Incominciamo da un problema. Pazienza, Echaurren, Altan e Andrea Pazienza, due disegnatori di fumetto e un illustratore, espongono delle loro opere a Roma. Dunque, sembra proprio che sia cambiato qualcosa. L’arte minore, come il fumetto, da sempre considerata una non-arte, viene rivalutata. Forse sopravvalutata, perfino. È così?
Pazienza: Sì, sopravvalutata; per fortuna, è una sopravvalutazione che poi non trova un terreno adatto. Parlo del materiale, ad esempio. Prendi il fumetto più bello, meno tradizionale, più ricco di spunti e di innovazioni. Molto spesso è roba insensibile, realizzata con colori che non resistono alla luce, con pennarelli ad acqua che si stingono dopo tre mesi, piena di peccette e di rattoppi. Non si può prenderla e metterla in cornice. Anche perché a queste cose di passare per opera d’arte non gliene frega niente.
Echaurren: Bisogna vedere se però non è proprio questo il problema. C’è, per esempio, chi vuol creare delle vere separazioni, e tenta di reinventarsi l’arte con la A maiuscola, i quadri con il titolo in latino, il finto secentesco, il floreale. Voglio dire che si avverte una separatezza nelle comunicazioni. A questo punto io credo che anche il fumetto abbia uno spazio, perché spesso è più in grado di raccontare gli umori di un certo momento. Molto più dei quadroni dipinti a olio.
Pazienza: E comunque io so che un disegnatore di fumetti, quando deve scegliere una propria piccola immagine per ingrandirla e farne un quadro, lo fa con una certa vergogna. Voglio dire: è vero che oggi in Italia c’è qualcuno che, ad altissimo livello, riesce a portare avanti le due cose contemporaneamente, con riconoscimenti anche molto strani, non so, Biennali, mostre al Guggenheim. Marcello Jori è così, e ha fatto delle cose splendide. Lui è veramente l’unico artista italiano di fumetti che sia conosciuto in America. L’unico. Però, appunto, ha tenuto sempre le due cose separate. Mentre, invece,in tutta onestà, questo non dovrebbe essere importante. Non è scritto da nessuna parte. Niente codifica l’illustrazione per l’illustrazione, il fumetto per il fumetto, il quadro per il quadro…
Però, c’è un elemento di fondo, che condiziona: Pablo si è cimentato con le copertine, eccetera, Andrea con il fumetto: prodotti che andranno visti da molti, che andranno stampati, lavorati per la carta stampata. Questo della carta stampata non è un elemento condizionante?
Pazienza: Per me no, per nulla. Perché nonostante tutte le necessità e i bisogni,
alla fine lo sbalzo sta nel disegnare, nel fare cose che piacciono innanzitutto a se stessi.
Vale quello che diceva Miller di Kerouac. Non è una citazione. È che se l’autore è partecipe ed onesto, il pubblico lo avverte, ed è la metacomunicazione più importante.
Echaurren: Non è detto però che, se il pubblico lo sente, poi lo viva.
Pazienza: Voglio dire questo: secondo me si può lavorare in tre modi. Con la testa: si siede a tavolino e si programma il lavoro. Con la mano: ci si affida alla mano, e si tira fuori qualcosa di sufficientemente preciso. Oppure c’è un terzo modo: usando il plesso solare, con un sistema preso dalle arti marziali giapponesi. È un modo di portare avanti le cose col plesso solare, con lo stomaco, in maniera viscerale, passionale, che porta a qualunque tipo di segno. Quest’ultimo, per me, dà I risultati migliori, perché non c’è nessuna bieca volontà di piacere al pubblico.
Echaurren: Per me il punto è che un pittore fa un’opera diretta, guardata da un pubblico ristretto. Quando si lavora per la riproduzione, per un pubblico più vasto, occorre essere più precisi, anche a scapito del guadagno. Più precisi non tanto nell’idea in generale, ma proprio tecnicamente.
Pazienza: C’è da dire però che se a un disegnatore di fumetti viene data la possibilità di fare della grafica e ha i canali giusti per promuoversi, ha la possibilità di sfruttare bene la situazione. I disegni possono diventare una storia; con l’aggiunta di una poesia o di una didascalia può diventare un book; la stessa storia può diventare venduta in Francia e così via.
Ma insomma, il fumetto ha qualcosa in più del quadro? Oppure il fumetto può aiutare a fare quadri?
Echaurren: Il discorso è ampio. E non tanto pensando alla striscia, ma a tutta la comunicazione grafica. In Italia, una vera tradizione non c’è, mentre altrove, per esempio nei paesi anglosassoni, la grafica ha una storia alle spalle. Gente come Steinberg o Milton Glaser costruiscono un pezzo con un manifesto, poi ne possono fare un acquarello, senza dicotomie come qui.
Pazienza: Anche se in Italia, effettivamente, c’è una classe di nuovi disegnatori uscita fuori forse da due o tre anni, che è capace di cimentarsi con tutto. Anche se, poi, uno Jori arriva a firmare i suoi fumetti con una sigla, per non confondere i due livelli.
Fumetto come pittura del futuro?
Echaurren: In parte forse sì. In ogni caso nella pittura oggi si va verso un’astrazione forte,
ricreando il mito dell’artista che pondera e anche un po’ maledetto. A volte si leggono delle interviste che fanno spavento.
Pazienza: Bisogna tener presente che c’è un pubblico che guarda i fumetti o le copertine dei dischi e che è assolutamente preparato. È come un’ameba, senza una testa e un corpo, ma che cresce e sa cogliere tantissime accezioni e differenze. Così oggi ci sono anche disegnatori di tipo tradizionale accanto a quelli che fanno ricerca, con le antenne il più efficienti possibile. Finché le cose andranno in questo modo, in un’illustrazione pubblicitaria o in un fumetto ci saranno tanti elementi quanti non sarà assolutamente possibile trovarne in un’opera contemporanea. Cito un altro caso. Se sul mercato, antiquario e no, si trova in vendita un Tintoretto a 35 milioni, dei disegni del Bramante a meno di 50, un Lorenzo Lotto a 75 e un Chia a 70, credo che si sia proprio persa di vista la realtà.
Postavanguardia, postcatastrofe, postprivato. Forse c’è anche un postfumetto?
Pazienza: Io so che una volta si guardava alla Francia e alla Spagna. Adesso le cose sono cambiate. Nell’80 sono andato in Usa per cercare il segno di questo decennio, perché pensavo che non ci si potesse accontentare del quadrato o del triangolo, come mi indicavano le pubblicità o i fumetti americani che leggevo. Era un’emancipazione del segno in direzione allarmante, chiusa. Quando sono tornato, mi sono accorto che forse è meglio essere più individualisti e non fidarsi troppo delle mode. Perché, se si lavora con tranquillità, capita sempre di anticiparle. Praticamente, però, sono due anni che non lavoro o lavoro pochissimo.
Echaurren: Sono d’accordo per quanto riguarda le mode. Direi che dietro alla situazione attuale esiste una schiera spaventosa di gente che si allinea. L’anno scorso a Villa Ada, alla festa del ballo perduto, c’era un giochino per cui bisognava scrivere su di un calcolatore la professione. Una volta tutti avrebbero detto studente. E invece erano tutti «artisti».
Pazienza: Più aumentano i disoccupati e più aumentano gli artisti…
Echaurren: È il fenomeno di Warhol; tutti famosi per 15 minuti. Oggi c’è una vera e continua rimasticatura di gusti passati. La vera avanguardia, ora, diventa fare ognuno i fatti propri.
Cinema e fumetto, telenovela e fumetto. Quali sono i rapporti?
Pazienza: Strettissimi. Per quanto riguarda i fumetti, tutti sanno come si usa Lanciostory o Bliz. E lo stesso vale per la telenovela.
Echaurren: Per l’inverso, la telenovela viene da loro.
Pazienza: E tutti e due vengono dal feuilleton. Per il cinema, io che faccio fumetti, tengo molto al taglio cinematografico delle mie storie. Scozzari direbbe che lui è soggettista, sceneggiatore, regista, costumista, tecnico delle luci delle sue storie. Perché se uno fa delle storie con avventura può proprio far vedere come sistema la camera, come la muove, entra nelle case. C’è proprio tutto.
Giovani fumettisti, giovani scrittori: ci sono veramente molte possibilità per i giovani che lavorano nel fumetto?
Pazienza: Sempre di meno. Oggi un fumetto di ottimo livello può essere realizzato in sostanza solo da un singolo, che abbia capacità di narratore e di disegnatore. E non è facile avere tutte e due le capacità. O può nascere dalla collaborazione di due persone che si capiscono moltissimo: ragazzi che collaborano; mentre non c’è più gente come una volta, che scrive la sua storia a parte, e poi questa, dopo una contrattazione, viene realizzata. E poi si pensi soltanto a tutti i ragazzi che escono dal liceo artistico e pensano di diventare disegnatori e, in un secondo tempo, se non ce la fanno, si mettono a dipingere… Sono migliaia e migliaia di giovani. E tutti solo disegnatori.
Un altro tema che vi vede in qualche modo accomunati: tutti e due avete seguito molto da vicino, col vostro lavoro, il movimento del ’77. Echaurren a Lotta continua e con la grafica dell’ormai storica collana di «Il pane e le rose». Pazienza, che aveva descritto il movimento a Bologna, ebbe perfino una furiosa polemica con Città futura in proposito. Vediamo: voi vedete degli esiti usciti da quella fase?
Pazienza: Io ricordo perfettamente la sensazione che ebbi a Bologna nel ’78. Avevo bisogno di continuare in quel modo nuovo di stare insieme alla gente, che avevo sperimentato nel ’77. Purtroppo, i luoghi deputati non si riconoscevano più. Poi, un po’ la droga, un po’ il bisogno di soldi, un po’ i capoccia che si sono trovati grandi ambizioni sotto il cuscino, però con tutt’altre idee, insomma tutto è diventato una cosa vecchia. Ma io sono sempre un moschettiere per natura. Aspetto che il telefono suoni. Sono pronto a lanciarmi in qualsiasi impresa richieda il mio aiuto, e non solo col disegno. Insomma, la cosa che ho più in testa è scendere in piazza. Ho proprio in mente l’azione, anche se detesto ogni tipo di prepotenza e di sopraffazione.
Echaurren: Anche per me il tempo è cambiato e m’ha cambiato. Allora quello che m’aveva più rotto era la separatezza dell’arte. E avevo deciso di fare un vero lavoro, campare con i pennarelli. Allo stesso tempo, è passata anche un’altra idea: che la creatività potesse dilagare e, in fondo, cambiare le cose. Almeno, un settore pensava così: che non ci fosse più la politica, che valesse solo l’ironia, e si potesse giocare con le cose. E non più citazioni dai Grundrisse a valanga. In realtà, ha ragione Andrea quando dice che c’era gente che rincorreva sogni di gloria. Ecco, così si capisce anche il ritorno di taluni all’arte «sacerdotale» e l’uccisione dell’ironia. Ma qui in Italia l’ironia, l’ironia di Voltaire, è difficile. La mia delusione è questa: che si sia persa l’occasione di far passare il divertimento, il colore, il gioco oltre la ponderosità e l’«ecclesiale».