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Autore: kicca

LA FIAT 1100 MUSONE

LA FIAT 1100 A MUSONE


“Di fronte alla casa nuova di San Menaio, al di là della strada, abitava allora il maestro Dattoli. La sua casa era – ed è tuttora – una palazzina squadrata a due piani dei primi del Novecento, circondata da un grande giardino di agrumi, alberi da frutto, palme e viti.

Con Michele e la FIAT MUSONE all’uscita del meccanico di Rodi, 1975

Il maestro e sua moglie erano molto anziani, non avevano figli, e con me e Andrea erano sempre molto affettuosi.
Una mattina, una delle tante volte in cui mi trovavo a casa loro, entrai per la prima volta nel garage insieme al maestro, passando da una porta interna all’abitazione. Il garage aveva un grande portone verde che dava sulla strada, proprio di fronte al cancello carrabile del nostro giardino, ma non l’avevo mai visto aperto.
Quando entrammo, rimasi fulminato vedendo, al centro dell’ampio spazio, Caterina. Così il maestro chiamava la sua 1100 A “Musone”. Era la macchina di tutti i film del dopoguerra italiano, la sorella maggiore della Topolino, usata da fascisti e partigiani. Grandi parafanghi sormontati dai fanali, cofano lungo e alto – da cui il nome – frecce a bacchetta, nessun montante tra gli sportelli che si aprivano all’esterno come le ante di una finestra, ruota di scorta a vista sul retro e una targa laterale grande come un lenzuolo. Tutta di ferro e bachelite. La tappezzeria era intatta, come tutto il resto.
Ero estasiato. Toccavo ogni dettaglio.
Il maestro se ne accorse. Accadde tutto in modo incredibile, rapidissimo. Mi disse che era l’auto precedente alla sua FIAT 1100, che conoscevo bene; l’aveva presa nel ’49, già usata, e aveva circolato fino alla metà degli anni Sessanta. La batteria non c’era, ma secondo lui la macchina andava ancora.
Poi concluse: “Se la vuoi, prenditela. Vedi tu che c’è da fare”.
Quella mattina di sicuro non avrei raggiunto Andrea al mare. Spalancammo il grande portone e il cancello di casa nostra di fronte; con il maestro a controllare l’inesistente traffico, spinsi la macchina da una proprietà all’altra. Poi aspettai che tornasse Andrea.
Quando arrivò, non ci poteva credere, così come non ci potevo credere io. Passammo tutto il pomeriggio a guardarla da cima a fondo, ad aprire ogni cosa. Sembrava avesse ancora l’olio, e c’era perfino il cric. La sera ne parlammo con gli amici.
La mattina dopo la trainammo a Rodi dal “meccanico elettrauto”, accanto al gommista. L’obiettivo era portarla a Bologna, dove l’avremmo dipinta tutta di rosa, con una scritta Coca Cola rossa, proprio come l’elmetto tedesco che avevamo a quel tempo a San Severo. Il tuttofare di Rodi disse che era si trattava solo di olio, filtri, batteria e ganasce dei freni – ma queste ultime non si trovavano. Le gomme erano poco usate, ma ormai vetrificate. Per noi, però, bastava che girassero. Le ganasce le trovai io, a San Severo. A Rodi sentimmo per la prima volta, con entusiasmo, il rumore del motore, accompagnato da molti altri.
Dopo alcuni giorni il meccanico ci diede il via. Prima tappa San Severo, per sbrigare le ultime formalità. Andrea partì da solo alla guida, io e un amico lo seguivamo con un’altra macchina. La ricordo ancora, da dietro, mentre scendeva per i tornanti dopo Rodi, sulle sue ruote alte e strette.
Il viaggio, lentissimo, procedeva bene lungo la statale. Poi, iniziati i quattordici chilometri di deserto rettilineo dell’istmo che divide il lago di Varano dal mare, Andrea provò a “lanciarla”. A settanta all’ora il differenziale si bloccò. Le ruote posteriori si inchiodarono e stridendo sollevarono una nuvola di fumo e polvere; la macchina sbandò paurosamente da una cunetta all’altra finché non si fermò. Il meccanico di Rodi non aveva messo l’olio nel differenziale. Carro attrezzi fino a San Severo.
Bollo, assicurazione, passaggio di proprietà, batteria, mano d’opera del meccanico di Rodi, ganasce, differenziale – che trovai impazzendo a Foggia –, carro attrezzi, meccanico di San Severo. Sono solo alcune delle spese che affrontammo, e per noi era una faccenda seria: di quelle che ti autorizzano a dare fondo alla riserva speciale.
Sbrigate le ultime questioni meccaniche e burocratiche a San Severo, Andrea ripartì da solo per Bologna. Io ero già su. Sull’autostrada tra Pescara e San Benedetto la Fiat 1100 A Musone morì definitivamente, dopo aver raggiunto agonizzante una stazione di servizio. Andrea chiamò gli zii a San Benedetto, che prontamente mandarono un carro attrezzi per recuperare la macchina e un operaio della fabbrica per recuperare lui.
L’auto, con il motore andato, venne parcheggiata dietro il capannone della fabbrica. Poco dopo, un’alluvione la sommerse.
Così, alla fine, avevamo dato fondo – facendoci fregare anche dal gioielliere sotto casa – a tutto il contenitore di sterline d’oro che, dalla nascita in poi, ricorrenza dopo ricorrenza, nonni e zii ci avevano regalato. Tra questi c’erano anche due monete americane da venti dollari.”


La FIAT 1100 A Musone alluvionata

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LA SVOLTA DI PAZ

LA SVOLTA
DI PAZ


“Andrea, fino ai quattordici anni, era un ragazzo molto timido e insicuro, incapace di imporsi tra i coetanei, rispecchiando pienamente il suo aspetto gracile e lo sguardo malinconico. Pur essendo più piccolo, in famiglia ero io a godere della fiducia dei miei e, tra noi due, ero quello dominante. Andavo all’asilo da solo, nonostante fosse lontano da casa. Fu solo quando io iniziai la prima elementare e Andrea la terza nello stesso istituto, che i nostri genitori smisero di accompagnarlo. Da quel momento, ero io ad accompagnare lui.


Al terzo anno del Liceo Artistico in Via Chiarini, Pescara, 1972

A dieci anni mi fu molto facile convincere mio padre a comprarmi un fuciletto a piombini (lo zio Mario, poco dopo, ci avrebbe regalato il suo). Arrivati all’armeria di Nardino Tartaglia, amico di papà, bastò poco perché Nardino convincesse mio padre a comprarmi, al posto del un fuciletto ad aria compressa, un piccolo Flobert, che era pur sempre un’arma da fuoco.
Per Andrea, invece, ottenere il motorino compiuti i quattordici anni fu una battaglia, mentre io, già a dodici, lo guidavo senza nascondermi dai miei.
In quegli anni ricordo che Andrea non sopportava neppure una minima scena di violenza o di paura nei film in bianco e nero della prima serata alla TV, che al più proponeva film di Hitchcock. Si copriva gli occhi con le mani e, se necessario, scappava fuori dalla stanza per non sentire nemmeno l’audio. Poi, da dietro la porta, chiedeva: “È finito?”, tra le prese in giro generali.
Di quel periodo conservo anche il ricordo carissimo delle numerosissime volte in cui Andrea mi coinvolgeva come suo unico spettatore, a cui in seguito si aggiiunse Mariella, delle sue “scenette”. Ci chiudevamo in camera, io mi distendevo muto sul letto e lui, nello spazio tra letto e armadio, iniziava a recitare le fantastiche avventure dei suoi personaggi preferiti: Carmelo Dormipure e il signor Scarpa (cognome preso dai vicini di casa degli zii di Vicenza). Era un turbinio di parole e gesti. Andrea saltava da una parte all’altra interpretando più personaggi contemporaneamente, cambiando voce e sudando tantissimo.
Le trame erano avvincenti, in un crescendo continuo di eventi sempre più intricati, fino a diventare impossibile da sciogliere. E infatti le “scenette” finivano sempre senza una vera conclusione, a volte per sfinimento di Andrea, altre per la provvidenziale chiamata a tavola di mamma.
A tredici anni e mezzo, i miei iscrissero Andrea al primo anno del liceo artistico “Armando Misticoni” di Pescara, una scuola rinomata, alloggiandolo dai gesuiti. Fu per loro un sacrificio enorme, sia emotivo – considerato il carattere di Andrea – sia economico, dato che allora mamma non insegnava ancora.
All’epoca l’autostrada era in costruzione e il viaggio in macchina fino a Pescara era lungo e faticoso: si percorreva la statale affrontando le famigerate salite di Ortona, dove i camion imponevano andature lentissime, così come era lento anche l’attraversamento di tutti i centri abitati.

Per Andrea, che nei fine settimana tornava in treno a casa o andava dai nonni a San Benedetto, anche il viaggio in treno non era semplice: la grande e vecchia stazione ferroviaria di Pescara era priva perfino di sottopassaggi, e talvolta per raggiungere il binario si dovevano attraversare altri treni fermi, salendo da una porta e scendendo dall’altra. Ricordo ancora le vecchie locomotive a vapore impegnate nel movimento dei vagoni.
Per tutte queste difficoltà, alla fine del primo anno i miei si rassegnarono a iscrivere Andrea per il secondo anno al “Kennedy” di Foggia, più vicino, a soli trenta chilometri da San Severo.
Fu proprio durante quell’anno da pendolare, passato a San Severo, che Andrea iniziò un cambiamento radicale del suo modo di essere, recuperando in breve tutto il tempo perduto, tra risse, scherzi poco ortodossi e prime conquiste amorose. Un cambiamento che culminerà l’anno successivo, quando Andrea volle tornare a Pescara con una determinazione completamente nuova.”


Il signor Scarpa, 1967

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LA BUSTINA DI MINERVA: OdB, Pazienza, le formiche e altri ricordi


di Umberto Eco
da L’Espresso, 10 maggio 1992
Sabato 25 aprile, su Tuttolibri, il supplemento della Stampa, Oreste del Buono ha scritto un articolo sulla mostra dedicata ad Andrea Pazienza, l’autore (prematuramente scomparso) di fumetti che vorrei definire “céliniani”, che rappresentano un mondo di anime perdute. Del Buono ha ricordato i tempi lontani di quindici anni fa, quando Pazienza si presentò a Linus con i suoi disegni. Più tardi, ricorda del Buono, Pazienza aveva sostenuto di avere esibito una mia falsa lettera di presentazione, ma esclude che Pazienza l’abbia fatto.
Supplisco al vuoto di memoria di del Buono per ristabilire la verità storica. Pazienza era effettivamente allievo del Dams di Bologna, ma io non lo conoscevo. In quell’epoca il fumettista ufficiale del corso di laurea era Daniele Panebarco, che tappezzava i corridoi con grandi pagine di storie drakulesche in una università dei Carpazi dove i personaggi nefasti eravamo io e il professor Benedetto Marzullo. Pazienza entrò un tardo pomeriggio nel mio ufficio (direi, fine 1975) e mi mostrò le sue storie. Le sfogliai in fretta, abbastanza però da accorgermi che il giovanotto aveva del talento. In sua presenza telefonai a del Buono chiedendogli se potevo mandargli un giovane disegnatore. Ecco come cominciò la storia. Nessuna lettera falsa. (…)

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Andrea Pazienza: fumetti, rivoluzione e riflusso

Andrea Pazienza: fumetti, rivoluzione e riflusso


Dagli Anni di Piombo alla società effimera degli anni Ottanta, le opere di Andrea Pazienza vengono pubblicate in un periodo storico molto conflittuale per l’Italia.
Un personaggio raccontato dal professor Marco Peroni.
Raiplaysound (RAI, 23 Mag 2023)

https://www.raiplaysound.it/programmi/andreapazienzafumettirivoluzioneeriflusso

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PREMIO TENCO


La Rassegna della Canzone d’Autore – Premio Tenco nasce a Sanremo nel 1974 per iniziativa di Amilcare Rambaldi, fondatore del Club Tenco, con l’obiettivo di promuovere e sostenere la canzone d’autore. Si svolge al Teatro Ariston di Sanremo e diviene presto un punto di riferimento culturale, ospitando alcuni tra i più importanti artisti della scena musicale italiana e internazionale.

Nel 1982, Andrea Pazienza inizia una frequentazione del Premio Tenco, insieme all’amico Vincenzo Mollica. Durante la sua prima partecipazione, racconta quotidianamente l’esperienza della rassegna attraverso un diario personale fatto di testi e disegni, affisso nella bacheca del Teatro. Alcuni dei disegni di Andrea sono stati poi raccolti nel volume Caro Diario.

Nell’edizione del 1982 Andrea diede vita a gustosi “duelli” verbali — e persino a una sessione di braccio di ferro — con Francesco Guccini, scambiandosi affettuose stilettate e spiritose finte cartoline, in un gioco creativo che rifletteva lo spirito libero e conviviale del Tenco.

Due opere di Andrea realizzate per celebrare il decennale del Premio Tenco.

In una striscia realizzata nel 1984 e pubblicata su Il Cantautore, distribuito in occasione del Premio Tenco nell’ottobre dell’anno seguente, Andrea immagina e racconta un incontro con il suo personaggio Zanardi al Teatro del Giglio di Sanremo.

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NOTE DI STAR


Uno sguardo diretto e personale sui protagonisti della musica, attraverso ritratti estemporanei, tributi e frammenti di fumetti dedicati a musicisti, cantautori e rockstar.

Gaznevada

Domenico Modugno

Lucio Dalla

Gino Paoli

The Beatles

Antonello Venditti

Grace Jones

Tom Waits

David Bowie

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COPERTINE e LOCANDINE

COPERTINE e LOCANDINE


Andrea ha lasciato un segno anche nel mondo della musica attraverso la realizzazione grafica di copertine di Lp, buste interne e locandine, contribuendo in modo originale alla cover art musicale.

1974

Lucia Passaglia illustrazione pubblicitaria per Musica senza diaframma

1977

Walter Marchetti copertina inedita per la Cramps Records

1978

PFM Passpartù

1979

Roberto Vecchioni Robinson

1980

Claudio Lolli Antipatici Antipodi

Roberto Vecchioni Montecristo

1982

Roberto Vecchioni Hollywood Hollywood

Pubblicità per Hollywood Hollywood

La copertina dell’album Hollywood Hollywood fu realizzata da Andrea a casa di Ornella Vanoni, allora compagna del produttore Michelangelo Romano. In seguito, la cantante definì l’autore «bellissimo ragazzo, immenso talento, dannato come pochi».
Romano ha raccontato che Andrea preparò anche una serie di vignette per la pubblicità del disco. Tra queste, «una faccia femminile abbastanza grottesca, con una smorfia, i denti giganteschi, il foulard a pois. Andrea me la fece vedere con l’aria di avermi fatto uno scherzo e io senza capire gli dissi “Sì sì carina, divertente”. Qualche decennio dopo, riguardandola, mi sono reso conto che era Ornella».

Pubblicità per Hollywood Hollywood,
in cui Andrea ha ritratto Ornella Vanoni

1984

Roberto Vecchioni  Il grande sogno

Heart of Darkness locandina per evento musicale

1986

Enzo Avitabile S.O.S. Brothers

Dalla sessione fotografica pubblicitaria per S.O.S. Brothers:

Enzo Avitabile Black Out!! 

Enzo Avitabile Mamma che caos 

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Immagini di Star


Andrea ha sempre coltivato un profondo interesse per il cinema, approfondendone linguaggi e storia anche attraverso gli studi al DAMS (Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo) di Bologna. In numerose occasioni ha anche ritratto i protagonisti della Settima Arte, cogliendone con sensibilità i tratti distintivi e la personalità.

Louise Brooks

Brigitte Bardot

Marlene Dietrich

Hedy Lamarr

Sophia Loren

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FOTO PAOLO BARCUCCI

foto paolo barcucci


Nell’agosto del 1985 Andrea Pazienza è ospite di Vincenzo Mollica ad Ascona, in occasione del Festival internazionale del Film di Locarno, che si tiene come ogni estate nella cittadina svizzera.
Quella del 1985 è la XXXVIII edizione del Festival e la seconda della mostra «Cinema e fumetto».
La mostra, ospitata nel Centro Culturale “Beato Pietro Berno”, è dedicata a Marlene Dietrich e Betty Boop, con tributi disegnati esposti negli spazi del centro. Dresda è il contributo di Andrea, che raffigura Marlene Dietrich.
Per omaggiare l’amico e giornalista Vincenzo Mollica, Andrea realizza inoltre, in una performance live, un dipinto di grandi dimensioni che raffigura Zanardi affiancato da una piccola Betty Boop, figura molto amata da Mollica, creatore del “boopismo”.
All’evento è presente Paolo Barcucci, co-editore degli Editori Del Grifo, che documenta lo svolgimento della performance attraverso una serie di fotografie.

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Il BESTIARIO

IL BESTIARIO


“L’interesse e l’attrazione di Andrea per gli animali sono sempre stati grandissimi, come si evince dalla sua opera: dai primi disegni di bambino fino alla sua ultima storia del cane Astarte. Non si può trattare questo argomento senza ricordare nostro padre. Andare in giro o in macchina con papà era come partecipare a un safari.

Nello studio di San Severo con il parrocchetto testa di prugna, 1973

È incredibile quanti animali si possano osservare semplicemente viaggiando in auto, se si sa dove rivolgere l’attenzione, a seconda dell’ambiente e della stagione. Qualsiasi cosa volasse, attraversasse la strada o si scorgesse morta sull’asfalto veniva prontamente identificata; quando non ci si riusciva, si andava per esclusione. Ricordo Andrea chino ad osservare denti, cuscinetti delle zampe o altri dettagli di animali come faine, puzzole e volpi. Oppure il becco e gli artigli delle zampe piumate di rapaci notturni, morti sul ciglio della strada, che con papà ci fermavamo spesso a osservare mentre andavamo in macchina sul Gargano, tra San Severo e San Menaio.
Papà spesso rievocava animali della sua gioventù, ormai scomparsi dalle nostre parti, chiamandoli familiarmente con i nomi dialettali: il tasso era ’a melògna, l’occhione u néversin, la gallina prataiola u natrone.

In casa non ci sono mai state riviste specializzate e gli unici documentari naturalistici in TV erano quelli in bianco e nero di Folco Quilici e Jaques Cousteau. Eppure la fauna selvatica ha sempre esercitato un grande interesse in famiglia. Papà non mancava mai di ricordarci che quegli animali erano lì da sempre, generazione dopo generazione, nonostante l’uomo e gli sconvolgimenti epocali.
Da bambini, la sera, nei letti vicini, io e Andrea giocavamo a “pensa un animale”, prima di addormentarci. A turno, uno pensava a un animale e l’altro doveva indovinare con domande a cui si poteva rispondere solo sì o no. La conoscenza di Andrea in materia era straordinaria: vinceva sempre lui tirando fuori nomi come oritteropo, echidna, inia, e tanti altri di cui io dubitavo persino l’esistenza. Mentre io cercavo le figurine Cordova e Guarneri per il mio album dei calciatori, lui impazziva per una banalissima rondine per il suo album degli animali.

Nel corso degli anni, al sesto piano della casa di San Severo, quando eravamo bambini, si sono avvicendati: lo scuro falco cuculo (ma forse era una forma melanica di gheppio), la poiana, il biacco, la luscengola, la natrice, il germano reale, l’anguilla, la pernice, la gazza, il gatto, il pappagallo testa di prugna, e poi, ancora, i gheppi, le cocorite, i canarini, i tordi, i merli, i cardellini, gli storni, i fringuelli, schiere di criceti e ricci, le tartarughe di terra e acqua, i pesci d’acquario, porcellini d’India e cani. La maggior parte li portava Andrea, alcuni arrivavano grazie a nostro padre.

Quando arrivai a Bologna nella casa di Andrea, in Via Emilia Ponente, aveva un giarbillo e una boccia con i pesci rossi; un merlo indiano e il gatto certosino dei Fratta erano da poco andati via. I nomi erano sempre gli stessi: criceti, ricci e porcellini d’India erano tutti Tobia, mentre falchi, serpenti e pappagalli si chiamavano invariabilmente Attila. Andrea aveva letto che i criceti potevano andare in letargo e in quella condizione sembrare morti. Così, quando i primi criceti morirono in casa, non li buttammo fuori finché non comparvero i vermi.

Le nostre passeggiate solitarie per il paese, a San Severo come a San Benedetto – in tempi in cui noi ragazzini godevamo di una libertà inimmaginabile ai giorni nostri – vedevano come tappa fissa il mercato del pesce, dove si trovavano anche animali vivi, come canocchie e anguille. Una volta Andrea comprò un’anguilla, che per un paio di giorni sguazzò nella vasca da bagno. Oggi, la piazzetta dell’ex mercato del pesce di San Benedetto porta il nome di Andrea.

La prima volta che lo raggiunsi da solo a Pescara, nel collegio dei gesuiti, Andrea aveva in camera un piccolo acquario, con un letto di ghiaia sul fondo e il relitto in plastica di una nave antica affondata. I pesci erano tanti e piccolissimi, con riflessi azzurri. In quell’occasione mi portò in giro a visitare tutti i negozi di animali della città. A Bologna, invece, la prima volta che lo andai a trovare mi portò prima a una mostra di rettili alla stazione delle autocorriere, poi a vedere la “volpe volante” in un negozio davanti alla prefettura, e infine il Compianto di Nicolò dell’Arca a Santa Maria dei Servi, in via Clavature.

Nell’ottobre del ’71, alla festa del mio compleanno, avevo invitato amici e soprattutto amiche a casa a ballare i lenti. Andrea, allora al terzo anno di liceo, arrivò quella sera da Pescara nel pieno della festa. Entrò in casa dalla porta del salone direttamente dove eravamo tutti noi, con la valigia e un bel pacchetto delle dimensioni di una scatola da scarpe, incartato con un foglio bianco e il classico fiocco col nastro rosso. Dopo brevi saluti, guardatosi attorno disse: “Questo è il regalo per Michele, ma lo apre… Maria Chiara!”. Lei era la più bella del paese, una mia compagna di scuola alle medie. Si sedette sul divano con il pacchetto sulle gambe, lo scartò, e con naturalezza, senza capire al momento cosa fosse o credendolo finto, tiro fuori un biacco vivo!
Seguì naturalmente un urlo e Maria Chiara, buttato tutto a terra, scappò via. Il biacco, che chiamammo naturalmente Attila, era lungo un metro e cinque cm e rimase nel salone di casa per più di un anno, in una vaschetta d’acquario coperta da un volume della enciclopedia Conoscere. Riusciva però spesso a scappare spostando il libro e lo trovavamo arrampicato in cima al grande ficus che arrivava fino al soffitto. Nei primi tempi, ci divertivamo a portarlo in giro per il paese in un cestino di vimini da pescatore, e tornava utile per far sgombrare la gente che occupava le panchine più ambite della Villa Comunale. Un giorno, durante una delle consuete passeggiate che gli facevo fare nel vicolo cieco accanto al nostro palazzo, Attila si infilò in una fessura della porta del magazzino di medicinali della farmacia poco distante. Cercai di tirarlo fuori, ma era entrato già per metà e per paura di spezzarlo lo lasciai andare. Sparì all’interno e mi tocco di andare in farmacia a spiegare la faccenda. Lo ritrovammo arrampicato in alto su una scaffalatura.
In quel periodo Andrea aveva un Dingo Cross giallo della Moto Guzzi, che stazionava nel garage pubblico vicino casa. Io, che non avevo ancora quattordici anni, lo potevo usare durante la settimana, mentre Andrea era a Pescara, a condizione che mi occupassi di Attila e che lo sollevassi da qualsiasi incombenza riguardante il motorino. Questo significava anche che ero io a dover chiedere i soldi a mamma per pagare mensilmente il garage.
A quel tempo non avevo idea di come nutrire un serpente: provai con della carne che mettevo nella vaschetta, ma rimaneva lì a imputridire. Cominciai così ad aprire a forza la bocca del serpente per infilarvi pezzetti di carne e spingendo con un dito più in fondo che potevo. Nulla di più sbagliato, eppure Attila sopravvisse. Passato il primo periodo in cui con il serpente ci si divertiva, la cosa cominciò a stufarmi e decisi di sbarazzarmene cedendolo al garagista in cambio di alcune mensilità.

Anche il pappagallo testa di prugna si chiamava Attila. Comprato a Pescara, passò a San Severo per poi tornare a Pescara. Quando Andrea fece ritorno quell’estate a San Menaio, dopo alcuni giorni chiesi che fine avesse fatto Attila. Andrea sbiancò: aveva dimenticato il pappagallo nella sua stanza a Pescara. Per giorni stette veramente male, chiedendomi spesso – per avere conforto – se secondo me ormai fosse morto. Non oso immaginare cosa Andrea abbia trovato, e provato, una volta tornato a Pescara mesi dopo.”

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ALTRE FOTO

ALTRE FOTO


Varie 1968 – 1988 | Croazia, Bosnia ed Erzegovina 1970 | San Severo 1974 | Bologna 1978 – 1982
| Natale con i parenti a San Benedetto del Tronto 1981-1985

Varie 1968 – 1988

Croazia, Bosnia ed Erzegovina, 1970

San Severo, 25 ottobre 1974

San Severo, 1974

Bologna, 1978 – 1982

Natale con i parenti 

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FOTO STEFANO GIRALDI

FOTO STEFANO GIRALDI


“Quel giorno d’estate, a luglio del 1984, eravamo al Club Tenco a Sanremo. All’epoca il Tenco si svolgeva nel mese di luglio. Dopo che Andrea ebbe portato il suo disegno nell’atrio del Teatro Ariston per le esposizioni giornaliere dei disegnatori umoristici sulla serata precedente dello spettacolo (un’idea di Vincenzo Mollica),  andammo tutti a pranzo in una trattoria vicino al Teatro. Acciughe fritte e patatine fritte con vino bianco, ci mise tutti molto allegri. Poi alcuni, come Sergio Staino, Giuliano Rossetti e Angese, decisero di tornare in albergo per riposare; Cavezzali andò a giocare al Casinò e io e Andrea si decise di girellare per Sanremo, vista la bella giornata estiva e anche perché volevo fare qualche foto al giovane genio disegnatore. Andrea era felice perché con Staino aveva concordato di fare a quattro mani una storiella divertente e anche io lo ero, perché stavo facendo delle foto che esprimevano l’Andrea Pazienza di quel giorno d’estate a Sanremo.”

Stefano Giraldi

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FOTO LUCIANA MULAS

FOTO LUCIANA MULAS


Tre gallerie che raccolgono gli scatti realizzati dalla fotografa Luciana Mulas, realizzati in occasione di altrettanti eventi: uno dei quattro incontri “Sfizi, Fumetti & Vizi”, organizzati da Storiestrisce nel maggio 1983 al Circolo del nuoto di Milano; l’inaugurazione della mostra personale di Andrea presso la galleria Nuages di Cristina Taverna, sempre a Milano, nel febbraio 1983; e, infine, il vernissage di un’altra mostra personale alla galleria Scapin di Vicenza.

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Circolo del Nuoto, Milano

Galleria Nuages, Milano

Galleria Scapin, Vicenza

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FOTO VANNI NATOLA

foto Vanni Natola


“Era geniale sempre, io e gli altri amici che lo frequentavamo, soprattutto Olga, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie, avevamo la sensazione di vivere ogni volta momenti irripetibili.
Non era una persona qualsiasi. La genialità di Andrea era nella sua generosità senza fine che si palesava poi nelle sue qualità di disegnatore. Ricordo che disegnava dappertutto.
Era sempre al centro dell’attenzione. Era una persona che viveva sopra le righe, ostinato, ribelle. Partivamo insieme armati di macchina fotografica e anche se ero io a fotografare lui era quello che le ispirava. Sceglieva i posti, le pose, i personaggi e quando non lo faceva direttamente, bastava guardarlo per capire cosa avrei dovuto fissare sulla pellicola.
Lui poi, amava farsi fotografare. Divenne così il mio soggetto fotografico per eccellenza. Le nostre zingarate erano anche dettate dalla curiosità, la curiosità di due ragazzi che amavano la vita, il Gargano, la gente che si incontrava.”

Vanni Natola, da ViestArte  Zingarate Garganiche

Torre di Monte Pucci

San Menaio e Calenella

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