Andrea Pazienza
di Valerio Peretti Cucchi da Smemoranda n. 23 (agosto 1995)
Andrea Pazienza, un geniaccio creatore di immagini e di storie, ma soprattutto un vecchio amico che abbiamo voluto ricordare Durante un trasloco mi sono capitate tra le mani un sacco di cose che non trovavo da tempo immemorabile. Sarà successo anche a voi di aver rimosso, per vari motivi, l’esistenza di alcuni oggetti e ritrovarveli tra capo e collo dopo anni… No? Solo ai più disordinati? Beh, può essere, dato che io sono molto disordinato. Infatti, coerentemente su quella audio cassetta non avevo segnato nulla, né una data, né un titolo di canzone, nulla. La buttai nel cassettino della macchina e lì sarebbe rimasta inascoltata fino alla rottamazione se una lunga coda autostradale non mi avesse spinto a cercare un po’ di distrazione musicale. Infilai la cassetta nell’autoradio, per un momento pensai non ci fosse nulla, poi, improvvisamente, dei numeri recitati da una voce falsamente professionale: “Uno due tre prova prova…” Un suono antipatico, una timbrica nasale, una voce sgradevolmente metallica registrata da qualche ragazzotto brufoloso che cercava di darsi un tono… cazzo era la mia voce! E quello che rispondeva alle domande era lui: il mitico Paz! Come diavolo avevo fatto a dimenticarmi di quell’intervista? Quanti anni sono passati? Vediamo… era l’Ottanta? No, l’Ottantuno. Stavo finendo il servizio militare e collaboravo con una delle tante radio libere. Da sempre appassionato di fumetti, decisi di approfittare di un giorno di licenza e partii per Bologna per fare un’intervista ad Andrea Pazienza. Avevo già avuto modo di conoscerlo a Lucca, durante l’allora biennale mostra del fumetto, però i recapiti telefonici in mio possesso, essendo lui una sorta di artista nomade, temevo non corrispondessero più. Effettivamente era così, solo che in quegli anni le case, come gli amori, passavano di mano in mano entro la ristretta schiera di amicizie. Così la persona che rispose al telefono non ebbe difficoltà a darmi il nuovo recapito di Andrea. Lo trovai e ci demmo appuntamento alle due del pomeriggio davanti alla statua del Nettuno, il solito posto dove si danno appuntamento tutti a Bologna. Non ricordo che mese fosse, però faceva molto freddo. Lui arrivò con molto ritardo, e io fui fermato molte volte da ogni tipo di corpo di polizia. In quegli anni a Bologna i tutori dell’ordine erano molto sospettosi e il fatto che io non avessi né armi né droga, ma solo un registratore, li insospettiva ancora di più. Con Andrea andammo a casa di alcuni suoi amici che abitavano nelle vicinanze di piazza Maggiore. Non so se i ragazzi degli anni Novanta abbiano idea di cosa fosse una casa di studenti fine anni Settanta, inizio anni Ottanta. Una specie di sala d’aspetto ferroviaria dove però nessuno ti chiedeva il biglietto. Bastava dire sono amico di Tizio, o mi manda Caio e si poteva dormire mettendo il sacco a pelo su uno di quei materassi su cui era tracciata la storia sessuale e gastrointestinale di tutti coloro che ti avevano preceduto. In un angolo un basso elettrico, nell’altro uno zaino. Un frigorifero psichedelico grazie alla sua raccolta di muffe multicolori e un lavandino perennemente in attesa di una botta di indignazione che spingesse qualcuno a lavare i piatti. Insomma, le case degli studenti di quel periodo erano luoghi immondi in cui però nascevano e crescevano meravigliosi fiori di ingegno e creatività. Fu in un posto così che feci l’intervista a Paz. Oddio, a dir la verità, più che un’intervista fu un suo lungo monologo interrotto da qualche domanda.

Cos’è per te il fumetto?
Beh questa è una domanda alla quale, senza rischio di retorica, è piuttosto difficile rispondere, almeno per quanto mi riguarda; il fumetto è una cosa molto importante… ma non la più importante. In questo momento, per esempio, sto molto riflettendo su ciò che faccio e sempre più divento mistico da questo punto di vista, a dispetto di chi invece mi vede come persona superficiale, multiforme e cangiante, a esser molto buoni. Invece sto pensando moltissimo, e sto pensando che esistono delle matematiche di fondo in ogni cosa, che regolano tutto ciò che, dopo ancora, diventa progetto e solo alla fine realizzazione. Mi piacerebbe essere una di quelle persone che “pensano” questa matematica e che non si lasciano fuorviare dalla mano che va. E invece… invece non mi sto sforzando.
Mi sto sforzando di essere pedante e scolastico e irriconoscibile, e provocatorio fino alla morte e di divertirmi soprattutto. Il fumetto nasce da sottoculture: quella del feuilleton illustrato, della brutta fiaba che necessita di immagini perché possa essere in qualche modo assorbita, specialmente e chiaramente da un pubblico giovane. Invece sarebbe bello poter estrapolare questa forma, al momento così ridotta, farla diventare qualcos’altro. C’è chi lo sta facendo e io vorrei essere tra questi, ma poi, in fondo, non lo sto facendo e forse neanche quelli che dicono di farlo… Cioè, a ogni parola, me ne rispondo altre cinquecento che mi dicono “non è vero, non esiste una sola verità” – è chiaro no? – quindi potrei arrivare a dire che Walter Molino è il mio maestro… per una seconda volta sottoscriverlo. E invece, ecco, ci sono dei tempi, ci sono delle necessità di chiusura del numero, ci sono delle scadenze… che sono allucinanti perché fare una cosa bella che abbia una durata, dei tempi, delle matematiche di fondo in un fumetto non è come fare la stessa cosa in un film, perché si ha molto meno tempo. I tempi si riducono a poche settimane, a volte anche meno, se sei una persona che ha deciso di vivere anche una vita… fuori dal tavolo… io passo la maggior parte de mio tempo fuori dal tavolo. I tempi sono quelli che sono. Le matematiche vanno a farsi fottere. Bisognerebbe capovolgere alla base l’ordine che regola la produzione e la diffusione del fumetto e creare delle nuove aree di qualità; e queste aree di qualità – non mi vergogno a dirlo – si creano con i soldi, dando la possibilità ai giovani e ai meno giovani, a tutti i disegnatori di fumetti che valgono, la possibilità di adeguarsi a quelle che sono le nuove esigenze di una vita postmoderna e di avere a disposizione soldi a sufficienza per poter lavorare con maggiore tranquillità. Questo che cosa significa? Significa sostanzialmente che se un quadro della transavanguardia che costa sessanta milioni, è ben acquistato per quella cifra, io non riesco a capire perché una mia tavola deve costare ancora 120 mila lire. Il discorso è che ci si rende conto a un certo punto di muovere un business e di far mangiare troppi pescecani. Mi sembra di essere Il vecchio e il mare: sto ritornando al porto e ho attaccato la mia fatica allo scafo della mia barca, ma prima che arrivi a lasciare la lisca che mi è rimasta sul renile, gli squali me l’hanno spolpata tutta quanta, appunto riducendola a una lisca. E allora? Ci si accontenta quando si muovono piccoli business, si è aiutati dall’entusiasmo; ora l’entusiasmo c’è, ed è tanto, però il business è diventato grosso e io ancora mi rifiuto di credere che tutti possano vivere del fumetto meno che i disegnatori. Frase che viene puntualmente ripetuta a tutti i giovani fumettisti, quando si presentano alle redazioni dei giornali, ivi compreso Frigidaire. E allora?!! Che storia è? Io lotto ragazzi, non sono tirchio, lotto capito? e faccio cagare sangue a chi mi dà fastidio su queste basi. Io credo che la matematica regoli parte della nostra vita; sono anche convinto che esistano delle matematiche capaci di regolare il nostro animo, cioè delle matematiche interiori che diano al gesto significato. Questa minore dispersione di energie, questa maggiore concentrazione su ciò che è importante può darci la felicità. Ecco, io credo che la matematica sia importante e vorrei rifarmi a dei modelli matematici, ma la mano segue delle matematiche sue; a volte sono delle matematiche di disimpegno, a volte sono delle matematiche non matematiche, e a volte la mente vacilla, e… e si muove attraverso limbi sconosciuti e questa matematica va a farsi benedire, cari amici… Però la matematica è importante. Ecco, per quello che riguarda la ricerca io penso che, se a ogni gesto che faccio su un foglio di carta, e se a ogni linea corrispondente al gesto, io riuscissi a dare il giusto significato, il segno verrebbe fuori dal foglio e verrebbe a parlare con te. Io a volte pecco di presunzione però conosco perfettamente i miei limiti, perché sono retto da una convinzione che è quella di essere agli inizi. Mi piacerebbe essere sempre all’inizio, cioè pensare che tutto ciò che sono riuscito a fare non ha nessuna importanza… ed è per questo che mi piacerebbe la ricerca pura ed è per questo che non mi sento un fumettista, ed è per questo che non mi interessano i pareri e non mi interessa di rispondere alle lettere sui giornali, e che invece mi interessa di più essere un rocker e farmi la vita da rocker finché m’interesserà e non ci si può perdere più tempo di tanto, bisogna avere tempi di evoluzione lunghi, anche se rispetto ai tempi di evoluzione di altri sembrano velocissimi.
Quando crei una delle tue tavole, come procedi? Normalmente si parte da un soggetto, quindi si passa alla sceneggiatura e poi al disegno. È un metodo usato un po’ da tutti i tuoi colleghi, fai anche tu così?
Io ho scoperto solo di recente di avere una seconda possibilità, e ve la dirò. Prima, però, parlo dell’unica che ho usato finora, che era quella di buttare su un quaderno dei disegni a matita, sui quali faccio dei segni, sembra una scrittura… sono quasi un crittogramma, credo di riuscire a capirli solo io; è una scrittura completa direi, di slancio. A quei disegni farò un riferimento enorme in seguito, perché sono le prime cose che mi vengono in mente, quelle che nascono falla mia cultura cinematografica, dal mio desiderio di raccontare, dalla mia vera essenza. In seguito mi creerò una gabbia, che, quando mi va bene, corrisponde a un modulo. Questo modulo varia, quello che ho usato per Giorno e per Verde matematico è il 7×3,5. Poi ho un’altra mezza misura che mi serve in aggiunta a questo modulo iniziale… mi serve ad aumentare la tavola di un tot che non è proporzionale al resto delle misure, e dà movimento alla tavola stessa. La divido quindi in quattro parti con dei segni verticali e orizzontali. Delle quattro strisce sovrapposte solamente due sono suscettibili di essere aumentate a piacimento, le altre due rimangono invariate, quindi rispondono al modulo. In seguito costruisco la storia aggiungendovi moltissimo ma mantenendo comunque quella che era l’idea originale. Ultimamente mi è successo per Verde matematico di avere avuto solo dieci pagine (su sedici) di sceneggiatura buone, da seguire; avevo iniziato a farla, in seguito non ero assolutamente contento dell’ultima parte e della conclusione e allora mi sono chiuso in camera mia, giù in Puglia, mi sono seduto a un tavolo e per la prima volta in vita mia e senza avere una sola idea in testa e senza avere nessun tipo di ispirazione e con l’animo più greve di questo mondo, mi sono accinto a lavorare solo di testa… Ho lavorato di testa, è venuta fuori una confusione che a me piace molto, indipendentemente da quello che possiate pensarne voi. E sono stato contento perché così ho trovato la seconda soluzione, cioè esiste anche una soluzione che a volte è quasi solo matematica. Bisogna capire profondamente la psicologia del personaggio che stai disegnando, vestirlo in un certo modo, questa o quella impronta, fargli dire le frasi che conta no, giocando sull’equivoco e, soprattutto, partendo dal presupposto di parlare a della gente che conosce il linguaggio. È una scrittura particolare, credo, con una serie di ripetizioni e di virgole e di non punti, o di trattini finali o di punti esclamativi che sono a volte inflessione dialettale o dialetto, tutto qua. Invece, quando disegno a mano libera, lavoro come se stessi su un aliante, vado comodo, sciolto, rilassato, lasciandomi trasportare dalla matita come se fosse vento.
Parliamo ora dei tuoi personaggi di maggior successo: Zanardi, Petrilli e Colasanti. I caratteri di tutti e tre sono talmente ben delineati che sembra quasi esistano veramente.
Zanardi esiste al punto che non ho nessuna difficoltà a trovarlo e fargli una fotografia, perché secondo me Zanardi è la persona che conosciamo tutti senza che questo fatto lo trasformi in stereotipo. A volte è la nostra cattiva coscienza, ma qui diventerei troppo banale se continuassi a parlare di un mio personaggio in questi termini, che sono termini storici. Zanardi è un mio amico, ma è anche la cattiva azione di ognuno di noi. Zanardi vive di false sicurezze, d’accordo, ma il possedere una concessionaria Renault in centro è una falsa sicurezza? Il sapere di ereditarla, che cos’è, se non sicurezza? I personaggi, quando li disegno, soprattutto in Giallo scolastico e Verde matematico, hanno una loro acerba consistenza, perché il segno li distingue vignetta per vignetta, eppure sono sempre loro, e sono quello che la loro anima è nel momento in cui si svolge l’azione. Sono le notti che hanno passato in bianco prima di arrivare a questa storia che io sto raccontando, senza che io lo dica… sono tutte le esperienze che loro hanno vissuto negli ultimi mesi… e sono i loro shock giovanili, sono i loro traumi infantili… È tutto un insieme di cose che ha fatto sì che quando ho chiesto a un amico: “Che macchina può avere Zanardi?” e io l’avevo scritto già, lui disse: “Una Golf nera diesel 1600 Cabriolet”. Ed era vero, era la macchina di Zanardi. Noi sappiamo che è figlio unico, ma lui è “IL” figlio unico. Io mi trovo a pensare a volte che i personaggi che popolano le storie di Zanardi e vivono con lui la sua avventura, guardino a Zanardi esattamente come lo guardo io e come tutti quelli che lo leggono. Con un misto di odio e simpatia, perché Zanardi è l’amico che da piccolo ce le faceva passare nere, hai capito? Ed è quello che noi avremmo voluto schiacciare, ma è anche la persona alla quale maggiormente avremmo voluto assomigliare.
Andrea Pazienza è accusato di essere uno che non facilita la lettura delle sue storie al pubblico perché le comincia e quasi mai le finisce. È solo colpa tua o anche degli editori?
Non è assolutamente una colpa editoriale, quindi dipende unicamente da me. Ecco, qui ne approfitto per dire un paio di cose: la prima, con tutto il rispetto che ho per echi mi legge, è che io non mi preoccupo affatto di loro… per fortuna, sennò non so a quale campana dovrei stare. Così me ne sto sotto la mia, così come vi auguro di stare sotto la vostra, anche perché non mi dispiace poi troppo, hai capito? Non perdo le notti al pensiero delle loro settemila lire, delle loro tremilacinquecento lire in meno, cioè sono cazzacci vostri in fondo, no? Quello che penso è che quando inizio una storia e non la continuo ho fatto una cappella. Però tutte le storie cominciano e non finiscono e soprattutto non credo di utilizzare nei miei fumetti dei tempi da storia a puntate. Può essere un fastidio e senz’altro lo sarà perché mi si fa una colpa, e da più parti.… Non posso parlare di questo senza diventare antipatico; mi rendo conto che questo mio tono calmo e rinunciatario mi addolora, e più vado avanti e più mi intristisco. La verità – ammesso che si possa parlare di verità – è che non me ne fotte proprio niente; da questo punto di vista sono assolutamente superficiale, non me ne frega un cazzo, quindi se non mi va o se mi viene un’idea migliore abbandono quella di prima e comincio quella nuova, sempre pensando di recuperarla il mese dopo, o il mese dopo ancora, o comunque di finirla, di resto non ci vedevamo troppo, ci decidevamo metterla da qualche parte e poi invece non lo faccio mai.
Andrea, tu sei uno dei comproprietari di Frigidaire, la nuova rivista che da un anno spopola sul mercato italiano. È una rivista di lusso, carta patinata, prezzo equo, molto bella. Mi vuoi parlare di questa esperienza? Prima di Cannibale, poi di Frigidaire, di questa… chiamiamola “scuola bolognese” nata dalle ceneri del ’77 e che ha al suo attivo produzioni di ogni genere.
Questa è una cosa della quale può essere bello parlare, almeno nella prima parte. Io sono a Bologna da 8 anni, quindi c’ero anche nel ’77, c’ero anche da prima… Va’ beh… non mi va di parlare di Pentothal… sul serio, mi limiterò a parlare in questo caso della Traum fabrik. E avrei voluto dare alla mia voce un tono più enfatico, perché è stato veramente un momento eccezionale quello della Traum, che era una casa occupata qui a Bologna, e io ci sono arrivato a fine aprile, ho conosciuto Scozzari e poi ho passato lì tutti i mesi a venire fino a metà ’78, quando è stata sbaraccata. Dalla Traum sono. nati i Gaz Nevada, Scozzari, io, altri… e tutti a disegnare, a muoverci e a produrre senza che nulla volesse o dovesse nascere, non lavoravamo per nessuno. E infatti non lavoravamo, e inoltre eravamo ancora sani, e molti dei miei amici lo erano, oggi lo sono meno, e poi ho incontrato qualche tempo dopo Tamburini che aveva fatto Cannibale che a me piaceva moltissimo, e abbiamo cominciato a lavorare anche lì. Come lavoravamo? Facevamo delle jam session, incredibili, e basta. Gli ultimi Cannibale li facevamo in una notte, divertendoci come pazzi, irresponsabili fino al midollo, disegnavamo quello che ci veniva di disegnare. E tutte le esperienze a venire sono state alcune belle e altre brutte; non parlo di quella con Rizzoli, importantissima per me in quanto prima fase, però è stata abbastanza, se così si può dire, impersonale nel rapporto. Invece Il Male per esempio, è stata un’esperienza stupenda. Veramente, mi sono divertito come quando andavo a scuola, a fare casino dalla mattina alla sera, e mi sentivo meno che giovane, meno che intelligente… mi sentivo quasi una locomotiva in quelle occasioni, mi sono sentito insieme ad altri che pedalavano come pazzi, era troppo eccezionale… A Cannibale facevamo queste jam session indimenticabili, però poi per il resto non ci vedevamo troppo, ci decidevamo sempre all’ultimo momento. Invece per Frigidaire la storia è molto diversa. Sono comproprietario di questo giornale, e qua si entra nel campo di percentuali, con una percentuale ridicola rispetto a quella di Vincenzo Sparagna. Questa è una cosa che dico in quanto rispondo a una domanda che non mi sono scritto da solo. Mi è stata fatta una domanda, io rispondo; di conseguenza la mia percentuale, il mio potere d’acquisto è limitato a ciò che riesco a fare, in quanto sono l’unico non stipendiato – forse anche qualche altro non è stipendiato – che lavora così a cottimo, diciamo; tutto qua. Per quanto riguarda invece le mie collaborazioni con altri, almeno ideali, allora posso dire che Filippo [Scozzari] è davvero un amico, è un amicone-insomma, ogni aggettivo sarebbe superfluo a questo punto. Anche gli altri. Mi capita di litigarci, però ci sentiamo veramente dei musicisti. Ora c’è però chi vive a Roma e si fa la redazione e allora ha meno tempo per la ricerca. Capita a questi amici quasi di invidiare, di provare gelosia per la provincia come Bologna, dove si radunano, nascono, fioriscono nuove leve che prestissimo cessano di essere leve e promesse: gente come Igort, Carpinteri, Nicola Corona. Ragazzi che nel giro di un mese hanno fatto dei passi che altri non fanno in una vita. E hai voglia a stare a dire sì ma… va beh… ma la storia… Qui ragazzi non si può andare per il sottile, qui ci sono mani ben disegnate, ci sono chiaroscuri complicati, ci sono triangoli, spigoli che hanno veramente un senso, per la prima volta si sta facendo un lavoro di specializzazione su quello che è stato il confusissimo segno degli ultimi anni, per qualche cosa di nuovo. Cose molto belle e complicate, è questo si può fare solo se si ha tempo, e soprattutto, se si subisce. Però chiaramente, un ragazzo come Nicola Corona non può vedersi pubblicata una tavola di otto mesi prima, perché lui sta facendo il surf sull’onda di ciò che avviene. E non possono spuntare i suoi residui quando lui è già su un altro pianeta… perché le evoluzioni, in questo caso, diventano colore, diventano matematica di soggetto, sensazione, è un altro tipo di lettura… rivolta forse a un’élite di attenti. Però l’attenzione perché non può essere richiesta? Perché una tavola che è stata fatta in un giorno deve essere letta e viene letta in quattro, cinque, massimo dieci secondi? L’attenzione può essere necessaria, e i disegni di Corona necessitano appunto di questo, di attenzione, come quelli di Carpinteri, come quelli di Igort, come quelli di altri amici.
Leggendo le tue storie, sembra quasi che invece di una matita o un pennarello ti piacerebbe poter usare per i tuoi disegni, una chitarra elettrica. Qual è il rapporto che hai con la musica?
Per quanto riguarda la musica, tutta la musica, la più impensata, io sono una fogna, in quanto sono un ascoltatore di radio accanite, cioè ascoltatore accanito di radio accanite. Ma radio. Quindi sento tutto, perché sento solo la radio; quindi apprezzo, disegno, memorizzo… e vado a tempo a volte, e preferisco soprattutto quelle emittenti che sono una vera e propria raccolta di pezzi. Per il resto è mio grande rammarico non suonare, perché “slegherei” dalla mattina alla sera. Però evidentemente non mi interessa poi al punto da ballarci più di tanto… la musica… no, non parlerò della musica che mi piace.
Un’ultima domanda: tu sei giovanissimo, venticinque anni. Cosa si prova a essere considerato un po’ un enfant prodige?
Io sono stato un antipaticissimo enfant prodige però per fortuna ero anche così carogna che riuscivo a capovolgere un po’ questa sorta di automatica antipatia che si prova per questo tipo di gentaccia, quali gli enfant prodige. Ero un infante prodigio nel disegno però se vado a rivedere le mie cose non mi sembro poi così eccezionale, e non per modestia, ma perché in effetti mi sembrano delle cose non eccezionali, nel senso più vero del termine. E allora penso che probabilmente ho avuto intorno anche un padre artista che mi ha svezzato perché io ho respirato praticamente l’aria dell’acquerello; tutto qua. Cioè, quindi, quando sono arrivato ad avere diciott’anni io “slegavo” con la matita, facevo delle cose che oggi forse non riuscirei a rifare. Sono convinto che certe cose che ho fatto a diciott’anni siano oggi improponibili per certi versi. però irripetibili per altri. Ho avuto un passato di solo virtuosismo, ero quasi un fenomeno da baraccone. Poi quando ho smollato queste lande che mi vedevano così mero protagonista, sono venuto qui a Bologna, sono stato due anni a giocare a boccette diventando una schiappa discreta e… profondamente ghettizzato nel meridionalume bolognese… un sacco di gente notevole… e questo non fare nulla mi ha profondamente maturato. Io vivevo insieme ai miei compagni d’appartamento. Eravamo ammalati praticamente 365 giorni l’anno e non ci muovevamo dall’isola calda e sporca del nostro letto. Mi sono mosso perché era inevitabile che lo facessi. Mi sono messo a disegnare perché dovevo raccontare quello che vedevo, sennò mi sarei messo molto probabilmente a fare il pittore.
La registrazione si interrompe bruscamente qui. Di quel giorno ricordo, a parte ciò che vi ho già raccontato, che Andrea, alla fine dell’intervista, mi mostrò una cartella gonfia di tavole e schizzi, dicendomi che se ne avessi voluto uno, avrei potuto sceglierlo. La tentazione, ovviamente, fu grande, ma rifiutai pensando che gli avrei portato via un qualcosa su cui lui, comunque, si guadagnava da vivere. Lo ringraziai e gli dissi che appena ci saremmo rivisti, se avessi avuto dei soldi, gli avrei acquistato un disegno. L’occasione non ci fu più e a me rimase, oltre al rimpianto, la certezza di essere tanto corretto quanto pirla!