LA FIAT 1100 MUSONE
LA FIAT 1100 A MUSONE
“Di fronte alla casa nuova di San Menaio, al di là della strada, abitava allora il maestro Dattoli. La sua casa era – ed è tuttora – una palazzina squadrata a due piani dei primi del Novecento, circondata da un grande giardino di agrumi, alberi da frutto, palme e viti.

Il maestro e sua moglie erano molto anziani, non avevano figli, e con me e Andrea erano sempre molto affettuosi.
Una mattina, una delle tante volte in cui mi trovavo a casa loro, entrai per la prima volta nel garage insieme al maestro, passando da una porta interna all’abitazione. Il garage aveva un grande portone verde che dava sulla strada, proprio di fronte al cancello carrabile del nostro giardino, ma non l’avevo mai visto aperto.
Quando entrammo, rimasi fulminato vedendo, al centro dell’ampio spazio, Caterina. Così il maestro chiamava la sua 1100 A “Musone”. Era la macchina di tutti i film del dopoguerra italiano, la sorella maggiore della Topolino, usata da fascisti e partigiani. Grandi parafanghi sormontati dai fanali, cofano lungo e alto – da cui il nome – frecce a bacchetta, nessun montante tra gli sportelli che si aprivano all’esterno come le ante di una finestra, ruota di scorta a vista sul retro e una targa laterale grande come un lenzuolo. Tutta di ferro e bachelite. La tappezzeria era intatta, come tutto il resto.
Ero estasiato. Toccavo ogni dettaglio.
Il maestro se ne accorse. Accadde tutto in modo incredibile, rapidissimo. Mi disse che era l’auto precedente alla sua FIAT 1100, che conoscevo bene; l’aveva presa nel ’49, già usata, e aveva circolato fino alla metà degli anni Sessanta. La batteria non c’era, ma secondo lui la macchina andava ancora.
Poi concluse: “Se la vuoi, prenditela. Vedi tu che c’è da fare”.
Quella mattina di sicuro non avrei raggiunto Andrea al mare. Spalancammo il grande portone e il cancello di casa nostra di fronte; con il maestro a controllare l’inesistente traffico, spinsi la macchina da una proprietà all’altra. Poi aspettai che tornasse Andrea.
Quando arrivò, non ci poteva credere, così come non ci potevo credere io. Passammo tutto il pomeriggio a guardarla da cima a fondo, ad aprire ogni cosa. Sembrava avesse ancora l’olio, e c’era perfino il cric. La sera ne parlammo con gli amici.
La mattina dopo la trainammo a Rodi dal “meccanico elettrauto”, accanto al gommista. L’obiettivo era portarla a Bologna, dove l’avremmo dipinta tutta di rosa, con una scritta Coca Cola rossa, proprio come l’elmetto tedesco che avevamo a quel tempo a San Severo. Il tuttofare di Rodi disse che era si trattava solo di olio, filtri, batteria e ganasce dei freni – ma queste ultime non si trovavano. Le gomme erano poco usate, ma ormai vetrificate. Per noi, però, bastava che girassero. Le ganasce le trovai io, a San Severo. A Rodi sentimmo per la prima volta, con entusiasmo, il rumore del motore, accompagnato da molti altri.
Dopo alcuni giorni il meccanico ci diede il via. Prima tappa San Severo, per sbrigare le ultime formalità. Andrea partì da solo alla guida, io e un amico lo seguivamo con un’altra macchina. La ricordo ancora, da dietro, mentre scendeva per i tornanti dopo Rodi, sulle sue ruote alte e strette.
Il viaggio, lentissimo, procedeva bene lungo la statale. Poi, iniziati i quattordici chilometri di deserto rettilineo dell’istmo che divide il lago di Varano dal mare, Andrea provò a “lanciarla”. A settanta all’ora il differenziale si bloccò. Le ruote posteriori si inchiodarono e stridendo sollevarono una nuvola di fumo e polvere; la macchina sbandò paurosamente da una cunetta all’altra finché non si fermò. Il meccanico di Rodi non aveva messo l’olio nel differenziale. Carro attrezzi fino a San Severo.
Bollo, assicurazione, passaggio di proprietà, batteria, mano d’opera del meccanico di Rodi, ganasce, differenziale – che trovai impazzendo a Foggia –, carro attrezzi, meccanico di San Severo. Sono solo alcune delle spese che affrontammo, e per noi era una faccenda seria: di quelle che ti autorizzano a dare fondo alla riserva speciale.
Sbrigate le ultime questioni meccaniche e burocratiche a San Severo, Andrea ripartì da solo per Bologna. Io ero già su. Sull’autostrada tra Pescara e San Benedetto la Fiat 1100 A Musone morì definitivamente, dopo aver raggiunto agonizzante una stazione di servizio. Andrea chiamò gli zii a San Benedetto, che prontamente mandarono un carro attrezzi per recuperare la macchina e un operaio della fabbrica per recuperare lui.
L’auto, con il motore andato, venne parcheggiata dietro il capannone della fabbrica. Poco dopo, un’alluvione la sommerse.
Così, alla fine, avevamo dato fondo – facendoci fregare anche dal gioielliere sotto casa – a tutto il contenitore di sterline d’oro che, dalla nascita in poi, ricorrenza dopo ricorrenza, nonni e zii ci avevano regalato. Tra questi c’erano anche due monete americane da venti dollari.”

La FIAT 1100 A Musone alluvionata








































































































































































































































































































