IN FUGA SUL LUNGOMARE
“Quella mattina di settembre i miei sarebbero andati a San Severo con la Opel Manta di papà, lasciando a San Menaio la Cinquecento blu di mamma e sarebbero tornati tardi.

Andrea ed io davamo per certo che quella sera, in un modo o nell’altro, saremmo andati a Capotondo, a circa quattro chilometri, dove c’era la casa in campagna degli amici di Napoli. Andrea non aveva la patente, ma solo il foglio rosa, e giurò a mamma che avrebbe preso la macchina insieme a un amico patentato per andare a Capotondo. L’amico, naturalmente, non esisteva e nel pomeriggio, appena passata l’afa, salimmo in macchina e, tirata la levetta dell’accensione affianco al sedile, ci avviammo. Uscendo dal cancello di casa sulla strada statale, voltammo a sinistra imboccando il lungo curvone che, alla fine, prosegue in un breve rettilineo verso il mare e svolta proprio davanti all’Autostello, il primo albergo sul mare di San Menaio, degli anni Trenta, coevo della ferrovia. Da lì la statale diventa il lungomare, che corre parallelo alla ferrovia, che la separa dalla spiaggia sulla destra. A metà circa del lungomare, con una stretta esse intervallata da un passaggio a livello, la strada scavalca la ferrovia continuando ad affiancarla e proseguendo a ridosso dell’arenile. Passammo davanti alla baracca del Lido Centrale e al bar che le sta di fronte. Poco dopo, appena fuori dal centro abitato, lasciammo la statale svoltando per una stretta stradina privata che, dopo aver attraversato di nuovo la ferrovia con un passaggio incustodito, si inerpicava con tornanti tra olivi e pineta. Ed eccoci, finalmente, a Capotondo.
Al ritorno, ormai già tardi, alla luce dei fari prendemmo la via di casa. Fatti i tornanti in discesa e attraversata con attenzione la ferrovia, eravamo di nuovo sulla statale. Entrammo a San Menaio con la lunga fila di lampioni che male illuminavano la strada; non c’era anima viva, ma lì, in quei periodi e a quell’ora, è sempre così. Avanzando, una luce sembrava provenire dalla vetrina del bar, forse ancora aperto. Avvicinandoci, vidi una figura che usciva dal bar e una macchina era posteggiata di fronte, al di là della strada. Andrea andava piano. Proseguendo, i rifrangenti della divisa e dell’auto apparvero chiari. Un carabiniere ci si parò davanti con una paletta rossa brillante. Panico, adrenalina, terrore, tutto in un attimo. Io non rischiavo nulla, ma Andrea, per me, era rovinato.
“Vai” – gli dissi piano, – “Vai e non accelerare!”.
In poche parole, facemmo finta di niente e gli passiamo davanti. Dopo una cinquantina di metri mi voltai a guardare, non c’era nessuno e la luce del bar era sempre più lontana, la macchina ferma con le luci spente era ancora lì. Eppure non era stato tutto un sogno, e continuo a guardare indietro.
Stavamo quasi per arrivare al passaggio a livello della doppia curva a metà del lungomare quando, ormai lontanissimi, vidi uscire dal bar due figure che correvano verso la macchina. Facemmo la esse e non vidi più nulla.
“Corri! corri!”, gridai disperato a un Andrea ormai terreo. Il piano, per me, era semplice. Avevamo un gran vantaggio e l’importante era che il cancello di casa alla fine del curvone fosse rimasto aperto: una volta entrati in giardino con la macchina, saremmo stati salvi.
Andavamo a tutto gas, per quanto lo permettesse una 500 L, e quando noi eravamo alla curva dell’Autostello, loro già sbucavano dalla esse del passaggio a livello. Alla fine dell’ultimo rettilineo stavamo per imboccare il curvone prima di casa, quando loro apparirono all’Autostello. Non ce l’avremmo mai fatta.
A metà del curvone parte una piccola via che termina poco più in là in un campo dove andavamo a giocare da bambini. Non ricordo chi prese quell’ultima decisione, ma ormai non avevamo scampo. Andrea svoltò per la stradina e, dopo pochi metri, spense le luci e il motore, e ci acquattammo sui sedili.
I carabinieri sfrecciarono straveloci alle nostre spalle e, neanche il tempo di un sospiro, non vedendoci in fondo alla strada dove invece avremmo dovuto essere, inchiodarono con stridore di gomme e fecero marcia indietro. Il panico esplose. Andrea riavviò e partì a luci spente verso il buio. Ci erano addosso. La strada, come sapevamo, finiva lì. Andrea si fermò, e anche loro, inondandoci di luce.
Una serata meravigliosa, dolce, tenera, interessante e colta, in un attimo si era trasformata in un incubo, come in un film. E noi eravamo i cattivi.
Scendemmo immediatamente tutti e quattro dalle macchine; loro con le mitragliette puntate, io con le mani ben alzate, resto fermo immobile accanto allo sportello. Andrea, invece, correndo verso i fari e le armi, si tuffò a terra abbracciando gli stivaletti del carabiniere più vicino, in un pianto catartico, invocando perdono e pietà.
Sarà stata l’inusuale reazione di Andrea o la sua capacità quasi magica di sfangarsela sempre, la nostra sincerità e la nostra età, fatto sta che, fatta manovra, ci seguirono per i duecento metri che ci separavano da casa.
Ricordo mamma, a tarda notte, sulla terrazza, in una lunga vestaglia bianca, che, dopo aver sommariamente appreso dai carabinieri quanto successo, con tutte le sue poche forze cominciò a menarci schiaffoni e calci ai quali non ci sottraemmo. E così finì la faccenda.
Durante gli accertamenti, in fondo al campo, tra pianto, paura e vergogna, ricordo che uno di loro, cercando di guardarmi negli occhi, mi disse: “Noi rischiamo la vita per imbecilli come voi”.
Di sicuro avranno infranto qualche regolamento, visto come è finita, ma col senno del poi voglio dire a gran voce che la loro umanità e la loro ponderatezza furono superbe. In America, e in tante altre parti del mondo, ci avrebbero sparato già dall’inizio del curvone.
Oggi, quel lungomare porta il nome di Andrea.”