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IL BESTIARIO


“L’interesse e l’attrazione di Andrea per gli animali sono sempre stati grandissimi, come si evince dalla sua opera: dai primi disegni di bambino fino alla sua ultima storia del cane Astarte. Non si può trattare questo argomento senza ricordare nostro padre. Andare in giro o in macchina con papà era come partecipare a un safari.

Nello studio di San Severo con il parrocchetto testa di prugna, 1973

È incredibile quanti animali si possano osservare semplicemente viaggiando in auto, se si sa dove rivolgere l’attenzione, a seconda dell’ambiente e della stagione. Qualsiasi cosa volasse, attraversasse la strada o si scorgesse morta sull’asfalto veniva prontamente identificata; quando non ci si riusciva, si andava per esclusione. Ricordo Andrea chino ad osservare denti, cuscinetti delle zampe o altri dettagli di animali come faine, puzzole e volpi. Oppure il becco e gli artigli delle zampe piumate di rapaci notturni, morti sul ciglio della strada, che con papà ci fermavamo spesso a osservare mentre andavamo in macchina sul Gargano, tra San Severo e San Menaio.
Papà spesso rievocava animali della sua gioventù, ormai scomparsi dalle nostre parti, chiamandoli familiarmente con i nomi dialettali: il tasso era ’a melògna, l’occhione u néversin, la gallina prataiola u natrone.

In casa non ci sono mai state riviste specializzate e gli unici documentari naturalistici in TV erano quelli in bianco e nero di Folco Quilici e Jaques Cousteau. Eppure la fauna selvatica ha sempre esercitato un grande interesse in famiglia. Papà non mancava mai di ricordarci che quegli animali erano lì da sempre, generazione dopo generazione, nonostante l’uomo e gli sconvolgimenti epocali.
Da bambini, la sera, nei letti vicini, io e Andrea giocavamo a “pensa un animale”, prima di addormentarci. A turno, uno pensava a un animale e l’altro doveva indovinare con domande a cui si poteva rispondere solo sì o no. La conoscenza di Andrea in materia era straordinaria: vinceva sempre lui tirando fuori nomi come oritteropo, echidna, inia, e tanti altri di cui io dubitavo persino l’esistenza. Mentre io cercavo le figurine Cordova e Guarneri per il mio album dei calciatori, lui impazziva per una banalissima rondine per il suo album degli animali.

Nel corso degli anni, al sesto piano della casa di San Severo, quando eravamo bambini, si sono avvicendati: lo scuro falco cuculo (ma forse era una forma melanica di gheppio), la poiana, il biacco, la luscengola, la natrice, il germano reale, l’anguilla, la pernice, la gazza, il gatto, il pappagallo testa di prugna, e poi, ancora, i gheppi, le cocorite, i canarini, i tordi, i merli, i cardellini, gli storni, i fringuelli, schiere di criceti e ricci, le tartarughe di terra e acqua, i pesci d’acquario, porcellini d’India e cani. La maggior parte li portava Andrea, alcuni arrivavano grazie a nostro padre.

Quando arrivai a Bologna nella casa di Andrea, in Via Emilia Ponente, aveva un giarbillo e una boccia con i pesci rossi; un merlo indiano e il gatto certosino dei Fratta erano da poco andati via. I nomi erano sempre gli stessi: criceti, ricci e porcellini d’India erano tutti Tobia, mentre falchi, serpenti e pappagalli si chiamavano invariabilmente Attila. Andrea aveva letto che i criceti potevano andare in letargo e in quella condizione sembrare morti. Così, quando i primi criceti morirono in casa, non li buttammo fuori finché non comparvero i vermi.

Le nostre passeggiate solitarie per il paese, a San Severo come a San Benedetto – in tempi in cui noi ragazzini godevamo di una libertà inimmaginabile ai giorni nostri – vedevano come tappa fissa il mercato del pesce, dove si trovavano anche animali vivi, come canocchie e anguille. Una volta Andrea comprò un’anguilla, che per un paio di giorni sguazzò nella vasca da bagno. Oggi, la piazzetta dell’ex mercato del pesce di San Benedetto porta il nome di Andrea.

La prima volta che lo raggiunsi da solo a Pescara, nel collegio dei gesuiti, Andrea aveva in camera un piccolo acquario, con un letto di ghiaia sul fondo e il relitto in plastica di una nave antica affondata. I pesci erano tanti e piccolissimi, con riflessi azzurri. In quell’occasione mi portò in giro a visitare tutti i negozi di animali della città. A Bologna, invece, la prima volta che lo andai a trovare mi portò prima a una mostra di rettili alla stazione delle autocorriere, poi a vedere la “volpe volante” in un negozio davanti alla prefettura, e infine il Compianto di Nicolò dell’Arca a Santa Maria dei Servi, in via Clavature.

Nell’ottobre del ’71, alla festa del mio compleanno, avevo invitato amici e soprattutto amiche a casa a ballare i lenti. Andrea, allora al terzo anno di liceo, arrivò quella sera da Pescara nel pieno della festa. Entrò in casa dalla porta del salone direttamente dove eravamo tutti noi, con la valigia e un bel pacchetto delle dimensioni di una scatola da scarpe, incartato con un foglio bianco e il classico fiocco col nastro rosso. Dopo brevi saluti, guardatosi attorno disse: “Questo è il regalo per Michele, ma lo apre… Maria Chiara!”. Lei era la più bella del paese, una mia compagna di scuola alle medie. Si sedette sul divano con il pacchetto sulle gambe, lo scartò, e con naturalezza, senza capire al momento cosa fosse o credendolo finto, tiro fuori un biacco vivo!
Seguì naturalmente un urlo e Maria Chiara, buttato tutto a terra, scappò via. Il biacco, che chiamammo naturalmente Attila, era lungo un metro e cinque cm e rimase nel salone di casa per più di un anno, in una vaschetta d’acquario coperta da un volume della enciclopedia Conoscere. Riusciva però spesso a scappare spostando il libro e lo trovavamo arrampicato in cima al grande ficus che arrivava fino al soffitto. Nei primi tempi, ci divertivamo a portarlo in giro per il paese in un cestino di vimini da pescatore, e tornava utile per far sgombrare la gente che occupava le panchine più ambite della Villa Comunale. Un giorno, durante una delle consuete passeggiate che gli facevo fare nel vicolo cieco accanto al nostro palazzo, Attila si infilò in una fessura della porta del magazzino di medicinali della farmacia poco distante. Cercai di tirarlo fuori, ma era entrato già per metà e per paura di spezzarlo lo lasciai andare. Sparì all’interno e mi tocco di andare in farmacia a spiegare la faccenda. Lo ritrovammo arrampicato in alto su una scaffalatura.
In quel periodo Andrea aveva un Dingo Cross giallo della Moto Guzzi, che stazionava nel garage pubblico vicino casa. Io, che non avevo ancora quattordici anni, lo potevo usare durante la settimana, mentre Andrea era a Pescara, a condizione che mi occupassi di Attila e che lo sollevassi da qualsiasi incombenza riguardante il motorino. Questo significava anche che ero io a dover chiedere i soldi a mamma per pagare mensilmente il garage.
A quel tempo non avevo idea di come nutrire un serpente: provai con della carne che mettevo nella vaschetta, ma rimaneva lì a imputridire. Cominciai così ad aprire a forza la bocca del serpente per infilarvi pezzetti di carne e spingendo con un dito più in fondo che potevo. Nulla di più sbagliato, eppure Attila sopravvisse. Passato il primo periodo in cui con il serpente ci si divertiva, la cosa cominciò a stufarmi e decisi di sbarazzarmene cedendolo al garagista in cambio di alcune mensilità.

Anche il pappagallo testa di prugna si chiamava Attila. Comprato a Pescara, passò a San Severo per poi tornare a Pescara. Quando Andrea fece ritorno quell’estate a San Menaio, dopo alcuni giorni chiesi che fine avesse fatto Attila. Andrea sbiancò: aveva dimenticato il pappagallo nella sua stanza a Pescara. Per giorni stette veramente male, chiedendomi spesso – per avere conforto – se secondo me ormai fosse morto. Non oso immaginare cosa Andrea abbia trovato, e provato, una volta tornato a Pescara mesi dopo.”




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