LA SVOLTA
DI PAZ
“Andrea, fino ai quattordici anni, era un ragazzo molto timido e insicuro, incapace di imporsi tra i coetanei, rispecchiando pienamente il suo aspetto gracile e lo sguardo malinconico. Pur essendo più piccolo, in famiglia ero io a godere della fiducia dei miei e, tra noi due, ero quello dominante. Andavo all’asilo da solo, nonostante fosse lontano da casa. Fu solo quando io iniziai la prima elementare e Andrea la terza nello stesso istituto, che i nostri genitori smisero di accompagnarlo. Da quel momento, ero io ad accompagnare lui.

A dieci anni mi fu molto facile convincere mio padre a comprarmi un fuciletto a piombini (lo zio Mario, poco dopo, ci avrebbe regalato il suo). Arrivati all’armeria di Nardino Tartaglia, amico di papà, bastò poco perché Nardino convincesse mio padre a comprarmi, al posto del un fuciletto ad aria compressa, un piccolo Flobert, che era pur sempre un’arma da fuoco.
Per Andrea, invece, ottenere il motorino compiuti i quattordici anni fu una battaglia, mentre io, già a dodici, lo guidavo senza nascondermi dai miei.
In quegli anni ricordo che Andrea non sopportava neppure una minima scena di violenza o di paura nei film in bianco e nero della prima serata alla TV, che al più proponeva film di Hitchcock. Si copriva gli occhi con le mani e, se necessario, scappava fuori dalla stanza per non sentire nemmeno l’audio. Poi, da dietro la porta, chiedeva: “È finito?”, tra le prese in giro generali.
Di quel periodo conservo anche il ricordo carissimo delle numerosissime volte in cui Andrea mi coinvolgeva come suo unico spettatore, a cui in seguito si aggiiunse Mariella, delle sue “scenette”. Ci chiudevamo in camera, io mi distendevo muto sul letto e lui, nello spazio tra letto e armadio, iniziava a recitare le fantastiche avventure dei suoi personaggi preferiti: Carmelo Dormipure e il signor Scarpa (cognome preso dai vicini di casa degli zii di Vicenza). Era un turbinio di parole e gesti. Andrea saltava da una parte all’altra interpretando più personaggi contemporaneamente, cambiando voce e sudando tantissimo.
Le trame erano avvincenti, in un crescendo continuo di eventi sempre più intricati, fino a diventare impossibile da sciogliere. E infatti le “scenette” finivano sempre senza una vera conclusione, a volte per sfinimento di Andrea, altre per la provvidenziale chiamata a tavola di mamma.
A tredici anni e mezzo, i miei iscrissero Andrea al primo anno del liceo artistico “Armando Misticoni” di Pescara, una scuola rinomata, alloggiandolo dai gesuiti. Fu per loro un sacrificio enorme, sia emotivo – considerato il carattere di Andrea – sia economico, dato che allora mamma non insegnava ancora.
All’epoca l’autostrada era in costruzione e il viaggio in macchina fino a Pescara era lungo e faticoso: si percorreva la statale affrontando le famigerate salite di Ortona, dove i camion imponevano andature lentissime, così come era lento anche l’attraversamento di tutti i centri abitati.
Per Andrea, che nei fine settimana tornava in treno a casa o andava dai nonni a San Benedetto, anche il viaggio in treno non era semplice: la grande e vecchia stazione ferroviaria di Pescara era priva perfino di sottopassaggi, e talvolta per raggiungere il binario si dovevano attraversare altri treni fermi, salendo da una porta e scendendo dall’altra. Ricordo ancora le vecchie locomotive a vapore impegnate nel movimento dei vagoni.
Per tutte queste difficoltà, alla fine del primo anno i miei si rassegnarono a iscrivere Andrea per il secondo anno al “Kennedy” di Foggia, più vicino, a soli trenta chilometri da San Severo.
Fu proprio durante quell’anno da pendolare, passato a San Severo, che Andrea iniziò un cambiamento radicale del suo modo di essere, recuperando in breve tutto il tempo perduto, tra risse, scherzi poco ortodossi e prime conquiste amorose. Un cambiamento che culminerà l’anno successivo, quando Andrea volle tornare a Pescara con una determinazione completamente nuova.”
