CANNIBALI
a san MENAIO
“Era la primavera del 1978. In quel periodo studiavo nella vecchia casa di San Menaio, preparando l’esame di Principi di Economia Politica e Statistica. Forse, i miei sarebbero arrivati da San Severo per il weekend, fermandosi nella casa nuova, e Andrea da Roma.

San Menaio d’inverno è particolarmente umida e fredda, esposta a nord tra il mare e la pineta. La vecchia casa non aveva riscaldamento, solo un camino, e si era immersi nel silenzio, nell’odore della pineta bagnata e in quello del fumo. A disposizione si aveva del legno di pino fresco, poco adatto da ardere, perché scoppietta e crepita, lanciando tizzoni ardenti, e la fuliggine resinosa intasa la canna fumaria con il pericolo che si incendi. Per fortuna, però, noi al tempo non lo sapevamo.
In quella stagione, nei giorni che seguivano le mareggiate, quando l’acqua tornava sufficientemente limpida, poco dopo l’alba si veniva spesso svegliati dal “botto a mare”. Non erano fuochi d’artificio, ma le bombe dei soliti noti, che col tritolo o gelatina proveniente dalle cave di Apricena, un po’ alla volta distruggevano quei quattro scoglietti sommersi per raccogliere, sì e no, tre cefali e una spigoletta.
Dall’unica stazione radio che si riceveva – limpida, forte e chiara, come se trasmettesse da Vico – una voce, sempre della stessa signorina dalla pronuncia impeccabile, sciorinava ogni giorno, per tutto il giorno, un infinito elenco di buone notizie e soprattutto numeri relativi a eccezionali produzioni agricole e prodigiosi successi industriali. Solo raramente quell’incessante e ipnotica nenia veniva interrotta da un po’ di musica, con canzoncine simili a “Quel mazzolin di fiori”, ma in albanese. Era Radio Tirana, e ai tempi di Hoxha, mostrava in maniera genuina quella che era la propaganda politica di una dittatura.
Io avevo occupato metà del grande tavolo del soggiorno con i miei libri e appunti. Il tavolo era situato tra il camino – con il vano legnaia ben fornito – e la credenza di legno disegnata da nostro padre, con un’anta sfondata tempo prima da Andrea con un pugno in un momento d’ira, tornato dalla casa nuova dopo una lite con papà. L’altra metà del tavolo era ordinatamente apparecchiato con tutto l’occorrente per caricare le cartucce.
A metà di una mattina piovigginosa sento il rumore di una macchina che si ferma, voci eccitate, rumore di sportelli che si chiudono, il cancelletto che si apre e tonfi di passi veloci che salgono le scale. Era arrivato Andrea e non era solo. Aprii la porta e lui entrò con un gran sorriso e senza abbracci, essendo carico di borse e cartelle che vennero subito appoggiate sul tavolo. Dietro di lui due amici, uno grosso, che mi salutò con un accento popolare meridionale, l’altro era un armadietto rettangolare, con un sorriso stampato e una grande capacità di non incrociare il mio sguardo. Si chiamavano Tanino e Stefano.
Ero contento che Andrea fosse venuto, ma la presenza di quei due amici la avvertivo ingombrantissima. Preso dai suoi amici e dai suoi progetti, Andrea considerò irrilevante la presenza di un fratello già sistemato in casa, e spostate di poco le mie cose cominciò a coprirle di cartelle, fogli e astucci di pennarelli. Mentre dilagava sul tavolo assegnava le stanze con gesti rapidi in una crescente frenesia. Dovevano discutere, o ultimare, un disegno a colori apparso sul tavolo, che era simpatico e rappresentava un tizio che con forchetta e coltello si divorava la pancia.
Capita l’antifona, mi trasferii, molto seccato, nella casa nuova. La sera ci ritrovammo per la cena. Erano i giorni del rapimento di Aldo Moro, e a tavola tirai fuori il discorso. Rabbrividii di fronte agli sghignazzi dei tre, e nei giorni successivi me ne tenni alla larga.”

