FOTO ISABELLA DAMIANI
Foto Isabella Damiani










































































È il 1975. Nicola de Mattia riprende su pellicola una giornata di tarda primavera trascorsa con gli amici nella loro nuova casa di studenti fuori sede a Bologna, in via Emilia Ponente 223.
Negli scatti compaiono, oltre a de Mattia, Andrea Pazienza, Massimo Carafa, Roberto Fratta, Gino Nardella, già compagni di classe alle elementari, e altri ancora: volti e nomi che ritroveremo ne Le straordinarie avventure di Pentothal.
Andrea, allora, non immagina ancora che proprio in quel luogo prenderà forma una delle opere grafiche più importanti del fumetto italiano.





































































In via Clavature, a Bologna, sorgeva uno stabile occupato e ribattezzato Traumfabrik (“Fabbrica dei Sogni”). Vi avevano preso dimora i membri del gruppo musicale Centro d’Urlo Metropolitano (poi Gaznevada) insieme al fumettista Filippo Scozzari. Andrea frequentava abitualmente la casa occupata e se ne autoproclamò membro, pur continuando a vivere in via Emilia Ponente.
Ricorda Nicola Corona: “Andrea lo conobbi con Betta, in Traumfabrik, in acido (lui, io ero “normale”), e fu subito una sintonia mentale pazzesca, mai avuta così con nessuno. Per me era già un mito assoluto del disegno, dell’immagine, del colore, e lì, in Traum, stavo conoscendo il mio mito. Ma proprio perché era Andrea, tutto andò al di là e oltre, e fu ‘solo’ un fantastico amico, generoso come pochi. Troppi i ricordi: i viaggi in Alfa 33 assieme per i colli, o le serate e le nottate in via Emilia Ponente, spesso a guardarlo finire una storia per Frigo o Linus la notte prima della consegna.
Così, poco dopo averlo conosciuto, lo invitai con Freak – la cui nonna abitava non lontano dalla casa di mia mamma – nella mia nuova casa, nella mitica via Clavature 20. All’ultimo piano, con la Traum al secondo. Le foto vennero così, per caso, con la mia Olympus. Anche l’idea del San Sebastiano con i Caran D’Ache a mò di frecce”.









































“I due episodi che sto per raccontare sono quasi la fotocopia l’uno dell’altro, se non per i luoghi e alcuni dettagli.
Sull’opportunità di divulgare questi ricordi rimando ogni riflessione a un secondo momento, anche se sono convinto che la “storia” non vada mai nascosta.

Andrea, con l’elemetto rosa Coca-Cola e il Flobert, sul terrazzo di casa insieme al fratello Michele
Sono passati molti anni e non ricordo con certezza quale dei due sia avvenuto per primo, ma comunque appartengono a un periodo molto ravvicinato. Siamo intorno al ’73.
Un giorno tornavo da scuola quando, uscito dall’ascensore sul pianerottolo di casa — in via Daunia, a San Severo, al sesto e ultimo piano — vidi Andrea insieme a un nostro amico. Quest’ultimo aveva battezzato casa nostra La Carica & Spara S.p.A.. I due scendevano caracollando per le scale che portavano su alla terrazza, con in mano il fucile Diana a piombini.
— Che è successo? — chiesi.
— Niente — fu la risposta.
L’amico si infilò subito nell’ascensore e andò via. Andrea rientrò in casa e ripose il fuciletto in camera, come se nulla fosse.
Poco dopo tornarono da scuola anche i miei genitori. Mia madre preparò il pranzo e ci ritrovammo tutti a tavola. A un certo punto suonò il campanello. Mi alzai e andai ad aprire, mentre gli altri rimasero a tavola in cucina.
Sulla porta c’era un vigile urbano, insieme ad altre due persone. Il vigile teneva un fazzoletto premuto al lato del collo. Mi dissero che stavano passando di appartamento in appartamento tra quelli che affacciavano sull’incrocio con via Tondi: qualcuno, presumibilmente da lì, aveva sparato giù in strada, colpendo persino il vigile.
Mi chiesero se in casa ci fossero armi.
Esterrefatto, risposi di sì e, senza esitare, mostrai loro i fucili da caccia di papà e il Flobert, custoditi nello sgabuzzino accanto all’ingresso. Sapevo bene che l’incidente non poteva essere riconducibile alle armi mostrate, e, naturalmente, omisi di menzionare il Diana in camera nostra.
Così, i tre dopo essersi scusati, salutarono e andarono via, proseguendo la loro indagine lungo le scale.
Tornato in cucina, papà mi chiese:
— Chi era?
— Un vigile urbano. Chiedeva se sapevamo di chi fosse una macchina parcheggiata male giù in strada — risposi prontamente, lanciando un sorriso ad Andrea.
Mi raccontò più tardi Andrea che dal terrazzo avevano preso di mira prima la vaschetta del baccalà in ammollo davanti al negozio di alimentari all’angolo, provocando curiosi e inspiegabili schizzi d’acqua. Poi era stata la volta del tettuccio dell’auto di una coppia, parcheggiata davanti al negozio. Mentre la donna era entrata a fare la spesa, il proprietario girava attorno alla macchina senza riuscire a spiegarsi i colpi e i graffi che comparivano sul tettuccio.
Bersaglio finale, il vigile urbano, che passando lì per caso era stato coinvolto nell’indagine sugli strani fenomeni, poi preso di mira come trofeo massimo.
Il secondo episodio si svolse d’estate, a San Menaio, nella nostra vecchia casa.
Io, mamma, papà e Mariella eravamo appena rientrati insieme dal mare. Andrea era già a casa. Il tempo di cucinare ed eravamo tutti a tavola.
Bussano alla porta. Ancora una volta, due o tre persone. Lamentavano che qualcuno avesse sparato piombini, colpendo alla gamba una signora seduta sulle scale della vecchia scuola elementare, a un centinaio di metri dal nostro balcone di casa.
Questa volta fu nostro padre ad intervenire, e, non mentendo, ma grazie alla sua proverbiale confusione, affermò indignato che noi eravamo appena tornati tutti insieme dal mare e ci eravamo messi a tavola, e nessuno aveva sparato alcunché.
Non avevo bisogno di conferme, ma buttato l’occhio al balcone vidi che Andrea non aveva rimesso ancora a posto il vaso della fila di gerani lungo la ringhiera, quello che aveva dovuto spostare per farsi largo e sparare da sdraiato.
Fu così che sul calcio del fucile comparvero due piccole svastiche incise nel legno, simili a quelle che i piloti tracciavano sulla carlinga dei loro aerei per ogni velivolo nemico abbattuto.”


“Negli anni, a mio giudizio, si è un po’ esagerato nel raccontare il coinvolgimento di Andrea in queste attività. Vorrei quindi precisare alcune cose.

Da bambino Andrea avrà seguito nostro padre a caccia non più di un paio di volte, insieme a me. Svegliarsi la mattina molto presto e stare fermo più di un minuto senza cazzeggiare non faceva per lui, e se ne rese subito conto. Inoltre, il sangue lo terrorizzava. Non ha mai avuto il porto d’armi, né un’arma intestata, né è mai stato in un poligono. In “atteggiamento di caccia” avrà sparato con un fucile vero non più di cinque colpi, a Gadescia, in un pomeriggio del ’75 – e non saprei dire con certezza se abbia colpito un uccello.
In casa, a San Severo, non è mai comparsa una rivista o materiali sulla caccia o sulle armi, a parte due volumi di papà dell’Enciclopedia della caccia Sadea-Sansoni, edizione 1967. Anche a Bologna, in via Emilia, dove passarono – al mio seguito – incatenati ad una rastrelliera nella mia camera, il Flobert e la doppietta calibro 16 del nonno, non ricordo di aver mai visto pubblicazioni sul tema, a eccezione di una fugace apparizione del manuale Tac Armi, da cui trasse informazioni per realizzare la storia “Armi” pubblicata su Alter Alter.
Andrea, in realtà, non capiva niente di caccia e armi, ma ne era sicuramente attratto. Dal ’77, o forse anche prima, fino alla fine, tenne sul suo tavolo una riproduzione in plastica leggera di un grosso revolver nero, più volte raffigurato nei suoi disegni. Anche a Montepulciano, le sue “cacce al cinghiale” con arco e balestra erano poco più che passeggiate nei dintorni di casa, a mezzogiorno, interrotte dalla chiamata a tavola dalla finestra. L’unico animale che uccise con la balestra fu un istrice già agonizzante, investito da un’auto davanti casa, a cui diede il colpo di grazia.
Credo che l’unico tentativo di caccia vera fu durante sia stata una posta notturna al cinghiale, a Manonera, con arco e balestra. Quella volta in cui lo abbandonai su un albero.
Nelle sua opere, del resto, Andrea ha sempre avuto una posizione critica verso la caccia, come in “Caccia e Fresca” e “Una Estate”, o nella sua partecipazione alla campagna per il referendum contro la caccia. E non dimentichiamo la sua collaborazione con Lega per l’Ambiente, Goletta verde ecc.
Era, invece, un formidabile nuotatore e amava molto immergersi con la maschera. Fu lui a comprare, da Novelli a San Benedetto, il primo Miniministen, una piccola pistola subacquea. Poco dopo tornò da Pescara con un Vicojet De Luxe – il cannone subacqueo usato da James Bond in un film dell’epoca – con cui, tirando a secco nello studio di San Severo, io e Andrea, riuscimmo a trapassare due elenchi telefonici e infilzare la pesante asta nel muro retrostante. Smarriti questi due fucili subacquei, Andrea comprò poi un più equilibrato Medisten, che conservo ancora oggi.
Tornato a casa da un breve soggiorno alle isole Tremiti, dove aveva portato con sé la pistola subacquea, Andrea mi raccontò di aver mangiato a sbafo nel locale ristorante “’A furmicula” perché ne aveva disegnato la locandina, e di aver pescato un polpo enorme, ma così grande che lo aveva portato al ristorante e aveva costretto a inserirlo nel menù.

Che abbia disegnato il logo del locale è vero, che abbia preso un polpo è possibile – e sarebbe uno dei due soli presi in vita sua –, che il polpo fosse così grande come raccontava, invece, ne dubito.
In realtà, tutti questi arnesi li ho usati più che altro io nel tempo, mentre Andrea li osservava soltanto, per coglierne l’essenza e trasferirla in qualche sua opera. Era però un eccellente e appassionato pescatore di cannolicchi e un abile sciatore e pattinatore.
Quanto al kendo, è impensabile immaginare che Andrea possa essersi dedicato in vita sua a una arte marziale, che come ogni altra richiede concentrazione, disciplina e costanza. Tornò da Alcatraz in via Emilia con sei pezzi: due spade di legno corte (di legno di rosa, mi disse), due lunghe e due di stecche di bambù, assemblate con un’impugnatura in cuoio. Più tardi, in via San Bartolomeo a Montepulciano, arrivarono la corazza e l’elmo. Io stesso andai una volta ad Alcatraz, ma di kendo non se ne fece, né se ne parlò. Dubito che Andrea abbia dedicato più di cinque ore della sua vita a scherzare e a farsi fotografie con il suo amico maestro di kendo ad Alcatraz. Eppure, aveva capito tutto del kendo: gli bastava un’annusata per cogliere l’essenza delle cose.
Una delle spade lunghe di legno, con inciso uno Zanardi, è ancora appesa alla mia libreria, sotto il suo arco e la sua balestra, affianco a una sua lunga riga d’alluminio e la racchetta di Una estate.
Lo stesso discorso vale per la palestra. Quando arrivai a Bologna nel ’77, Andrea mi disse che da poco frequentava la palestra di Gigi Lodi, ma dopo quel giorno non ci andò mai. È vero però che, fin da ragazzo, teneva in casa attrezzi ginnici e li usava regolarmente, per alcuni giorni prima di ogni estate.
Andrea era, in fondo, un atleta naturale.”
“Era la primavera del 1978. In quel periodo studiavo nella vecchia casa di San Menaio, preparando l’esame di Principi di Economia Politica e Statistica. Forse, i miei sarebbero arrivati da San Severo per il weekend, fermandosi nella casa nuova, e Andrea da Roma.

San Menaio d’inverno è particolarmente umida e fredda, esposta a nord tra il mare e la pineta. La vecchia casa non aveva riscaldamento, solo un camino, e si era immersi nel silenzio, nell’odore della pineta bagnata e in quello del fumo. A disposizione si aveva del legno di pino fresco, poco adatto da ardere, perché scoppietta e crepita, lanciando tizzoni ardenti, e la fuliggine resinosa intasa la canna fumaria con il pericolo che si incendi. Per fortuna, però, noi al tempo non lo sapevamo.
In quella stagione, nei giorni che seguivano le mareggiate, quando l’acqua tornava sufficientemente limpida, poco dopo l’alba si veniva spesso svegliati dal “botto a mare”. Non erano fuochi d’artificio, ma le bombe dei soliti noti, che col tritolo o gelatina proveniente dalle cave di Apricena, un po’ alla volta distruggevano quei quattro scoglietti sommersi per raccogliere, sì e no, tre cefali e una spigoletta.
Dall’unica stazione radio che si riceveva – limpida, forte e chiara, come se trasmettesse da Vico – una voce, sempre della stessa signorina dalla pronuncia impeccabile, sciorinava ogni giorno, per tutto il giorno, un infinito elenco di buone notizie e soprattutto numeri relativi a eccezionali produzioni agricole e prodigiosi successi industriali. Solo raramente quell’incessante e ipnotica nenia veniva interrotta da un po’ di musica, con canzoncine simili a “Quel mazzolin di fiori”, ma in albanese. Era Radio Tirana, e ai tempi di Hoxha, mostrava in maniera genuina quella che era la propaganda politica di una dittatura.
Io avevo occupato metà del grande tavolo del soggiorno con i miei libri e appunti. Il tavolo era situato tra il camino – con il vano legnaia ben fornito – e la credenza di legno disegnata da nostro padre, con un’anta sfondata tempo prima da Andrea con un pugno in un momento d’ira, tornato dalla casa nuova dopo una lite con papà. L’altra metà del tavolo era ordinatamente apparecchiato con tutto l’occorrente per caricare le cartucce.
A metà di una mattina piovigginosa sento il rumore di una macchina che si ferma, voci eccitate, rumore di sportelli che si chiudono, il cancelletto che si apre e tonfi di passi veloci che salgono le scale. Era arrivato Andrea e non era solo. Aprii la porta e lui entrò con un gran sorriso e senza abbracci, essendo carico di borse e cartelle che vennero subito appoggiate sul tavolo. Dietro di lui due amici, uno grosso, che mi salutò con un accento popolare meridionale, l’altro era un armadietto rettangolare, con un sorriso stampato e una grande capacità di non incrociare il mio sguardo. Si chiamavano Tanino e Stefano.
Ero contento che Andrea fosse venuto, ma la presenza di quei due amici la avvertivo ingombrantissima. Preso dai suoi amici e dai suoi progetti, Andrea considerò irrilevante la presenza di un fratello già sistemato in casa, e spostate di poco le mie cose cominciò a coprirle di cartelle, fogli e astucci di pennarelli. Mentre dilagava sul tavolo assegnava le stanze con gesti rapidi in una crescente frenesia. Dovevano discutere, o ultimare, un disegno a colori apparso sul tavolo, che era simpatico e rappresentava un tizio che con forchetta e coltello si divorava la pancia.
Capita l’antifona, mi trasferii, molto seccato, nella casa nuova. La sera ci ritrovammo per la cena. Erano i giorni del rapimento di Aldo Moro, e a tavola tirai fuori il discorso. Rabbrividii di fronte agli sghignazzi dei tre, e nei giorni successivi me ne tenni alla larga.”

La vecchia casa a San Menaio

Andrea e la casa vecchia di San Menaio ne “Il Partigiano”, 1981
“Quella mattina di settembre i miei sarebbero andati a San Severo con la Opel Manta di papà, lasciando a San Menaio la Cinquecento blu di mamma e sarebbero tornati tardi.

Andrea ed io davamo per certo che quella sera, in un modo o nell’altro, saremmo andati a Capotondo, a circa quattro chilometri, dove c’era la casa in campagna degli amici di Napoli. Andrea non aveva la patente, ma solo il foglio rosa, e giurò a mamma che avrebbe preso la macchina insieme a un amico patentato per andare a Capotondo. L’amico, naturalmente, non esisteva e nel pomeriggio, appena passata l’afa, salimmo in macchina e, tirata la levetta dell’accensione affianco al sedile, ci avviammo. Uscendo dal cancello di casa sulla strada statale, voltammo a sinistra imboccando il lungo curvone che, alla fine, prosegue in un breve rettilineo verso il mare e svolta proprio davanti all’Autostello, il primo albergo sul mare di San Menaio, degli anni Trenta, coevo della ferrovia. Da lì la statale diventa il lungomare, che corre parallelo alla ferrovia, che la separa dalla spiaggia sulla destra. A metà circa del lungomare, con una stretta esse intervallata da un passaggio a livello, la strada scavalca la ferrovia continuando ad affiancarla e proseguendo a ridosso dell’arenile. Passammo davanti alla baracca del Lido Centrale e al bar che le sta di fronte. Poco dopo, appena fuori dal centro abitato, lasciammo la statale svoltando per una stretta stradina privata che, dopo aver attraversato di nuovo la ferrovia con un passaggio incustodito, si inerpicava con tornanti tra olivi e pineta. Ed eccoci, finalmente, a Capotondo.
Al ritorno, ormai già tardi, alla luce dei fari prendemmo la via di casa. Fatti i tornanti in discesa e attraversata con attenzione la ferrovia, eravamo di nuovo sulla statale. Entrammo a San Menaio con la lunga fila di lampioni che male illuminavano la strada; non c’era anima viva, ma lì, in quei periodi e a quell’ora, è sempre così. Avanzando, una luce sembrava provenire dalla vetrina del bar, forse ancora aperto. Avvicinandoci, vidi una figura che usciva dal bar e una macchina era posteggiata di fronte, al di là della strada. Andrea andava piano. Proseguendo, i rifrangenti della divisa e dell’auto apparvero chiari. Un carabiniere ci si parò davanti con una paletta rossa brillante. Panico, adrenalina, terrore, tutto in un attimo. Io non rischiavo nulla, ma Andrea, per me, era rovinato.
“Vai” – gli dissi piano, – “Vai e non accelerare!”.
In poche parole, facemmo finta di niente e gli passiamo davanti. Dopo una cinquantina di metri mi voltai a guardare, non c’era nessuno e la luce del bar era sempre più lontana, la macchina ferma con le luci spente era ancora lì. Eppure non era stato tutto un sogno, e continuo a guardare indietro.
Stavamo quasi per arrivare al passaggio a livello della doppia curva a metà del lungomare quando, ormai lontanissimi, vidi uscire dal bar due figure che correvano verso la macchina. Facemmo la esse e non vidi più nulla.
“Corri! corri!”, gridai disperato a un Andrea ormai terreo. Il piano, per me, era semplice. Avevamo un gran vantaggio e l’importante era che il cancello di casa alla fine del curvone fosse rimasto aperto: una volta entrati in giardino con la macchina, saremmo stati salvi.
Andavamo a tutto gas, per quanto lo permettesse una 500 L, e quando noi eravamo alla curva dell’Autostello, loro già sbucavano dalla esse del passaggio a livello. Alla fine dell’ultimo rettilineo stavamo per imboccare il curvone prima di casa, quando loro apparirono all’Autostello. Non ce l’avremmo mai fatta.
A metà del curvone parte una piccola via che termina poco più in là in un campo dove andavamo a giocare da bambini. Non ricordo chi prese quell’ultima decisione, ma ormai non avevamo scampo. Andrea svoltò per la stradina e, dopo pochi metri, spense le luci e il motore, e ci acquattammo sui sedili.
I carabinieri sfrecciarono straveloci alle nostre spalle e, neanche il tempo di un sospiro, non vedendoci in fondo alla strada dove invece avremmo dovuto essere, inchiodarono con stridore di gomme e fecero marcia indietro. Il panico esplose. Andrea riavviò e partì a luci spente verso il buio. Ci erano addosso. La strada, come sapevamo, finiva lì. Andrea si fermò, e anche loro, inondandoci di luce.
Una serata meravigliosa, dolce, tenera, interessante e colta, in un attimo si era trasformata in un incubo, come in un film. E noi eravamo i cattivi.
Scendemmo immediatamente tutti e quattro dalle macchine; loro con le mitragliette puntate, io con le mani ben alzate, resto fermo immobile accanto allo sportello. Andrea, invece, correndo verso i fari e le armi, si tuffò a terra abbracciando gli stivaletti del carabiniere più vicino, in un pianto catartico, invocando perdono e pietà.
Sarà stata l’inusuale reazione di Andrea o la sua capacità quasi magica di sfangarsela sempre, la nostra sincerità e la nostra età, fatto sta che, fatta manovra, ci seguirono per i duecento metri che ci separavano da casa.
Ricordo mamma, a tarda notte, sulla terrazza, in una lunga vestaglia bianca, che, dopo aver sommariamente appreso dai carabinieri quanto successo, con tutte le sue poche forze cominciò a menarci schiaffoni e calci ai quali non ci sottraemmo. E così finì la faccenda.
Durante gli accertamenti, in fondo al campo, tra pianto, paura e vergogna, ricordo che uno di loro, cercando di guardarmi negli occhi, mi disse: “Noi rischiamo la vita per imbecilli come voi”.
Di sicuro avranno infranto qualche regolamento, visto come è finita, ma col senno del poi voglio dire a gran voce che la loro umanità e la loro ponderatezza furono superbe. In America, e in tante altre parti del mondo, ci avrebbero sparato già dall’inizio del curvone.
Oggi, quel lungomare porta il nome di Andrea.”
Nel 2018, per celebrare i trent’anni dalla scomparsa di Andrea, Lucca Comics & Games ha realizzato una serie di brevi clip con interviste, diffuse sui canali social del festival.
Le interviste hanno coinvolto autori contemporanei del fumetto italiano che si ispirano all’eredità artistica di Andrea.
Per l’occasione è stata inoltre intervistata la madre di Andrea Giuliana Di Cretico nella sua abitazione di San Severo.
Il 2 maggio 1987, durante la 4a Fiera del Fumetto ospitata dalla
Mostra d’Oltremare a Napoli , Andrea improvvisa una performance sulla parete di uno dei padiglioni.
Armato di un pennello e di un barattolo di vernice dà vita a una battaglia di opliti e animali, un dipinto di oltre sette metri per tre, realizzato senza alcun disegno preparatorio.
Dopo alcuni anni, nel 2010, per garantire la salvaguardia dell’opera, il murale è stato “strappato”, restaurato, e collocato nel Padiglione America Latina della Mostra d’Oltremare che ospita l’Archivio storico dell’Enel.
Il ’77. Potere dromedario, scritto da Giuliano Zincone e diretto da Amedeo Fago, è una coproduzione Palomar-RAI andata in onda il 22 ottobre 1987 per celebrare il decennale del 1977, anno cruciale nella storia dei movimenti giovanili e della cultura italiana.
All’interno del documentario, Andrea Pazienza racconta la nascita di Pentothal, il suo alter ego a fumetti divenuto simbolo degli studenti in lotta, e la sua collaborazione con la rivista Il Male, una delle voci più originali della satira italiana. In quegli anni, Il Male si affermò come un autentico laboratorio di dissacrazione e sperimentazione, capace di trasformare la cronaca in un terreno di gioco corrosivo, pungente e decisamente innovativo.
Agli inizi del 1979, nel seminterrato della libreria Vecchia Talpa, in piazza Massimi a Roma, si tennero alcune lezioni dedicate alle tecniche del fumetto, accompagnate da una serie di incontri con professionisti del settore.
Gli eventi furono organizzati da Luca Raffaelli, Francesco Coniglio e Silvano Caroti, che in quegli anni curavano anche la fanzine L’Urlo, punto di riferimento per la scena fumettistica. Tra gli ospiti figuravano artisti del calibro di Hugo Pratt, Benito Jacovitti, José Muñoz e Carlos Sampayo.
Parteciparono anche Andrea Pazienza e Filippo Scozzari, che raccontarono la nascita della rivista Cannibale e il loro rapporto con il linguaggio del fumetto.
L’incontro venne documentato e riproposto in diverse occasioni sui canali RAI.
Dai materiali giovanili di Corrado Biccari e di sua moglie Patrizia Canelli è riemersa una pellicola contenente un filmato di poco meno di sette minuti, privo di titolo e di qualsiasi indicazione.
Possiamo far risalire le riprese agli inizi del 1977 e restituiscono momenti di vita quotidiana di Andrea. Dalla sua abitazione di studente fuori sede si dirige in tram al centro. Si ferma in Piazza Maggiore davanti alle lapidi dei Caduti della Resistenza per poi dirigersi al DAMS, dove da una finestra osserva l’avvio di un corteo che rivendica il diritto all’aborto.