cinema e fumetto
CINema e fumetto














da Rockstar n. 96, settembre 1988

di Gianni Brunoro
da Glamour Book 2, Glamour International Production, 1986

Violento/dolce, graffiante/ingenuo, figurativo/stilizzato, fotografico/grottesco, poetico/pornografico, raffinato/volgare, tenero/crudele, deprimente/esaltante, scostante/attraente…
Ne avete altri, di questi sinonimi/contrari, di queste convergenze/divergenze o analogie/contraddizioni, da applicare ad Andrea Pazienza? Fatelo pure in piena libertà! Ci stanno tutte! Perché lui è il più pirotecnico, scoppiettante, vulcanico, esplosivo autore di fumetti che ci sia oggi in Italia, sia per mole sia per qualità del suo lavoro. Eppure, pur senza rinunciare a questa prospettiva assolutamente dualistica della produzione di Andrea Pazienza, c’è una strana uniformità in tutto ciò che egli fa, in questo magma incredibilmente vario e ribollente che esce dalle sue mani, dai suoi pennarelli, insomma, dai suoi strumenti di lavoro quali che siano.
Ed è quella morbidezza che nonostante tutto si avverte perfino dietro le sue cose più crude, perché una cosa è la sostanza e un’altra la forma. usa il pennarello? Ebbene, si avverte che quelle figure bislacche eppure così «vere» sono state schizzate in un attimo: ma non superficialmente, bensì con una felicità inventiva senza paragoni. Oppure produce delle tempere? Non si può che rimanere sorpresi – e perché non ammirati? – davanti a quella morbidezza di toni e sfumature che caratterizzano tante sue figure. Opera col rapidograph? E inevitabile meravigliarsi di quell’accuratezza. di quella precisione. di quel senso della minuzia che trasudano dalle sue «figurine»: che poi, detto così, sembra un poetico zuccherino, mentre spesso ci sono invece, nelle sue «figurine», dei contenuti di un realismo talmente crudele da far accapponare la pelle… Ma comunque, e proprio per quella minuzia esecutiva, dov’è più mai la parentela con quelle grottesche caricature schizzate giù alla brava (per esempio, per le vignette di Tango)? Nulla! Sembra trattarsi di autori distanti fra loro anni luce. E invece è sempre la stessa mano, sempre la stessa abilissima «zampata del leone». Di una creatività pirotecnica che non c’è da aver remore a definire più unica che rara. Né si possono nutrire dubbi sul fatto che la sua è creatività autentica e integrale. Perché oltre che esplosivamente creativo sul piano grafico, Andrea Pazienza è di un’inesauribile inventività anche in senso linguistico. Lasciamo perdere, magari, il semplice discorso (che poi non è semplice affatto) contenutistico, cioè degli argomenti affrontati dalle sue storie, perché non è questa la sede adatta a indagarlo. Ma è tanta parte della sua «forma» linguistica a lasciare allibiti. quella continua, scoppiettante invenzione di parole nuove e forme verbali inusitate — spesso trascrizioni fonetiche di linguaggio parlato, in chissà quanti dialetti italiani — quelle audacie crepitanti che portano comunque il segno d’una scintilla di genialità, e che conducono con sconcertante dicotomia a pensare, se si vuole, tanto al letterariamente gigantesco Carlo Emilio Gadda quanto al fumettisticamente vulcanico Benito Jacovitti (ennesima contraddizione di Andrea Pazienza? Chissà…)
Sono, tutti questi, tanti elementi di una personalità poliedrica, ciascuno dei quali richiederebbe un’indagine a sé stante. Ma sarebbero tante distinte indagini da far poi inevitabilmente confluire in un ritratto unico, quasi un’immagine formata, come in un mosaico, da tante distinte tessere rutilanti. Sono questi, i perché di un altro Glamour book su di lui: per dare almeno l’indice di questo fluente romanzo «in progress» che è la produzione di Andrea Pazienza.
di Stefano Benni
da Il Grifo n. 5, agosto 1991

La nostra dotazione era:
Lo scrivente:
Un coltello svizzero a sette lame.
Stivali da pesca.
La guida Vademecum per le acque interne dell’Umbria, V dipartimento, assessorato cultura e tempo libero, contenente le norme generali e transitorie su periodi, misure e attrezzi consentiti per la cattura della carpa Nan Ch’ai.
Un parcometro (righello misuracarpa) da zero a 45 cm.
Una rete del tipo «bilancino» o a «stecca d’ombrello» di metri due per due (attrezzo non consentito).
Una scatola di granturco da pastura «rapid fish».
Una modica quantità.
Una borraccia d’acqua frizzante.
Paz:
Un coltello sardo pattadese scannabuoi.
Stivali da motocross.
Una macchina fotografica bulgara non funzionante.
Uno shuriken (attrezzo vietato).
Un guadino (retina da pesca con lungo manico), attrezzo consentito, ma bucato in tre punti.
Un panino del tipo «ciabatta» con mortadella.Wafer Loacker.
Una modica quantità.
Una lattina di Coca-Cola.
Un tubetto di unguento contro le scottature (si era bruciato una gamba col tubo di scappamento della moto, previo volo giù da un tornante).
Paz (procedendo a grandi balzi di sasso in sasso, davanti alloscrivente):
La carpa Nan Ch’ai è la preda più ambita che un pescatore possa desiderare. Gli antichi testi sacri parlano chiaro…
Lo scrivente (arrancando dietro, con la rete che gli si impiglia nei rami degli alberi):
Ma sei sicuro che si trovi nel Resina?
Paz:
Gli antichi testi dicono: là dove il torrente si placa un attimo, tra la porta del pavone di Bhuodang e il bivio per Santa Cristina, dove non è né Nord né Sud, dove gli uomini aspirano ancora a essere liberi e dove c’è un incredibile numero di ranocchie…
Era sempre più caldo, e la risalita del fiume sempre più difficile. Le zanzare ci attaccavano. I climi più caldi allevano le zanne più feroci (Melville). Con quel caldo neanche un’anima (Flaubert). Il torrente erano tante cabine telefoniche una vicina all’altra (Brautigan).
Sosta: Paz, sdraiato su una roccia di forma divanica, mangia il panino alla mortadella e con un bacchettino affresca il fango.
E dice:
I colori che ci sono qui (acqua-alberi-sole-riflessi) sono difficilissimi da rendere perché sono pieni di luce, fatti di luce, come il bosco di Rashomon, ricordi? Ma io sono capace di rifarli uguali sulla pagina; io e chi altri al mondo?
Lo scrivente:
Nessuno, maestro.
Paz:
E la carpa Nan Ch’ai è di un colore, anzi di colori così rari e meravigliosi che il pittore cinese WWu Lien, vedutala, la disegnò, ma ne rimase così sconvolto che pochi giorni dopo morì…
Scrivente:
E se ci succedesse lo stesso?
Paz:
Impossibile. Abbiamo un vantaggio su Wu Lien.
Scrivente:
E cioè?
Paz:
Occhiali ray-ban.
Detto ciò, Paz indossò gli occhiali scuri e con quattro zampate vigorose riprese il cammino, alzando spruzzi d’acqua, mettendo in fuga raganelle e idrometre, agile e sicuro benché infastidito da una gang di vespe interessatissima al suo odore di balsamo antiscottatura.
E mentre la luce diventava dorata e malinconica, giungemmo alla cascata, quella detta del Povero Cavallo, perché una volta un cavallo, traversandola, si era fottuto un posteriore (fatto di cui ancora porta segno).
Non qui, – dissi io, – alla seconda pozza, quella dei Granchi Batteristi.
Qua una volta avevamo incontrato due granchi che, ci crediate o no, battevano le chele in tempo perfetto accompagnando la nostra radiolina che suonava Satisfaction.
Ci siamo, – disse Paz soffiando una modica boccata, – adesso è tutto molto semplice. Io la spingo col mio retino verso la tua rete e tu la prendi.
No, – dissi, – io con la mia rete la spingo verso il tuo retino e tu la prendi.
Facciamo così, – disse Paz, – stiamo sdraiati qui all’ombra finché quella fetente non viene fuori.
Così fu.
La pozza era verde, immobile e misteriosa.
Paz parlava del Beato Angelico, e di come si potevano saltare otto sedie con un balzo solo, bastava crederci e respirare bene. Io gli raccontai la storia del maestro Shaolin Weng Shin e dei dodici discepoli codardi. All’improvviso, udimmo uno strano rumore. Una vibrazione, come un piccolo battito d’ali sotto l’acqua.
Velocissimo Paz estrasse un bloc notes e una scatola di pastelli.
Se esce, la disegno, – disse sottovoce.
Sta’ attento, – dissi io, – può essere pericoloso.
In quel momento, la carpa saltò.
Come ben sapete, la carpa Nan Ch’ai è di una bellezza superiore alle parole. Perciò posso solo ripetere: saltò.
Tornammo in silenzio. Cominciava a fare un po’ fresco.
L’hai disegnata? – chiesi.
Forse, – disse Paz.
Attento. Chi la disegna anche una volta sola…
E vedemmo le prime luci di Alcatraz: là ci attendevano amici sinceri, abiti asciutti e ceci bollenti.
Due anni dopo il torrente Resina restò secco per una terribile stagione di siccità. Rifeci lo stesso cammino che avevo fatto con Paz. Un filo d’acqua fangosa era tutto ciò che restava del fiume. La pozza dei Granchi Batteristi era una pozzanghera sporca, e le poche carpe erano nascoste sotto i sassi. Tutto era arido, screpolato. Un fiume. Un grande magico fiume. Con la sua acqua pulita, le sue rare creature, i terrori, le invenzioni, la poesia, le sorprese di ombra e di luce. Ecco cosa non c’era più.
da Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, Baldini & Feltrinelli, 1991
dedicata ad Andrea (“Pompeo”) Pazienza

da Firenze Spettacolo n. 154, dicembre 1992
Casualmente dal fondo della borsa, saltò fuori un pennarello Marker. Andrea lo afferrò al volo gettando un urlo di gioia: “Un Marker! Hai ancora un Marker! Lo sai che non ne producono più…”
Era un grosso pennarello di fibra molto dura a inchiostro nero e punta rotonda. Preso un foglio, Andrea cominciò a far scorrere la punta elastica, a coglierne il rumore, a modularne il segno. Era molto eccitato. Mi vennero in mente i grandi pittori del passato: sicuramente Antonello o Piero o Caravaggio reagivano come lui di fronte a un pennello con peli di una introvabile martora o di fronte a rare terre coloranti di paesi lontani. Invece era un pennarello. Un freddo strumento concepito e prodotto per segnare in modo indelebile dei prezzi su superfici plastificate. Nella mani di Andrea prendeva vita e assurgeva alla dignità di strumento d’arte.
Racconto questo perché sono certo di offrire una chiave in più per capire la ancora tanto inesplorata grandezza di Andrea. Come in una bottega del Trecento egli misurava e sondava tutte le possibilità espressive di tutti i linguaggi e i materiali di più largo uso quotidiano. Le sue tavole sono fatte con Marker, Grinta, Stabilo F, Pantone, Uniposca ma anche (facciamo felici gli accademici) olii, tempere e acquerelli. Forse è anche per questo, per questa provocatoria e appassionata contaminazione di generi e tecniche che l’ottusa cultura con la “C” maiuscola guarda ancora a lui con sufficienza. Eppure, con buona pace di questi signori, artista è colui che con segno innovativo riesce a sintetizzare umori, tensioni, ideali e inquietudini del suo tempo, cioè proprio quello che ha fatto Andrea. Così come, prima di lui, lo avevano fatto Antonello, Piero, Caravaggio… anche se, poveretti, non conoscevano i Marker.
Ecco, fossi credente, mi piacerebbe pensare Andrea mentre, in altri spazi, spiega a un Caravaggio entusiasta, le infinite potenzialità di un pennarello Marker…


Sono stato folgorato da Pazienza al ginnasio, leggendo la storia che pubblicava su Cannibale. In lui mi colpiva soprattutto una cosa: la sua capacità di fare satira che non fa prigionieri. Come in guerra: quando becchi un nemico, lo fai fuori. È una capacità che oggi si sta perdendo. Oggi si dice che la satira deve seminare dubbi. Grande stronzata. La satira è contro il potere. E Pazienza aveva individuato il vero potere: cioè il modo in cui la vita viene organizzata nelle nostre città secondo il modello ipocrita della piccola borghesia. Nelle storie di Pazienza questo modello viene raso al suolo completamente, viene azzerato. Pazienza aveva una grande capacità di arrivare al reale, al vero, alle cose così come sono e non come dovrebbero essere. E da questo suo atteggiamento sapeva far scaturire uno stile. Quella di Pazienza era una satira che non fa prigionieri perché colpiva le radici del malessere riuscendo a mantenersi calda, scioccante e comunicativa. Pur non considerandosi un autore satirico, Pazienza faceva satire molto più pericolose di quella che viene realizzata attualmente dai vari settimanali satirici autorizzati tipo Cuore.
La cosa che invece più mi piaceva e divertiva in lui era il suo splendore amorale; gli eroi di Pazienza erano come gli antichi greci, quelli narrati da Omero nei suoi poemi. Erano e sono fuori dalla società borghese. La società borghese si fonda su una pretesa di eticità, ma genera solo ironia e cinismo. Che sono poi le malattie infantili dell’alienazione. Viceversa gli eroi di Omero, come Zanardi, Pompeo e altri personaggi di Pazienza, sono eroi tragici. Il loro mondo non è etico, ma nobile. Il che significa che non si divide fra buoni e cattivi, quanto piuttosto fra forti e deboli, belli e brutti, vincitori o vinti, favoriti dagli dei o maledetti. Le azioni non sono giudicate dal punto di vista morale. In questo modo l’esposizione alla possibilità di sconfitta è massima, la pietà è assente, la grazia diventa visibile e terribile. Ma questo è l’unico mondo in cui è possibile la tragedia. Un personaggio di Pazienza come Pompeo è nella cultura italiana uno dei pochissimi personaggi tragici. Cioè al di là della falsa moralità borghese. Pazienza era al di là. Ci esortava ad essere integri. E ci ricordava che la vita ha la stessa legge della grande satira: non fa prigionieri.
La satira oggi è molto “naif”. Non è vero che è morta, è solo “naif”. E per questo è destinata a perdere. Perché crede ancora che il potere sia rappresentato dai politici che si ostina a caricaturare come fossero pupazzoni o burattini. Mentre il potere si sta facendo invisibile. Il potere – come ci ha insegnato Paul Virilio – è nel controllo della velocità. Pazienza questo l’aveva capito già dieci anni fa. Nella sua storia visualizzava la tristezza e la tragica disperazione di quelli che non hanno il controllo della velocità. E sparava a zero sui nemici. Con ferocia amorale. E senza fare prigionieri.
La notizia è venuta d’estate, era un giorno di sole.
Era caldo, molto caldo. Siamo partiti da Roma
in macchina, con Stefano. Con pochissime parole
verso Montecatini, per strada quasi nessuno.
A San Biagio, la cattedrale tra i campi, c’era tanta gente.
Ci siamo salutati, frastornati, silenziosamente.
Il prete diceva qualcosa, parlava lentamente.
Davanti c’era la bara. La vera cosa presente.
Dire che sembrava impossibile è poco. Era tutto e niente.
C’era lo scandalo di qualcuno che non ci sarà più per sempre.
C’è la fine della vita. Il rimpianto e l’offesa.
Il sentimento di ingiustizia di non avere difesa.
E una tensione dolorosa nella vastissima chiesa.
Che non si scioglieva più. Poi la madre, una donna minuta
andò al microfono e ci parlò, fragilissima e tesa.
“Andrea vuole che vi dica che lui vi saluta.
io non avrei mai creduto di poter fare tanto
ma sento che lui mi è vicino e vuole che vi stia parlando.
Andrea mi dice di dirvi che ha voluto bene a quanti
non solo a tutti ma a ognuno di voi, uno per uno.
È lui che mi sta vicino, vuole che ve lo dica, e mi sostiene.
E che vi ringrazia essere qui, e che vi sta accanto.”
E qui vennero i brividi, qui venne il pianto. La confusione.
Vidi la bara passare portata da quattro persone
fuori, verso una macchina ferma, nera. E fuori la disperazione
cresceva, sul piazzale d’erba. L’ansia, e tutti stavano fermi.
Il padre appoggiato alla cassa, immobile. Una ossessione
che portava verso qualcosa E infatti qualcosa avvenne.
Intorno, sulle colline intorno, c’era il sole limpido. Sulla chiesa
il cielo divenne scuro. scuro. E poi esplose una pioggia tesa
violenta. Violentissima, solo su di noi, sulla chiesa,
mentre la macchina pareva. E lo abbiamo riconosciuto,
nel segno di una irresistibile invincibile resa,
di una potenza che sale, di un diventare altro, di un addio, un saluto.
Di una potenza che abbraccia, come un temporale, fino al cuore.
L’ultimo segno è stato, violento e bello, d’amore.

di Oreste Del Buono da La Stampa, 4 dicembre 1997

Quando si parla di Andrea Pazienza è impossibile cavarsela con poche parole, c’è sempre qualche altra cosa da dire. Ma per parlare occorre fermezza. Perché lui, inevitabilmente, riappare e parla solo lui nel ricordo, ci soverchia, cambiando spesso e volentieri le carte in tavola. Il catalogo della sua grande mostra, curata dai fratelli Mariella e Michele Pazienza e dall’amico fraterno Vincenzo Mollica, celebrata a Palazzo Re Enzo a Bologna dal 5 ottobre al 16 novembre e che presto dovrebbe arrivare a Torino, è validissimo primo aiuto per cominciare a farsi strada in una foresta di palpitanti contraddizioni. Andrea Pazienza, infatti, si contraddiceva veementemente, ma era capace di sostenere alternativamente il contrario del contrario. Per lui era così, non sussistevano ostacoli. Oggi, dopo avere contemplato e ammirato dal vivo i capolavori di Andrea Pazienza, si ha a disposizione nel catalogo il suggerimento per studiare più consapevolmente un’opera grafica straordinaria. E l’ammirazione aumenta perché anche la caduta di gusto, le volgarità e anche le oscenità, si trasformano. Andrea Pazienza era un Figliol Prodigo, amatissimo dal padre finissimo artista. Chi non ha visto degli acquerelli di Enrico Pazienza è privato di uno dei segreti di Andrea Pazienza. Sono quadri per cui è giusto usare la definizione «ineffabili». Il colore ha la forza di commuovere e la dolcezza di persuadere. È un dono divino per Enrico Pazienza avere un figlio che mostra subito una disposizione a disegnare.
L’amorosissimo padre, che insegna educazione artistica nella scuola media di San Severo, per seguire meglio il figlio lo fece iscrivere alla sua classe, ma poi si tormentò per tre anni davanti al dilemma se fosse o non fosse onesto premiare con un dieci la bravura di Andrea o gli convenisse fare un torto ad Andrea preferendogli ingiustamente qualcun altro. In disegno non ce n’erano, di bravi come Andrea. E Andrea Pazienza per amore del padre si provò a recitare da studente modello, nonostante l’inquietudine che lo faceva fremere. Inquietudine di libertà, di rivelazioni, di novità, di tentazioni.
Poi però Andrea Pazienza passò a pieni voti e andò al liceo artistico di Pescara e, come alloggio, finì in pensione nel collegio dei gesuiti, e cambiò molto per lui. Cambiò, ancor prima che il tenore di vita, il modo di disegnare. Per quanto lontano, il padre Enrico se ne accorse, e ci furono spiegazioni richieste e non date o date e non richieste. Fu una separazione più artistica che sentimentale, almeno agli inizi. Una questione di segno, il fumetto contro il grafico, solo a poco a poco dapprima, poi vertiginosamente il carattere di Andrea s’impose, la sua voglia di reagire alle brutture della vita con il massimo dell’energia e della trasgressione, anche a costo di abbreviare la propria esistenza, una vocazione addirittura.
«Prima di fare fumetti dipingevo quadri di denuncia» è una dichiarazione di Andrea Pazienza. «Erano tempi in cui non potevo prescindere dal fare questo. Ma i miei quadri venivano comprati da farmacisti che se li mettevano in camera da letto. Il fatto che il quadro continuasse a pulsare in quell’ambiente mi sembrava una contraddizione, anche un limite enorme. Da qui il mio desiderio di fare fumetti. I miei primi fumetti, quindi Pentothal per esempio fanno da collegamento tra il lavoro d’artista e quello di disegnatore di fumetti…». E ancora: «Sono stato un antipaticissimo enfant prodige, però, per fortuna, ero anche così carogna che riuscivo a capovolgere un po’ questa sorta di automatica antipatia che sì prova per questo tipo di gentaccia, quali gli enfant prodige. Ero un enfant prodige nel disegno, però, se vado a rivedere le mie cose, non mi sembro poi così eccezionale, e non per modestia, ma perché in effetti mi sembrano delle cose non eccezionali nel senso più vero del termine. E allora penso che probabilmente ho avuto intorno anche un padre artista che mi ha svezzato perché io ho respirato l’aria dell’acquerello, tutto qua…».
Tutto qua, ma non è poco. Da questa e da altre note lucidissime, Andrea Pazienza dimostra di pensarla tale e quale al padre nei riguardi della diversità tra pittura e fumetto. La diversità è innegabile come quella tra arte e artigianato. Andrea Pazienza si preoccupa di giustificare il passaggio a una dimensione più bassa, e su questa bassezza non sta minimamente a discutere. Sono le circostanze che impongono la sua decisione: «La fine del ’76 mi trova ecco forse soprattutto senz’altro senza soldi, la necessità di guadagnare del denaro, di mantenermi da solo, di non gravare sulle spalle della mia già provata famiglia, diventa un fatto impellente, assolutamente devo risolvere in qualche modo questo che è diventato un grosso problema per me e allora mi metto a disegnare. Certo non mi improvviso disegnatore in quanto da prima già da tempo mi dilettavo di pennarello, di matita, di gomma…». Sono giustificazioni decorose da presentare anche al padre. Al padre, soprattutto!
Ma, quando si trova impegnato nella nuova impresa di non disegnare più per divertimento, ma addirittura per dovere, passa ad affrontare la vicenda come un’avventura. L’avventura del fumetto culturale. Fumetto e cultura sono termini che per i più appaiono scarsamente assimilabili. Il termine fumetto è assunto come dispregiativo di un’opera scadente sia narrativa, sia un romanzo, sia un film, è l’accusa, il processo e la sentenza per la dimostrazione di un’immaturità e di una grossolanità proprie di un sotto genere malauguratamente molto diffuso tra il popolaccio. Pur distinguendo con rigore paterno la diversità tra pittura e fumetto, tra arte e artigianato, Andrea Pazienza si butta con allegria e furore ad abbellire quella che a lui appare una povertà assoluta, un vuoto da riempire il meglio possibile. Ci butta dentro di tutto per una urgente contaminazione: la pop-art e il monologo interiore, la narrazione per ellissi, il cut-up, avanguardie e retroguardie, compreso Topolino, e l’eroina, tanta eroina. E il fumetto subisce il contagio, aumenta di contenuti e sentimenti, è sempre più ambizioso e trascinante, attenta addirittura all’equilibrio del lettore, ed eccolo più che mai avvicinarsi pericolosamente all’arte. «Il mio amore per i pennarelli» si confessa Andrea Pazienza «è secondo solo all’amore che nutro per me stesso. Pennarello è bello e se sai usarlo, se lo ami, sa darti soddisfazioni…».
«Un pensiero forte e nello stesso tempo leggero attraversa l’opera di Pazienza, scrive Achille Bonito Oliva nel catalogo della mostra», quello di Nietzche di cui adotta anche la struttura a frammento. Come il filosofo tedesco procede ad aforismi, così egli adotta un’idea di spazio scheggiato ed esploso, sottoposto a molte torsioni e tensioni che rimandano ad uno spazio non soltanto tipologico ma psicologico che tende a uscire da ogni orbita delimitata dalla cornice. L’opera diventa una rotta di combattimento fuori da ogni speranza di armonia e di quiete «è la felice intuizione del grande critico d’arte». La frammentarietà di Pazienza è il sintomo di una mentalità che non vuole opporre ad un ordine un altro ordine, e invece intende approfittare della crisi dell’ideologia per mettere in evidenza le ragioni di un io che si arricchisce mediante il conflitto permanente con la storia…».

da Andrea Pazienza. Antologica,
Baldini & Castoldi, 1997

da Andrea Pazienza, 1956-1988. Amore, è tutto ciò si può ancora tradire, Fandango Libri, 2005


Ce le ha insegnate come fa un bambino. Semplicemente mettendole in pratica, senza voler insegnare davvero qualcosa a qualcuno. Senza voler insegnare niente a nessuno.
Andrea ci ha insegnato a leggere. Tutto. Fantascienza, avventura, gialli, favole, vita quotidiana, barzellette. Nei suoi fumetti c’era tutto. E non c’era niente che non meritasse di essere letto.
Andrea poi ci ha insegnato a disegnare su qualunque tipo di carta.
Carta, cartaccia, block notes, carta a quadretti, scontrini, tovagliette, quaderni, volantini, carte pregiatissime, riviste e magliette. Perfino sui manifesti. Perfino su il Manifesto.
Andrea ci ha anche insegnato a disegnare con qualunque cosa.
Pennelli, pennini, matite, pennarelli, pantoni, dita, mozziconi, pastelli, olii, olii per fritture, vino, sangue e caffè.
Andrea era del sud e ci ha fatto vedere casa sua, dove è vissuto e dove è morto. E ci ha offerto il caffè. Solo che lo zucchero era finito ed è dovuto andarne a chiedere una tazzina alla vicina ed è tornato dopo mezz’ora con tutta la camicia stropicciata e senza zucchero che se lo era scordato.
Andrea.
Andrea nei suoi fumetti ha bestemmiato pregando e pregato bestemmiando.
Andrea ci ha reso così umani da cercare Dio. E così divini da scherzarci insieme.
Andrea mi ha sempre dato l’idea che i fumetti fossero solo un bellissimo incidente capitatogli. È strano visto che disegnava e raccontava tutto il giorno e tutti i giorni. Però se lo leggete davvero sono sicuro che ve ne accorgete anche voi di ‘sta roba qua.
Andrea sarebbe stato un bravo venditore di auto. Avrebbe venduto bene gazzose con un furgoncino. Sarebbe stato un divertentissimo soldato. Un pizzaiolo mercenario. Forse anche un avo professore, di quelli da andarci a mangiare la pizza assieme. Avrebbe fatto benissimo la guida in un parco, il pescatore di perle, il cuoco su una nave. Avrebbe saputo guidare un aereo o meglio un bus.
I grandi autori sono così. Esulano dalle loro carriere. Sono palle di energia. Quanti ne conoscete voi di pittori che non hanno mai dipinto? Di scrittori che non hanno mai scritto? Di musicisti che non hanno mai suonato?
Tutti bravissimi poi.
Andrea però ha fatto i fumetti e non ha venduto auto o gazzose. E di questo parliamo qui. Di fumetti.
Nei suoi fumetti Andrea ha raccontato storie lunghissime di due pagine e storie brevissime di cento pagine.
Andrea ci credeva nelle parole. Per questo le accarezzava fino a farle diventare enormi.
Andrea sapeva però che i lettori non fanno i fumetti ma vendono auto o gazzose, fanno la pizza o vanno in guerra. Stanno otto ore al giorno su un aereo o infilati dentro a un bus. Quindi Andrea aveva deciso di voler far divertire i suoi lettori.
E allora via con la fica, la droga, i duelli, i tradimenti, i furti, le scommesse e i salti per aria.
Che le storie diventino un lunapark capace di inghiottirli ‘sti lettori qua.
Andrea in fondo ha vissuto in un lunapark. E nei lunapark si divertono solo i clienti.
Per questo Andrea è morto.
Ci siamo incontrati nella cameretta sottoscala che io consideravo studio. Era buffo con la barba lunga. Lo presi in giro.
Mi rispose, pensando ad altro, che dove stava lui ora non c’era modo di tagliarsela. La barba.
Andrea era strano, non stava mai fermo, proprio come me. Quel nostro primo incontro sembrava un balletto. Chiacchieravamo rotolandoci nella stanzetta zeppa di fumetti.
Com’è essere morti?
Com’è essere vivo?, mi rispose.
Entrambi rispondemmo in coro: “non lo si capisce!” e scoppiammo a ridere.
Andrea voleva fumare così gli disegnai una sigaretta. Visto che non fumo.
Se la fumò guardando fuori la finestra. Sempre muovendosi continuamente.
“Buona, disegnamene un pacchetto. Anzi una stecca”
“Disegnatela tu che sai disegnare meglio di me.”
“Oh io non disegno più ora. Qui dove sono non serve. È già tutto disegnato.”
E che fai tutto il giorno?
Sono felice. Da vivo non ne avevo il tempo.
Andrea curiosava i miei fumetti. Alcuni li conosceva altri no.
“E quindi vuoi fare i fumetti anche tu?”
“Sì ma non sono ancora bravo. Poi mia mamma vuole che studio.”
Senti Andrea, ma là dove stai ora c’è pure Petrilli?
“Sì ma non vuole parlarmi, si è offeso quando gli ho dato fuoco. Ce l’hai quella storia?”
“Sì ce l’ho, Eccola.”
Andrea prese il suo fumetto tra le mani. E si lesse.
Era una roba davvero strana.
Quando finì di leggersi (sempre ballicchiando) poggiò il biglietto sulla poltrona rossa dell’angolo.
Guardò la finestra e mi chiese un’altra sigaretta.
Gliene disegnai una più lunga. Non riesco mai a disegnare due cose uguali e preferii esagerare.
Andrea fumava muovendosi. Io ero seduto alla scrivania. Sempre muovendomi.
Da vivi è difficile stare fermi. E a guardare Andrea sembrerebbe anche da morti.
“Usciamo?”
“Ok” gli dissi.
Fuori era freddo ma cosa importava?
Facemmo due passi, giocammo con un cane e rientrammo.
Chiacchierammo ancora un po’ poi Andrea si addormentò sulla poltrona.
Era strano vedere un morto dormire.
Ma cosa non è strano?
Svegliatosi scoprì di avermi schiacciato col culo il mio fumetto.
Si scusò.
Gli feci notare che in realtà era il suo fumetto.
Il pisolino lo aveva ringalluzzito. Cominciò a parlare. Parlava così tanto che la bocca sembrava chiusa.
Mi raccontò una marea di puttanate. Lo so perché erano bellissime da ascoltare.
Sembravamo amici.
Entrò mia madre e Andrea si nascose. Dietro di me.
Mamma mi urlò di studiare latino e fece finta di non vederlo.
Come mamma se ne andò Andrea divenne strano.
Mi chiese di disegnarli un rasoio. Per la barba.
Gli dissi che stava bene così e che i rasoi non li sapevo disegnare (più tardi avrei imparato a disegnarli benissimo n.d.a.)
Poi basta. Se ne andò mentre temperavo una matita.
Di questa storia mi resta solo una sua dedica che aveva scarabocchiato di nascosto:
I fumetti sono roba da giovani. Non crescere.
Andrea Paz
di Luca Raffaelli
da Ottovolante (inserto di Paese Sera) n.2 (27 luglio 1983)

Il Festival è dedicato agli autori nobili e nomadi della satira. Tu ti senti un autore nobile e nomade della satira?
lo sono un eroi-nomane della satira. Ma che ne so? Che va raccontando Vincino? Se vuoi dire gli autori di satira che non fanno marchette, nella mia enorme pigrizia non riesco a fare marchette.
Ma non sei particolarmente nomade.
No. no. Per quanto poi riguarda la satira, no. Per la satira oggi non faccio nulla.
I tuoi fumetti sono pieni di satira. anche se non nel senso tradizionale che si da al termine.
Stanotte ho fatto una vignettina. dove c’è una specie di Puffo. Pazienza-Puffo, e c’è scritto sopra “sono Pazienza il gemo della satira”. Per il Pazienza genio dell’altra specialità l’indirizzo è sempre lo stesso. Cioè ci può anche essere una varietà di stili, ma poi c’è sempre un’atmosfera comune, unitaria. L’importante non e lavorare con la testa, o con le mani. ma col plesso, spingendo avanti se stesso e il proprio lavoro con io stomaco. Lo scrive Mille parlando di Kerouac, che a me non piace per niente, se si mette in moto questo meraviglioso meccanismo chi ti legge se ne accorge automaticamente. Fra due vignette che hanno differenze minime. con le stesse scritte, può esserci un abisso.
E la satira?
Non si può fare assolutamente né con la testa, né con la mano. Del bei disegni nella satira non servono a nulla. Cosi come non serve una battuta solo divertente. Qui come in altre discipline è importante smuovere, evocare, insomma lavorare con lo stomaco. Ma io non sono un autore di satira politica. E secondo me fare i festival della satira è assurdo. Forse questo festival vale proprio per la sua assurdità. La satira è diventata il buffone di corte. E io sono buffone più degli altri. Poi ci sono dei grandi maestri.
Quali sono?
Il più grande è Vincino. Il libro su Montecitorio è splendido.
La tua saltuarietà nel lavoro e dovuta solo alla pigrizia o è un calcolo preciso?
Quando si lavora con lo stomaco non puoi programmare. Io passo mesi senza fare nulla e poi dieci giorni di lavoro continuo. lo sento come di avere un conto in banca. Non ho una lira in banca, ma è come se l’avessi. Io non sono un passeggero nella vita. E poi non sono ambizioso. E poi ora mi sento molto vicino alla morte. E questo deriva dall’enorme sicurezza che io ho. Perché quando ho bisogno di soldi mi metto a lavorare.
di Luca Boschi da Image n. 1 (ottobre 1983)
Pare che Andrea Pazienza lo conoscano tutti: gli studenti del DAMS, i musicisti di avanguardia, i campeggiatori del Gargano, i lettori a fumetti nero-satirico-protestatari, Fulvia Serra, gli spettatori dell’estate romana ’83 (dove si è esibito disegnando uno Zanardi-Don Chisciotte rampante di cinque metri per cinque) e Luca Raffaelli, a cui ha dichiarato di lavorare con lo stomaco. “Quando si lavora con lo stomaco non puoi programmare. Io passo mesi senza fare nulla e poi dieci giorni di lavoro continuo. Io sento come di avere un conto in banca. Non ho una lira in banca, ma è come se l’avessi. Io non sono un passeggero nella vita. E poi non sono ambizioso. E poi ora mi sento molto vicino alla morte. E questo deriva dall’enorme sicurezza che io ho. Perché quando ho bisogno di soldi mi metto a lavorare”. Chiarito questo, scendiamo più nel dettaglio.

Quali sono stati i disegnatori che ti hanno influenzato di più?
Jacovitti, certo Moebius, il Donald Duck di Carl Barks…
Parlaci dei tuoi personaggi. Del primo e dell’ultimo, per esempio. Di Pentothal e di Zanardi.
Pentothal è stato il primo, e la sua primissima storia è stata l’unica che mi ha veramente intrippato. Poi non credo di aver fatto nulla di veramente autobiografico, altrimenti sarei diventato la caricatura di me stesso. Non è vero quindi che io e Pentothal siamo la stessa persona, ma a lui sono molto affezionato. Era molto facile costruire quelle storie, in una dimensione spudoratamente onirica piena di citazioni facilissime da arsi. Ormai però è un personaggio datato da anni, non ha più senso. Zanardi invece nasce dall’esigenza che ho sentito qualche tempo fa di denunciare le reiterate aggressioni che ho subito in età, adolescenziale da ragazzi un po’ più grandi di me, un po’ più forti, sicuramente più astuti, certamente più aggressivi, non so quanto più intelligenti. Comunque la cattiveria ha bisogno anche di una certa intelligenza e creatività. Questi personaggi li abbiamo in fondo conosciuti tutti, credo che ognuno di noi abbia il nostro carnefice sepolto nei ricordi dell’infanzia e poi magari rimosso. Io l’ho ripescato, ho fatto un assemblaggio di quelle che sono le caratteristiche somatiche peculiari, prese da persone che conosco e che hanno un po’ del carattere di Zanardi (ho preso la bocca di uno, gli occhi di un altro, i capelli di un altro…) ed ho creato un personaggio che esiste, che abbiamo conosciuto tutti, non solo nella sua psicologia ma anche nella sua struttura fisica. Anche Zanardi non è un fantasma autobiografico, come Pentothal. Lui è un riflessivo io invece sono sempre stato un po’ isterico, anche nei miei momenti di follia aggressiva e rissosa. Forse avrei voluto essere come lui, per bilanciare le sorti di una guerra che sentivo di perdere a quel tempo; ma poi andando avanti le circostanze sono cambiate decisamente a mio favore.
Qual è il tuo metodo di lavoro, e che cosa usi per disegnare?
Uso i pennarelli, e questo mi consente di cambiare spesso stile del disegno. Ogni pennarello ha una sua identità precisa e va usato per uno scopo particolare. Ai tempi di Pentothal facevo delle tavole singole, senza pensare ad una trama precisa, e poi quando ne avevo un po’ sul tavolo le studiavo per vedere se si potevano cucire tra loro in una storia che avesse un senso. Ma non era nemmeno il “senso” ad interessarmi troppo. Infatti ci sono molte storie che non hanno una loro successione logica. E questo si capisce, a volte avevo pensato per esempio la tavola che sarebbe diventata la numero sei prima della numero uno, e senza aver immaginato la numero cinque e la numero due. L’idea della storia spesso è stata solo un pretesto per cominciare a lavorare ad una vicenda.
Sei veloce a disegnare, o le tue tavole ti portano via giorni e giorni di lavoro?
Adesso sono molto più veloce di un tempo. Spesso lavoro di notte, e in quella notte faccio una tavola completa. Se il lavoro da fare è molto ci vuole anche una nottata e mezzo.
Come valuti le due esperienze editoriali in cui sei o sei stato più coinvolto: Cannibale e Frigidaire?
Cannibale è stato raggiunto da me e da Filippo Scozzari quando già era pubblicato in una sua versione sperimentale, da Massimo Mattioli e da Stefano Tamburini. Liberatore è venuto ancora dopo di noi. La sua distribuzione era scombinata, e così la sua periodicità. Ma le vendite andavano abbastanza bene, dato che su 40.000 copie di tiratura se ne vendevano circa 17.000. Frigidaire nasceva come un tentativo di uscire da questo nucleo ristretto di lettori, proponendo una rivista di lusso che avrebbe dovuto essere una grossa operazione commerciale. Invece è fallita e secondo il mio punto di vista è diventata una grossa operazione culturale. I miei colleghi sono straordinari, la rivista è impostata splendidamente… Non sono neanche nell’ottica di fare stupide pubblicità, ma quello che realmente penso è che questo giornale ha un futuro sicuro. Non so quante copie tiri, ma se ne vende circa trentamila, che non è molto, ma ci consente di sopravvivere. Da un certo punto di vista ho un rapporto molto anomalo con la rivista. Mi sono sempre considerato un esterno da quello che è il politbureau dirigenziale, anche se collaborarci mi interessa molto. Può anche darsi però che tra qualche tempo io e gli altri ci saremo stancati di Frigidaire e passeremo a fare qualcos’altro, indipendentemente dal fatto che Frigidaire abbia preso piede. E’ nella nostra logica di fare così. Dall’esterno il nostro appare come un gruppo, anche se noi non tendiamo a dare questa immagine. Dall’interno invece i rapporti sono molto “moderni”. Le nostre reciproche collaborazioni sono di quanto meno professionale e di più passionale sia possibile imbastire nel campo del fumetto oggi. Le nostre beghe interne sono splendide, e anche molto invidiate da tutti quei giornali che si accontentano di beneplaciti e vanno avanti per inerzia senza troppi battibecchi.
Cosa significa per il vostro gruppo l’esperienza Frigidaire ? Esservi ritagliati un tipo di lettore su misura? Di cui prima non si conosceva l’esistenza?
Frigidaire non è stato per noi un punto di arrivo, ma solo un punto di partenza. Nonostante questo è un’esperienza ricchissima, una rivista anche molto divertente oltre che informativa. Naturalmente questo coacervo di cose crea qualche handicap, e ci sono dei lettori che apprezzano solo le parti che gli sono più congeniali e tralasciano le altre: c’è chi ama solo i fumetti e non vuol saperne dei servizi, o viceversa. Comunque la rivista ha una sua strada che si è imposta al di sopra di tutto. Ha una impostazione grafica, urga di lettura, una impaginazione ben definite, il rischio più grosso sarebbe quello di acquietarsi andando diritta per il suo sentiero senza evolversi quel tanto che è necessario. Comunque adesso è insostituibile e, ripeto, riusciremmo a superarla solo noi, se decidessimo di fare un’altra cosa.
di Guido Piccoli in Napolicomics,
VII Mostra Internazionale e del Cinema d’Animazione (1985)

Ogni due anni sei qua… tu che non rispetti gli orari, gli impegni e gli appuntamenti… perché questo zelo?
Io sono già tutto un casino… non lavoro per molti mesi, in tutto fatico sì e no quaranta giorni…non mi amministro secondo alcuna regola… non so farmi da agente e odio chi lo vuole fare…sono incapace di far soldi, infatti sono pieno di debiti… Se non vengo neppure a Lucca è un casino! Qui, oltre i patiti dei fumetti, agli sfigati in cerca di facile gloria, ai profiterol (quelli che dormono e mangiano a sbafo con i coupons degli altri) e eccetera eccetera, ci sono gli editori e gli agenti di tutto il mondo. Ed è una buona cosa anche se capisco poco perché nessuno parla il garganese… Poi a Lucca incontro molti amici… Lucca è un firmamento con le costellazioni.
In questo firmamento del fumetto c’è proprio di tutto, dall’orso maggiore, Hugo Pratt, fino a un nuovo arrivato, ma tu, con quell’aria da sballato sempre out, sembri più amato di tutti…
Io conosco poca gente e mi dimentico i nomi… Sono amico di quelli di Frigidaire; miei colleghi, come Tamburini, Liberatore, che va così forte che andrà a vivere a Parigi, Mattioli, Sparagna e poi Milo Manara, buono come il pane buono ma capace di trasformarsi con l’alcool (lui ha la sbronza sincera)… poi Bilal, bello e pallido come un polacco parigino, Marcello Jori, quello di Linus…
A Lucca quest’anno c’erano tutti, meno l’aristocratico Crepax, il timido Altan e Rocca, il proprietario della Nuova Frontiera, quello che ha inondato l’Italia con Totem, Pilot, Metal Hurlant e una caterva di altre pubblicazioni e che ora pare sia da alcuni mesi in una latitanza preoccupante (soprattutto per gli altri)…
Non ne so niente… a me non deve nulla e non ho particolari problemi se non la noia che un po’ m’assale in questi tre metri quadrati di Lucca. Il più grave handicap del convegno sono gli ostacoli alla conoscenza intima. Magari s’intreccia una bella discussione negli stand o di notte nella hall dell’hotel Napoleon, ma poi non si sa dove concludere. Fuori fa freddo e umido e gli alberghi sono tutti strapieni, si sta in camera in due, tre almeno. Tolte le coppie, autosufficienti, c’è la divisione tra le donne e gli uomini. Fumetto e avventura… ma quale avventura!?!
Come mai sei tra i più conosciuti al mondo? E tra i più amati dai fans? Qui, quando hanno annunciato che tu avresti firmato il tuo Penthotal, si sono fatte code di ore…
È ovvio… sono bravo. Ho disciplinato un disordine espressivo in fondamenti matematico-passionali che mi permettono di trasmettere qualunque sentimento compiuto o no, bello o brutto, raffinato e negligente, in modo che appaia a chi legge come sincero e suscettibile di persuadere chiunque della verità profonda che permea la mia opera e cioè: non mi frega nulla di nulla dei critici, dei lettori e di me stesso!
Sì… va be’, ma perché sei così bravo?
Ecco… in molti pensano che io scriva e disegni cazzate arronzate… Ci tengo a precisare che ho fatto il primo disegno riconoscibile, un orso, a 18 mesi. Ero un enfant prodige. Sono stato il più giovane artista apparso sul Bolaffi, quando si andava per accettazione e non a pagamento, ho fatto sette mostre personali e un’infinità di collettive… ho disegnato giorno e notte…
Calma… Calma (Pazienza pare sconvolto)
“… giorno e notte… ho fatto il Liceo Artistico a Pescara… ho studiato per anni storia dell’arte… ho lavorato in una serigrafia per imparare tutte le tecniche… ho rinunciato a tante cose da ragazzo… poi… solo poi, dopo molti anni ho iniziato a fare fumetti, a Bologna nel ’77, per comunicare l’angoscia di quei tempi… E quello che pubblico è solo la punta di un iceberg!”
D’accordo, ma… parliamo del linguaggio dei tuoi fumetti (Pazienza si sta rilassando)
Sì… ho inventato un linguaggio… un amalgama di idiomi della costa adriatica e di slang napoletano. Io mi sento uno del Gargano, di San Menalo, di San Severo ‘la città del mio pensiero, dove prospera la vite e l’inverno è alquanto mitee’. Lo sai che il Gargano è un’isola di roccia slava che si è attaccata all’Italia per farsi popolare da una colonia di napoletani?
No… mi giunge nuovo. Ma allora Napoli per te cos’è?
(Pazienza si illumina).
Io ho un grosso legame con Napoli. nella tenera età ho frequentato molto il posteggio davanti il Liceo Umberto. Ho avuto parecchie fidanzate napoletane e le ho molto amate perché le napoletane sono traditrici e fantasiose, casinare e sessualmente disinibite. Le bolognesi, ad esempio, che ora ben conosco vivendo da anni a Bologna, sono didattiche e alla fine noiose… Insomma, al di là di queste considerazioni, Napoli è un po’ come Marrakesch, un centro di scambio, un porto internazionale… e io, nonostante le ragazze, a Napoli mi sono sempre rotto le palle, come del resto in tutte le altre città
Come a Lucca?
… No, no… a Lucca di più!!!
di Giacomo Pellicciotti da Vogue Italia speciale n. 14 (marzo 1986)
A ventinove anni, Andrea Pazienza è uno dei padri riconosciuti del “nuovo fumetto italiano”. Dopo aver disegnato le sue tavole, i suoi fumetti per tutte le testate “storiche”, da Alter Alter a Il Male, da Cannibale a Frigidaire, da l’Echo des Savanes a El Vibora, tutti hanno unanimemente riconosciuto il suo stravagante, febbrile talento. Ora tragico, ora beffardo, a volte osceno. Ma sempre emotivo e profondamente umano, spesso sul filo della follia schizoide, Pazienza è un personaggio che si identifica totalmente nelle sue opere. La sua sincerità è disarmante, la sua fantasia ha del prodigioso. Narcisista come pochi, è forse lui stesso il più indicato a raccontare le sue tappe biografiche (lui le chiama “stanze”), il suo mondo poetico ed esistenziale.

«Nasco nel 1956 il 23 maggio, dei Gemelli, a San Benedetto del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. Da madre abruzzese e padre pugliese. Fino a tredici anni sto a San Severo di Foggia, dove ho fatto le medie. Poi il liceo artistico a Pescara. Sono stato anche in collegio, dai Gesuiti, dove ho conosciuto Tanino Liberatore. Ma è incidentale, perché forse l’incontro è più importante per lui che per me. Vivo da solo dai quattordici anni: cinque anni a Pescara e poi a Bologna, a studiare al Dams. Dal 1975 al ’77, vivo due anni di ghetto. Poi mi diverto con gli altri, soffro pochissimo, mentre per molti ci sono esperienze dolorose, vedi Lorusso e Giorgiana Masi. Ho cominciato a fare i fumetti perché m’interessava raccontare delle cose, per un bisogno molto pressante. Sono ancora studente fuori corso al Dams, musica e spettacolo, e non mi iscrivo più da quando ho smesso di rinviare il militare. Mi mancano solo scenografia e semiotica, due esami per laurearmi. Forse li darò quest’anno. Un paio d’anni di vita divertita, spericolata, passata in bilico fra il vivere le cose e raccontarle. Pochissima gavetta, perché ho girato pochissimo con la cartelletta e ho iniziato a pubblicare su Linus. Mi metto in viaggio e dopo un paio d’anni, nel 1980, entro pieno di dubbi e mio malgrado in quello che è il circuito commerciale. Un ingranaggio vero e proprio, dal quale cerco di uscire. Infatti ora vivo in campagna, a Montepulciano in provincia di Siena, insieme alla mia donna. E passo gran parte dell’anno lontano dall’epicentro, dove si decidono realmente le cose. Nel 1980 mi domandavo quale dovesse essere il segno. Oggi non ho più questi problemi, oggi mi domando cosa raccontare. Il pubblico mi sembra una specie di bambino. Mi sono ritrovato come uno zio, neanche un parente prossimo come il padre, a raccontare le favole per farlo addormentare la sera. E mi sono assolutamente stancato di fare questo. A questo punto, il problema era se vendermi, prostituirmi: il presenzialismo esasperato, essere sempre nelle cose, vestirsi, il look, queste cose qua. Un certo giorno, finalmente, ho deciso che non ero nato per disegnare i guantini a Michael Jackson. Faccio per dire. Di cose da raccontare, poi, ne ho trovate poche. Ne ho trovate soprattutto all’interno della sofferenza, dell’angoscia, dello star male. Quindi io credo oggi d’identificarmi nel mio lavoro, come quello che disegna le cose più terribili, più pesanti, più problematiche, più mortifere, più allucinate e allucinanti. Ora mi sono innamorato moltissimo di una donna, ne ho fatto un simbolo. E lei che ha praticamente illuminato la mia vita fino a oggi. Tutti sanno che sono passato attraverso il tunnel della droga, ma vorrei che risultasse che ora non sto cosi male fisicamente. Sono ancora molto giovane d’età. Viceversa sono molto vecchio per quella che è la mia esperienza di disegnatore. Non rappresento più la “nuova scuola”. Sono sicuramente più legato alla vecchia e mi avvio a diventare “il Crepax degli anni Ottanta”. Il mio ultimo personaggio disegnato è Pompeo, un personaggio angosciantissimo che si ammazza ben due volte, come L’inquilino del terzo piano. Una storia invendibile. Inventarsi una storiellina graziosa, futile, che possa essere venduta in più paesi, non mi ha mai interessato. M’interessa, viceversa, moltissimo la moda, o tutto ciò che è moda. Anzi, in certi casi mi è sembrato anche di anticiparla. In tutti questi anni, ho avuto una serie di esperienze: Alter Alter con Pentothal, Il Male, poi Cannibale, Frigidaire, Alter ancora e Corto Maltese, fino a Frizzer. Di libri anche ne sono usciti parecchi, da Zanardi a Pertini, o Tormenta, o questo prossimo di Pompeo, fino al mio Glamour Book. Ora penso di lavorare ancora per Corto Maltese e per la Grecia, la Spagna, la Francia… Lavoro anche come illustratore, con il Comitato di gestione parchi naturali della Val di Chiana, con sede nel museo del lago di Montepulciano. Vivo nella natura e disegno gli animali. E tiro con l’arco. Poi, penso di fare una grande opera a fumetti con la mia futura moglie. Conto di sposarmi a maggio, in chiesa: lei è molto brava, ha studiato grafica e stupirà parecchi. Insieme faremo un lungo cartone animato, con sistemi assolutamente nuovi».
Andrea Pazienza è stato influenzato, soprattutto nei primi lavori, da Shelton, Jacovitti, Moebius, Carl Barks (l’inventore di Paperino), Magnus, Corben e tanti altri, per sua stessa ammissione. Ama i romanzieri americani e inglesi, come Melville, Conrad, Hemingway, Stevenson, Scott Fitzgerald. I suoi film preferiti sono Ultimo tango a Parigi di Bertolucci e Donne in amore di Ken Russell: «Perché sono un grande sentimentale», ammette candidamente.»
qui L’audio integrale dell’intervista

Perdonateci, ma non abbiamo colpe. Col nostro bravo registratore e gli appunti sul taccuino è iniziata la conversazione, ma c’è stato ben poco spazio per le nostre domande. Andrea Pazienza a ruota libera, dunque. Ci racconta di sé, della sua “carriera”, del suo passato, di cosa fa e cosa vuole adesso, dei suoi progetti futuri, anticipando e esaurendo le nostre curiosità. Per chi non lo conosce (!?) Andrea è uno dei migliori autori di fumetti in Italia e in Europa. Esordio fulminante su Alter nel ’77 dove nasce Penthotal, grosso impatto grafico, cronache dentro/fuori il “movimento”, flash sul quotidiano. Contemporaneamente crea (con Scozzari, Tamburini, Liberatore) Cannibale, semi lussuosa fanzine underground, banco di prova per il futuro e più elegante Frigidaire, dove trasferirà le sue tavole policromatiche. Proprio qui nasce Zanardi che appartiene al secondo periodo dell’autore. Come Penthotal, il personaggio rispecchia la realtà sociale e culturale del periodo, il cosiddetto “riflusso”: poca socialità, individualismo sfrenato, cattiveria, tendenza al teppismo. È ancora una cartina al tornasole della condizione giovanile che cambia profondamente in quegli anni. Attualmente collabora a Corto Maltese e ad Alter dove crea nell’85 il personaggio di Pompeo, di cui Andrea parla nelle pagine seguenti, rivendicando la continuità del suo discorso e le sue qualità nascoste. A noi non resta che ringraziarlo per la sua disponibilità, sincerità e amarlo come lettori e… amici (nonché come nostalgici del ’77).
Stefania Scateni e Marco Petrella
“S
to finendo in questi giorni Pompeo. È una storia che ha lasciato la maggior parte dei lettori, anche occasionali, abbastanza indifferenti se non critici o scettici rispetto alla situazione. Viene quasi da dire: ma insomma falla finita, muori, fa qualcosa basta che ti cavi dalle palle. Il discorso visto dalla parte dell’autore è invece chiaramente diverso. Mi sono pochissime volte trovato a difendere il mio operato, non me ne è mai importato moltissimo. Nell’ultima puntata di Pompeo c’è una postilla finale dove dico: a me dei soldi non è mai importato nulla mentre disegno, casomai immediatamente prima o dopo, però mai durante. Voglio dire che alla fine, quando mi metto a disegnare, faccio quello che mi pare. Ho sempre fatto così, nella buona come nella cattiva, e da qui nasce anche il mio personaggio, i miei personaggi. Nello specifico difendo il discorso di Pompeo rispetto a cosa non lo so, forse rispetto un po’ a me stesso, al tempo che ci ho perso. È nato inizialmente come un’ipotesi di lavoro. Una prima puntata c’era nell’83, la portai in una cartellina in Svizzera, ad Ascona, e la feci vedere a Vincenzo Mollica e a Mauro Paganelli e loro mi incitarono a continuare per vedere dove si andava a parare. Dopo le prime 4 o 5 tavole, la storia prendeva una piega abbastanza avventurosa, si parlava di traffico d’armi, soldi, terrorismo… Continuando da queste premesse ho invece mantenuto soltanto le prime tavole e ho continuato il discorso introspettivo sul personaggio, quello che gli stava succedendo. La storia inizia con lui che decide di uccidersi e fa, da prassi, un salto indietro nel tempo come tante volte succede nei romanzi, per ricondurre poi tutta la storia al momento dell’inizio e da lì verificare il finale. E Pompeo alla fine si uccide per tutta una serie di motivi. Ma secondo me il senso di tutta l’operazione, che è anche un’operazione letteraria, si capirà quando verrà edito il libro. Sono quasi 130 tavole e leggerne una puntata, anche leggerle in fila, ma non avere il quadro complessivo di tutta l’operazione è abbastanza riduttivo. Pompeo è un personaggio ventosissimo e la cosa che salta fuori alla fine è che riassume in sé i caratteri angoscianti di tutta la serie dei miei personaggi, da quelli delle mie prime storie come Giorno che si presentava per l’appunto come un distillato di angoscia, agli altri personaggi. Lui li riassume un po’ tutti. Motivi di sofferenza ne ha tanti, al di là del fatto di essere tossicomane. Lo è perché gli succedono determinate cose. Come a dire: tu non mi vuoi perché ho i piedi piatti, ma non mi vuoi anche perché mi faccio le pere. Allora io mi faccio le pere perché cosi almeno non mi vuoi per un motivo che non siano i piedi piatti.
Quello che dovrebbe saltare fuori (e che secondo me è possibile che accada quando si avrà un quadro di tutta l’opera) è il fatto che questo personaggio fino all’ultimo si rifiuta di soffrire, quindi di pensare. Arriva alla morte quasi come un giocatore di baseball arriva alla meta, sfruttando in modo inerziale le velocità preistoriche. Lui arriva lì e non soffre, arriva alla morte senza soffrire perché non si ferma a pensare ai motivi che lo portano al suicidio. Quando a un certo punto questi diventano cosi pressanti e presemi da indurlo a grandissima sofferenza o almeno a delle risoluzioni rispetto al suo futuro e a quello che gli sta succedendo, lui decide di suicidarsi. E invece non muore. Non muore nel modo scelto, cioè un’overdose, senza dolore, e quando si risveglia si ritrova di fronte a tutti i problemi ai quali pensava di aver ovviato. Insiste nella sua decisione di farsi fuori; naturalmente a questo punto i problemi riemergono, vengono fuori i pensieri terribili. Quello della madre è il pensiero dominante, e anche il simbolo di quelli che possono essere i pensieri concorrenti a questo suo grande dispiacere esistenziale. Pompeo è addoloratissimo per quello che è la vita, per quella che lui chiama una demotivazione profonda rispetto a che fare. È chiaramente un personaggio autobiografico. Ho iniziato questa storia in un momento di grave delusione e grandissima crisi, momento in cui ho lasciato Bologna e mi sono ritirato in campagna a fare vita quasi “monastica”. L’ho continuata ricalandomi in modo quasi schizofrenico nel personaggio tutte le volte che dovevo disegnarlo, mantenendo il ritmo che fin dalle prime tavole la storia denunciava. È comunque una storia che pochi hanno letto, pochissimi hanno capito. Confido nel fatto che, una volta edito il libro, si possa, io per primo, avere un quadro abbastanza esatto della situazione. Certo è un’indagine abbastanza approfondita di un fenomeno, di un problema. Non so se questa indagine in questi termini sia già stata fatta da altri, io credo di no. Comunque al di là di questo che dovrebbe essere il fattore novità (ma che io non sono qui a promuovere), Pompeo è un discorso “visceri sul tavolo”, che poi è l’unica cosa che mi interessa.
Questo tipo di discorso mi ha ricondotto a Majakowskij, a Pasternak, a Esenin. La sofferenza è un pianeta splendido su cui indagare ed a motivo di mille e mille possibili peregrinazioni nel campo dell’indagine. Io, in una sorta di furore eclettico, ho lavorato col comico, con l’avventura, con il quotidiano, con la satira e anche con la sofferenza, con l’angoscia. Questo Pompeo è la summa di tutta una serie di esperienze di vita, è certamente autobiografico, fatto di lavoro, di racconto, esperienze letterarie. Dal punto di vista economico, nel momento in cui decido di fare Pompeo, rinuncio a una barca di soldi perché se facessi una storia a colori me la potrebbero pubblicare dappertutto. È evidente che Pompeo lascia il tempo che trova e che, visto così, il discorso avvampa di una certa incosciente onesta. Dal punto di vista tecnico: i materiali usati sono tutta carta da riporto. Mi sono rifiutato di usare i soliti F4 e ho lavorato invece su album di recupero; quadrettature, moltissime pecette (carte adesive sulle quali intervengo per correggere).
Di solito non correggo degli errori, non è che sbagli una mano e metto una pecetta. Intervengo per correggere il senso di una linea. Il discorso sui materiali e sul fatto che queste tavole in apparenza sembrino tirate via, è un discorso che, secondo me, lascia il tempo che trova. Non si va molto avanti con la discussione perché dal mio punto di vista sono contrario ad ogni forma.
All’inizio ho lavorato a Pompeo con grandissimi sensi di colpa, perché concentravo il lavoro in poche nottate. Lavoravo qualche ora a notte, a settimana, e di giorno ero aggravato da questi sensi di colpa di tirare via e di non dedicarvi abbastanza tempo. Ora invece mi sono reso conto che l’unico modo di fare Pompeo è appunto questo, cioè passare moltissimo tempo a pensare, a digerire. Potete immaginare anche per il finale di Pompeo, nella sua semplicità, quante possibilità mi si erano aperte (i modi di morte ad esempio sono uno più affascinante dell’altro), se farlo morire o no, o che posizione prendere rispetto a tutte le persone e a tutti i comportamenti denunciati net racconto stesso. E questo e un sistema di disegnare. Il tempo impiegato per Pompeo non è sicuramente quello che impiego per fare una tavola di Zanardi, Notte di carnevale per esempio; viceversa ci ho pensato molto di più. Comunque su questo non mi sento tenuto a rispondere. Ad un certo punto della mia vita mi sono detto: non sono nato per disegnare i guantini a Michael Jackson, o non mi interessa disegnare orologini per la Philip Watch o non mi interessa entrare nella moda. Quello che mi interessa è comunicare, comunicare in un certo modo. lo sono abituato a tutto, sono abbastanza sui generis perché di gratificazioni ne ho avute moltissime quando ero giovane, quindi il presenzialismo, essere sempre presente alle manifestazioni oppure promuoverle in assoluto, non mi interessava prima, oggi mi interessa meno che mai. lo sono alla ricerca continua di motivi validi per comunicare qualcosa, per continuare a raccontare favole.
Però a questo punto il pubblico mi sembra essere diventato un bambino che non cresce mai, che non vuole addormentarsi, ma ogni sera papà gli deve raccontare la favoletta per farlo stare contento. Dopo un po’ di raccontare favolette mi rompo e quindi devo cercare sempre delle cose diverse, nuove. Che poi queste arrivino a 5000/500.000 o a 5 persone mi lascia del tutto indifferente dal momento che sono pagato più degli altri e questo me lo sono conquistato senza volerlo. Ma non mi sento di avere una poltrona sulla quale mi sono seduto e che devo tenermi a tutti i costi con la qualità. Quello che invece mi disgusta profondamente e dover macchinare per mantenermi: questa poltrona. Se me la sfilano da sotto, se me l’hanno già sfilata, se me la sfileranno mi lascia del tutto indifferente.
Zanardi è invece un discorso legato al post ’77. Sono convinto che il ’77 sia stato un anno top nel quale la moda si è fermata, tante cose si sono fermate. A differenza del ’68, troppo calato nella politica per avere ripercussioni a livello comportamentale, sociologico e di modo troppo evidenti. Il ’77 era soprattutto un modo di fare la rivoluzione all’interno dei propri gruppi. È durato infatti quello che è durato, pochissimo. Così come sono convinto che fra Sid Vicious e Michael Jackson non ci sia paragone. Sono sicuramente un nostalgico del ’77 e per quello che mi riguarda la storia è finita lì. Chiaramente invece è andata avanti, ma è andata avanti in modo molto manierista, secondo dei dettami molto glamour. Per quello che mi riguarda se avevo qualcosa da dire l’ho detta, se avrò qualcosa da dire la dirò, però tenetemi fuori da queste storie. Anche perché purtroppo nella trappola in primo tempo ci sono caduto, presenziando e facendo un po’ da rompighiaccio a tutta una serie di personaggi che sono venuti dietro.
Secondo me un fumetto, così come un libro o un film, deve muovere il kiai. Il kiai, secondo la disciplina del kendo, corrisponde al plesso solare. Se io devo battere qualcuno non lo batto con testa, non gli do le botte con le zampe, gliele do con il plesso solare. Se io dico tu ti devi spostare perché io ti schiavardo, ti appiccico contro il muro, lo dico con lo stomaco. È allora che si fa paura veramente, e a me interessa far paura, tutto il resto non esiste. E da qui deriva il discorso sulla tecnica.
Nell’80 andai negli Stati Uniti per cercare il segno ’80, perché pensavo non potesse essere riconducibile alla logica del triangolo: via i cerchi, via i triangoli, mi sembrava un sistema abbastanza puerile. Sono tornato senza aver trovato nulla che mi interessasse, niente che fosse un modo per arrivare al godimento. Come quando ti masturbi, se vuoi venire devi pensare a qualche cosa che ti piace tanto, che per una sorta di meccanismo alchemico ti porta all’eiaculazione. È così a meno che tu non voglia farti una sega eterna, eterna, eterna, eterna, su cose piacevoli, belle, ma senza sbordare mai. Io invece voglio sbordare. Sono per questo tipo di cose e il discorso sulla tecnica, con queste premesse, decade, anche perché si dovrebbe entrare nel merito di cosa è il fumetto, che cosa è l’arte, se ci sono differenze. Chi se ne frega che cosa è e cosa non è, l’importante è, leggendo una storia, se ne rimani emozionato, condizionato o meno, Il punto è che ci sono delle storie che ti condizionano immediatamente, nel momento in cui le leggi ti senti trasportato in una specie di vagone nel quale entri e poi il treno va. Oppure viceversa tu compri il biglietto e poi ti annunciano che il treno viaggia con sei ore di ritardo e rimani alla stazione come un cretino e non parti mai.
Un problema importante è invece il veicolo: le riviste, quelle che ci sono, le possibilità che si offrono. Due anni fa c’era una quantità incredibilmente enorme di riviste sulle quali pubblicare. Oggi ne sono rimaste pochissime, molte hanno chiuso nell’arco di un anno. Quindi se prima c’era un certo potere sull’editore e poter scegliere dove pubblicare, oggi questo non c’è più, gli editori riprendono baldanza. Fortunatamente non mi sono ancora trovato alle prese con questo atteggiamento, ma posso facilmente immaginarlo. Siamo tornati all’ante ’77. È una cosa terribile ed è un discorso da approfondire per il fumetto perché il veicolo è fondamentale. Puoi fare delle cose bellissime, se non te le pubblicano rimangono là. Se ti censurano e tu non puoi dire “Me ne vado” questo è molto grave.
Ora penso di fare una storia, la storia più importante che abbia mai fatto. Si dovrebbe chiamare Fino all’estremo e sarà formata da 150 tavole, 10 storie legate da un filo comune che è la terribile sofferenza di una persona. Un uomo che soffre moltissimo per un insieme di motivi tra i quali l’amore, molto presente nelle mie storie, e quello che pini essere chiamato un depauperamento generale delle motivazioni. Questa dovrebbe essere una storia terribile, però comica, dove Zanardi compare in misura giallistica. Compare alla fine corte unico possibile referente.
Faccio un esempio che è anche un’anticipazione. Se tu devi ammazzare una persona puoi anche farlo di persona, ma se gli devi segare una mano con un Black & Decker per rovinargli la vita, allora le cose già si complicano perché devi averne il fegato e anche perché il tipo resta lì, vivo. Questa persona soffre e ad un certo punto decide di agire e quando si trova a dover agire cerca nell’ambiente della mala un individuo adatto ma non lo trova. Se tu dovessi cercare qualcuno disposto a segare una mano a un altro o a pestare una donna incinta, è difficile che tu lo trovi, anche pagando. Zanardi in questo ha un suo ruolo, può saltar fuori come unica possibilità.
Fino all’estremo sono tavole a colori disegnate con un sistema nuovo. Per la prima volta lavorerò con un’altra persona, molto brava, che farà i fondi. Saranno simili ai fondi che usa Walt Disney per Il libro della giungla o Cenerentola. Le figure invece saranno staccate dal resto e si muoveranno su fogli di acetato, come un cartone animato. L’effetto è molto disneyano. In effetti il mio referente non è Disney, ma Tex Avery, molto più sensuale. Disegna delle bambole fantastiche e dei lupi che le insidiano; i suoi cartoni animati erano molto sexy tanto che durante il periodo di McCarthy sono stati distrutti.
Le storie di Fino all’estremo sono articolate per episodi legati l’uno all’altro e il risultato dovrebbe essere molto omogeneo, soprattutto nella scrittura, perché non salterò più da un segno all’altro ma terrò sempre lo stesso tipo di segno; userò anche sempre gli stessi colori. Secondo me esistono due tipi fondamentali di storie. C’è la storia “arcobaleno”, quella che hai tutta davanti quando cammini per strada, è perfetta e non ha bisogno di nient’altro che di essere messa su carta. I modi e i tempi sono del tutto irrilevanti perché la storia, il succo, c’è. Questo è per esempio Giallo scolastico, Giorno, Notte di carnevale. Viceversa c’è un altro modo di operare, quello a tavolino, senza avere idee nella testa. In questo caso divido le tavole per moduli e mi muovo in esse in modo matematico, secondo una logica consequenziale, tenendo presente tutta una serie di fattori, anche cinematografici, da una immagine all’altra, per arrivare a un risultato. Più forzato ma anche più inedito.
C’è poi ad esempio Penthotal che è un altro discorso legato al lavoro che facevo prima, cioè quadri. Prima di fare fumetti dipingevo, quadri di denuncia. Erano tempi nei quali non potevo prescindere dal fare questo. Ma i miei quadri venivano comprati da farmacisti che se li mettevano in camera da letto. Il fatto che il quadro continuasse a pulsare in quell’ambiente mi sembrava, oltre che una contraddizione, anche un limite enorme. Da qui il mio desiderio di fare fumetti. I miei primi fumetti quindi, Penthotal per esempio, fanno da collegamento tra il lavoro di artista e quello di disegnatore di fumetti. All’inizio poi distinguevo due personalità distinte e l’una o l’altra prendeva il sopravvento a seconda dei periodi e delle circostanze. Una è un’immagine, per intenderci: denti cariati, capelli sporchi, naso pieno di punti neri, magrezza impressionante, il tipo macilento, sacrestano, nessun successo con le donne, campanaro. L’altra, l’immagine Penthotal, è totemica, legnosa, dura, indifferente, sulla difensiva nei suoi rapporti con l’esterno, provinciale e disadattata ma più sicura di sé entro certi limiti. Vi appartengono le storie uscite su Linus, L’appuntamento o quella dove il personaggio si sistema la stanza e mette tutti i libri e giornali al punto giusto.
Sono due immagini in antitesi, ma anche complementari. Voglio dire che comunque si può avere un solo personaggio e farlo vivere in mille modi diversi, o mille personaggi e farli vivere in un modo solo oppure averne mille e farli vivere in mille modi diversi, che vorrebbe un po’ essere il mio caso.
Oggi ho capito che non mi interessa il presenzialismo (dove praticamente non me ne viene in tasca niente, nel cuore tanto meno); non mi va di lavorare saltuariamente per la pubblicità o come grafico avendo a che fare con gente di merda; cose che mi sembravano dovessero in qualche modo contribuire al successo generale del mio lavoro. Adesso che sto a casa dormendo fino alle 11 di mattina, avendo cani, mangiando, facendo una vita tra scarpone militare e pantofola, divertendomi con la natura, sto molto meglio.
Voglio stare tranquillo ancora per un po’. Vorrei evitare il più possibile di lavorare per poter fare il più possibile quello che mi pare. È anche giusto prendere la propria attività come un vero e proprio lavoro, impegnarsi, faticare, sudare, prendere spunto da questa o quella lettura per combinare un’ipotesi di storia soddisfacente che piaccia sia fare che leggere. Ma personalmente di tutta questa macchinosità mi stanca solo l’idea. Non voglio pensare: questa storia mi piace, può funzionare. Il concetto non mi passa neanche per l’anticamera del cervello. Piuttosto preferisco essere libero, essere definito inaffidabile. Anzi voglio rimarcare la mia assoluta inaffidabilità.”
di Luca Boschi da Passioni Violente n. 3 (agosto 1987)
Andrea Pazienza è ancora uno dei disegnatori più amati dai lettori giovani, quelli che, oramai una decina d’anni fa, stravedevano per le storie proposte dal mensile Alter Alter, quando portava per prima volta in Italia i racconti fantastici di Moebius e del gruppone della rivista francese Metal Hurlant, o quando lanciava la neo accademia di Valvoline, una serie di disegnatori attenti ai moti della moda e del design anche più che a quelli del piccolo grande media che aveva prescelto, il fumetto. Quando gli entusiasmi per tutti questi autori si erano spenti da un pezzo e perfino le riviste disposte ad ospitarli stavano pian piano scomparendo, Andrea Pazienza rimaneva; si spostava con la sua asse da surf sul pelo delle pubblicazioni più diverse senza rimanerne mai troppo coinvolto, e ci dava (e ci dà) ancora dentro con le sue storie di violenza ed eroina, di disperazione o di satira beffarda. Il sesso, nelle storie di Andrea, è un elemento bene o male sempre presente, anche vissuto con ironia ma, più spesso, con una buona dose di sofferenza ed umiliazione. Un terreno privilegiato per adattarvi il vecchio adagio “homo homini lupus”.
A testimoniarlo tornano buone le ultime avventure del suo personaggio più conosciuto, Zanardi, un cocktail di quanto di spaventoso sia riscontrabile in un essere umano, i cui lati negativi del carattere corrispondono, fisicamente, ad un assemblaggio di tratti somatici che tradizionalmente siamo portati ad attribuire alla persona acida, crudele, menefreghista, irritante, priva di qualsiasi briciola di altruismo che non sia indirizzato a se stesso. che vorrebbe dire?

– dice Andrea Pazienza – è nato dall’esigenza di denunciare le reiterate aggressioni che ho subito in età adolescenziale da ragazzi un po’ più grandi di me, un po’ più forti, sicuramente più astuti, certamente più aggressivi, non so quanto più intelligenti. Comunque la cattiveria ha bisogno anche di una certa intelligenza e creatività. Credo che ognuno di noi abbia in fondo il proprio carnefice sepolto nei ricordi dell’infanzia e poi magari rimosso. Io l’ho ripescato ed ho creato un personaggio che esiste, che abbiamo conosciuto tutti non solo nella sua psicologia, ma anche nella sua struttura fisica”.
Recentemente, Pazienza ha spinto il pedale dell’erotismo un po’ più a fondo del solito, realizzando per la piccola casa editrice Glamour il volumetto Pazeroticus con cui ci mette al corrente, anche in questo caso con una buona dose di ironia, del suo modo personale di intendere l’erotismo. Non si tratta di illustrazioni morbosamente erotiche, bensì di disegni il cui aspetto principale è la serenità.
“ Li ho buttati giù molto rapidamente a San Menaio, il mio paese, in due giorni e facendoli pensavo a tutte quelle situazioni che da piccolo mi avrebbero fatto arrapare”.
In realtà so che un giorno intero se ne è andato per la copertina e tutto il resto l’hai fatto nel giorno rimanente. Non è un po’ poco questo tempo per fare un libro intero?
Per questa cosa di Glamour ho capito subito che da me si pretendeva il sudore, ma io ho resistito, e il mio sudore lo riservavo alle storie lunghe di Zanardi e Colasanti, quelle che adesso pubblico su Comic Art. Oppure a delle illustrazioni un po’ più impegnative, come le copertine che ho fatto sempre per Comic Art, e in cui è raffigurato il culo di Moana Pozzi, che Iddio se l’abbia in gloria.
Perché c’è questo nuovo boom dei disegni erotici, a livello di pubblicazioni popolari (ma questo c’è sempre stato, a partire dagli anni 60) ma specialmente di modeste qualità?
Non lo solo, so che i disegni erotici, le fotografie, servono specialmente per la masturbazione.
Quando hai cominciato?
A fare cosa?
A disegnare, ovviamente.
Ah, ecco. Ma allora dobbiamo tornare la preistoria! Mia madre sostiene che ho disegnato un orso, che era riconoscibile come tale all’età di diciotto mesi, il che mi sembra impossibile, dato che me re ricordo benissimo anch’io e questo significa che evidentemente non avevo diciotto mesi. Forse avrò avuto diciotto anni.
In molte delle tue vignettone sin dall’inizio, anzi, forse più qualche anno fa che adesso, utilizzavi con disinvoltura tecniche molto diverse tra loro. Si sfogliavano le pagine e non si poteva immaginare se vi sarebbero stati dei disegni a Pantone, a cera, a lapis…
Il fatto di usare tecniche diverse nasce dal mio grande disordine, Non sono mai in grado di ricordare i numeri delle matite morbide e di quelle dure e a volte mi ritrovo con dei rotoli di matite grossi così che non userà mai, anzi, se qualcuno le vuole gliele regalo. Io vado in cartoleria e compro. Un po’ di questo, un po’ di quello, un etto di quell’altro… e poi vado a disegnare. Alla fine magari mi succede che inizio una storia a pennarello e mi finisce improvvisamente anche l’ultimo pennarello che ho in casa. Guardo negli armadietti e non c’è più nulla che produca un segno anche approssimativamente simile, sono le sette e mezza di sera ed è sabato. Allora devo per forza andare avanti con quello che trovo tentando di imitare il tipo di stile che avevo sino alla pagina prima, a costo di usare anche un fiammifero sbruciacchiato. Scherzi a parte uso davvero di tutto: matite, pennelli, i colori di mio padre, che è pittore…
Guardate distrattamente molte tue tavole sembrano la rappresentazione speculare del caos, mentre ad uno sguardo più attento ci si accorge una certa precisione nell’esecuzione di tutti i minimi dettagli, e addirittura una certa pulizia.
Quando iniziavo a fare i fumetti accarezzavo addirittura l’idea che nelle mie tavole ci fosse una certa dose di matematica. Le sistemavo seguendo del moduli, squadravo il foglio… E sarebbe stata per me una grande soddisfazione poter andare dalla mia vecchia professoressa di matematica e fargliele vedere: “Maestra, ammiri cosa ho fatto!” In matematica non sono mai andato troppo bene a scuola. Ma lei avrebbe fatto un gesto significativo e avrebbe detto come al solito: “Pazziè…”, rimandandomi al posto. Io in realtà per ognuna di quelle tavole ormai lavoro come uno che tira con l’arco cercando in qualche modo di fare centro nel bersaglio.
Chi é il disegnatore popolare, italiano, che ti è piaciuto di più e che ha contribuito alla tua formazione?
Magnus.
Solo lui?
Potrei citarne altri, ma quando ho detto Magnus ho detto tutto.
L’ultima storia parsa a tutt’oggi mostrava Zanardi e la sua banda che violentavano una ragazzina sprovveduta più brutta di Sandra Mondaini. Insisterai su questa linea dura, dove il sesso è cugino acquisito del sopruso?
No, la storia immediatamente successiva è un sogno di Zanardi, tutto a colori e che giudico piuttosto bello. Mi ero proprio stufato a disegnare a pennarello in bianco e nero e penso che si sia visto, non ero molto soddisfatto dei risultati. Nelle ultime storie prevaleva per importanza la parola sul disegno, mentre questa che ti stavo dicendo è addirittura senza parole. Ho anche già parlato con degli amici psicologi, un po’ facendo sul serio un po’ no, per mostrargliela: se Zanardi avesse tatto davvero un sogno di genere e quel sogno fosse interpretabile, che vorrebbe dire?