tanti amici nella pineta di fronte la vecchia casa, nel buio quasi assoluto del sottobosco – fatto di morbide e compatte macchie di lentisco dove ti potevi tuffare e sparire – restavamo spesso solo in tre. Armati del nostro binocolo e del Diana 27 del nostro amico, entrava a quel punto in azione la banda dei Boia. La missione della banda era semplice: trasgredire.
Antonio era il capo, Andrea il vice, e io – più piccolo – il gregario. Le nostre imprese consistevano perlopiù nello scavalcare recinzioni e cancelli per curiosare nei giardini privati, rubare frutta, oppure spiare la vita privata della gente dalle finestre, dal folto della pineta con il binocolo. Una notte andammo a visitare un grande cantiere abbandonato da anni; era uno scheletro di un edificio di sei piani, fatto solo di pilastri e solai. Quella notte Andrea cadde dal solaio del quinto a quello del quarto piano. Si fece male, ma riuscimmo comunque a riportarlo a casa: poco sano, ma salvo.

Un paio di escursioni notturne simili le facemmo anche in un altro cantiere, quello di un albergo in costruzione, dove già c’erano pareti divisorie e alcuni infissi. Al terzo o quarto piano, in un grande salone, c’era l’unico arredo di tutto il fabbricato: un’enorme pista per le macchinine, tipo Policar, a otto corsie, con curve paraboliche e ponti che occupavano l’intero salone. Ovviamente, non funzionava, ma era irresistibilmente attraente come un vero paradosso.

L’impresa più eclatante che ricordo, però, fu l’ammainamento della bandiera della colonia dei ferrovieri. La lasciammo lì, a terra, nella pinetina, poco prima di scavalcare di nuovo il muro di recinzione e svanire nel buio.”

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IN LIBRERIA_en

COCONINO PRESS PRESENTS THE COMPLETE WORKS OF ANDREA PAZIENZA


From Pentothal to Zanardi,
from Pertini to Pompeo:
masterpieces, short stories, long adventures and unforgettable cartoons.
Coconino Press makes the entire body of Andrea Pazienza’s work available.

An explosion of images and
striking narratives, with which Pazienza redefined the boundaries of Italian comics.

Find out more and buy:

Coconino Press

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PAZ AL MAXXI DI ROMA_en

THE EXHIBITION

PAZ AT THE MAXXI
IN ROME


ANDREA PAZIENZA
NON SEMPRE SI MUORE

April 24th / September 27th, 2026

The MAXXI in Rome celebrates the 70th anniversary of Andrea Pazienza’s birth by dedicating a large monographic retrospective to the author, curated by Giulia Ferracci and Oscar Glioti.
A rich and varied exhibition that traces the artist’s entire creative career: from his dazzling debut to his visionary maturity, spanning painting, comics, political activism and poetry.

Info: MAXXI Art

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PAZ AL MAXXI DI L’AQUILA_en

THE EXHIBITION

PAZ AT THE MAXXI
IN L’AQUILA


ANDREA PAZIENZA. LA MATEMATICA DEL SEGNO

6 December 2025 / 6 April 2026

Curated by Giulia Ferracci and Oscar Glioti, the exhibition anticipates the major exhibition that MAXXI in Rome will dedicate to the artist in 2026. In L’Aquila, visitors will be able to admire the artist’s early works and those linked to Abruzzo, the region where he spent his youth and which had a profound influence on his artistic development and sensibility.

Info:
MAXXI L’Aquila

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